Embargo fai-da-te

E ora si fanno i conti – economici – di una decisione politica presa sull’onda di un sentimento profondo quanto privo di razionalità strategica. L’opposizione congiunta di democratici e repubblicani, al Congresso, ha convinto la Dubai World Ports a rinunciare al suo tentativo di acquistare la società inglese P&O; ovvero il soggetto che gestisce i sei più grandi scali della costa orientale degli Stati uniti. Il timore del «terrorismo islamico», ormai incistato nello «yankee comune», ha dunque prevalso sul via libera già concesso da Bush. Il quale non ha dovuto neppure esercitare il suo minacciato diritto di veto sulla scelta del Congresso. La società degli Emirati ha alzato bandiera bianca prima che lo scontro diventasse insostenibile, impegnandosi a cedere il controllo a una imprecisata «società statunitense». Del resto lo slogan dei «resistenti» del Congresso era «dobbiamo avere compagnie americane a gestire i nostri porti». Ieri si è scoperto che un’altra società di Dubai, con lo stesso identico presidente, già gestisce non solo i servizi di numerosi porti americani, ma addirittura forniture e servizi per la marina militare Usa. Prima conseguenza: il governo Usa ha preferito «posporre» i negoziati sul libero commercio con gli Emirati, anche se mantengono l’impegno a «progredire» verso un accordo. Bisogna insomma vedere se, al tavolo delle trattative, gli inferociti sceicchi del piccolissimo staterello (1 milione di abitanti, un oceano di petrolio e di liquidità senza impieghi fruttiferi) cambieranno impostazione. Sono uno degli alleati da sempre più fedeli agli Usa, e proprio per questo il trattamento ricevuto significa per loro «stop» ad acquisizioni di carattere strategico oltreatlantico. Tutto il FTA – l’accordo per il Medio Oriente ricalcato sul modello Nafta centroamericano – è a questo punto a forte rischio. E un altrettanto inferocito Bush ha voluto ricordarlo ai suoi parlamentari.

L’associazione delle multinazionali Usa (Nftc) teme ora ritorsioni. A cominciare dalla Boeing, che stava trattando una grossa vendita di aerei alla compagnia di bandiera degli Emirati. Stesse preoccupazioni per General Electric, ecc. La Cnn è arrivata a chiedersi se «quaggiù qualcuno crede alla globalizzazione», visto le numerose prove di isolazionismo che l’occidente nel suo insieme – vengono ricordati casi recenti come la mancata acquisizione di Unocal da parte dei cinesi e quella delle acciaierie franco-lussemburghesi Arcelor da parte dell’indiana Mittal – non possono che interrompere, forse definitivamente, ogni credibilità alla «politica del libero commercio».

Il vero perdente, per ora, è Bush. La sua fallimentare «guerra infinita» sta sconquassando il fragilissimo impianto degli scambi globali. Ha calcato la mano sulle paure del dopo 11 settembre per avere mano libera in politica estera, interna ed energetica. Ma nessuna mossa è priva di retroazioni. Ha fatto risorgere il nazionalismo isolazionista nel paese più indebitato del mondo; in quello, cioè, che ha più da temere da una svolta del genere. Un vero genio.