Elogio di Clementina Forleo

IL GIUDICE SOTTO ATTACCO

Clementina Forleo è forse il giudice più riservato del tribunale di Milano: non offre buoni consigli telefonici a Giovanni Consorte di Unipol; non chiacchiera di indagini al bar Tondini di Roma, come facevano Squillante e l’amico Misiani; non si candida a sindaco di Venezia come Felice Casson; non incita a «resistere, resistere, resistere» come fece, sia pure a ragion veduta, il procuratore Borrelli. Inutile dire che non rilascia interviste anche quando sottoposta a un voluminoso linciaggio giornalistico per il suo provvedimento verso supposti terroristi islamici. Nell’occasione non si ascoltarono molte voci di solidarietà da parte dei diversi sé-dicenti garantisti di destra e di sinistra. Solo il suo «antagonista», il pm milanese Spataro, ebbe parole di rispetto, all’interno di una normale dialettica processuale. Così come Forleo accettò in silenzio che i suo rinvii a giudizio di Delfo Zorzi per piazza Fontana venissero cancellati da altri giudici. Ma poi Forleo «esagera», perché al suo silenzioso esercizio della legge, affianca la pratica, oggi scandalosa, di comportarsi come una qualsiasi cittadina animata da senso di giustizia.

Questo è l’oggetto del procedimento disciplinare che il ministro Castelli ha avviato contro di lei dopo che quel giorno, in pieno centro di Milano, sollecitò gli agenti di polizia a non picchiare oltre un immigrato, invitandoli a prendere i suoi dati anagrafici perché avrebbe volentieri testimoniato sull’andamento dei fatti. Da giudice sapeva benissimo come vanno queste cose: un fermato arriva in carcere con lesioni e percosse; il medico deve obbligatoriamente verbalizzarle, ma il verbale di polizia sosterrà che il signore in questione aveva resistito al fermo. Così il danno sarà doppio: fermato per non avere pagato la metropolitana, si troverà imputato di resistenza e violenza. Capitò in maniera massiccia nel G8 di Genova, ma succede tutti i giorni in tutte le città d’Italia. Lo sanno tutti i poliziotti (anche i moltissimi che non approvano tali comportamenti dei colleghi) e lo sanno i sindacati di polizia.

Poiché non siamo in America, i nostri tutori dell’ordine non hanno alcun distintivo con numero di matricola che permetta di identificare le eventuali singole responsabilità. Forleo comunque non è la prima cittadina né il primo magistrato che si comporta così davanti agli eccessi del potere e ogni bravo liberale dovrebbe applaudirli, perché lo stato cui deleghiamo l’esercizio della violenza deve sempre essere contenuto, quando lo faccia fuori regola. Anche questa è una lezione americana e senza dubbio Piero Ostellino ci vorrà illuminare al riguardo.

L’indagine disciplinare di Castelli è l’ultima di una lunga sequenza e ci ricorda gli intenti punitivi verso i giudici che hanno animato il suo progetto di riforma. Sembra di essere tornati ai tristi tempi antichi di quando la giovane Ilda Bocassini andò sotto procedimento disciplinare per aver scambiato un bacio fuggitivo con un ragazzo nei pressi del palazzo di giustizia di Milano. Finì in nulla, come nel nulla finirà anche questa iniziativa, la quale peraltro avviene in sgradevole coincidenza con la decisione del giudice Forleo di congelare azioni e plusvalenze di Fiorani, Ricucci e soci e di inibirli dalle cariche sociali perché non possano più oltre far danni.

La questione violenze all’immigrato è totalmente separata da quella della Banca popolare Italiana, ma il provvedimento disciplinare ha certamente l’effetto di screditare agli occhi di certa opinione pubblica le decisioni del giudice: quelli che non si scandalizzano per il comportamento di Fazio urlano invece al golpe contro il dio mercato. Oltre a tutto il leghista Castelli ha qualche oggettivo conflitto di interessi sulla questione, dato che il Fiorani oggi inibito salvò quella tal banca della lega sull’orlo della bancarotta, magari fraudolenta. Da allora plaudono a lui e a Fazio, come e più dell’amico fraterno Luigi Grillo.

Il giudice Forleo, infine, ha fatto un’altra cosa che non le perdoneranno: ha depositato molte delle intercettazioni (legittimamente raccolte). In questo modo ha chiuso i rubinetti alla fuga di notizie anomale e messo i fatti a disposizione di tutti. Nei paesi civili i processi sono pubblici, e dunque pubblicati, perché non ci siano abusi e ogni cittadino possa farsi un’idea. Bertinotti dice che lui ha «il dovere di non considerare le intercettazioni», ma sbaglia perché la «messa in pubblico» attraverso la stampa è uno dei cardini della democrazia, da Gutenberg in poi.