Elezioni parlamentari in Ucraina: si va esaurendo la spinta propulsiva della “rivoluzione arancione”

Il consenso ricevuto, nelle elezioni parlamentari ucraine del 26 marzo, dal “Partito delle regioni” dell’ex premier Viktor Janukovich, va considerato una grande affermazione elettorale.
Per valutarne in pieno il significato, non va dimenticato che fu proprio l’elezione a presidente della repubblica di Janukovich, nell’inverno 2004-2005, a determinare l’impetuoso sviluppo di quel movimento di massa che, combinato con l’ingerenza esterna (senza precedenti nella storia del diritto internazionale post-bellico) da parte delle potenze occidentali, portò all’annullamento e alla ripetizione della consultazione e alla conseguente ascesa al potere di Viktor Juschenko.
Il 31,8% ottenuto da Janukovich, dopo che è stato scrutinato il 97,5% delle schede, viene così inevitabilmente ad assumere il significato simbolico di importante verifica della crisi che ha investito la cosiddetta “rivoluzione arancione” (insieme alle altre “rivoluzioni colorate”, se consideriamo il disastroso esito della mobilitazione dell’opposizione a Lukashenko in Bielorussia avvenuta la settimana prima), determinandone l’esaurimento della spinta propulsiva.
Janukovich, un tempo considerato il delfino del precedente presidente Kuchma e oggi alla testa di un partito che intrattiene rapporti di intensa collaborazione con “Russia Unitaria”, il raggruppamento politico che a Mosca sostiene la leadership di Vladimir Putin, ha condotto una campagna all’insegna della denuncia delle gravi conseguenze sociali derivanti dal nuovo orientamento filo-occidentale, dalla profonda stagnazione dell’economia (la crescita del PIL è scesa dal 12,01% del 2004 a un misero 2,4%) e dall’avvio di una politica di riprivatizzazioni, ispirata dagli organismi economici internazionali.
Janukovich – che ha, tra l’altro insistito molto sul rispetto dei diritti della rilevante minoranza russa, minacciata dall’accelerazione del processo di “ucrainizzazione”, auspicato dall’elite salita al potere a Kiev – ha avanzato la richiesta del ripristino di solide relazioni con il grande vicino russo e della riconsiderazione dei progetti di integrazione nelle alleanze occidentali, a cominciare dalla NATO, facendo leva sugli umori prevalenti in una parte probabilmente maggioritaria della popolazione (basti considerare che una proposta di referendum popolare, lanciata dagli oppositori dell’adesione alla NATO e all’Unione Europea ha raccolto in poche settimane 4 milioni e mezzo di firme).
Il “Partito delle regioni” ha fatto man bassa dei voti nelle regioni del sud-est del paese, maggiormente colpite dalle ristrutturazioni dell’apparato produttivo e dalle conseguenze della crisi nei rapporti con la Russia, sfociata nella cosiddetta “guerra del gas”. E ha raccolto consensi significativi anche nelle zone del paese più sensibili al richiamo del messaggio “nazionalista” degli “arancioni”.

Il grande sconfitto pare essere proprio il presidente in carica Juschenko, “l’eroe” della “rivoluzione arancione”, il cui partito “Nostra Ucraina” non va oltre un modesto 14,2%.
Juschenko sembra scontare tutti gli errori commessi nell’aver intrapreso, con leggerezza e su suggerimento dei suoi consiglieri americani, una politica che, promuovendo l’allentamento degli storici legami con la Russia, a un certo punto, ha costretto l’intero paese a fare duramente i conti con la realtà delle catastrofiche conseguenze di natura economica che ne derivavano.
La necessità di dover alla fine venire in qualche modo a patti con la Russia, attraverso una mediazione che ha certamente allontanato gli obiettivi strategici “arancioni”, gli ha anche alienato l’appoggio della parte più oltranzista del suo schieramento, rappresentato dall’altra protagonista della “rivoluzione”, la spregiudicata faccendiera Julija Timoshenko, che in quel momento ricopriva la carica di premier.
La Timoshenko non ha esitato un attimo ad abbandonare la “nave alla deriva”, dimettendosi dal suo incarico. Passata all’opposizione, ha cercato di creare le condizioni migliori che le consentissero di cavalcare le spinte più estremiste dello schieramento nazionalista frustrato dai “tentennamenti” del presidente. Il suo impegno è stato da quel momento indirizzato a radicarsi nelle roccaforti dell’Ucraina occidentale, dove più forte è il risentimento nei confronti del passato sovietico e la diffidenza (con punte estreme di vero e proprio odio etnico e religioso) verso la Russia. Il rifiuto di qualsiasi mediazione con la Russia in merito alla questione del gas si è caricata così di connotazioni ideologiche legate alla difesa dell’orgoglio nazionale ucraino.
In tal modo, sottrattasi alle responsabilità di governo, con accenti demagogici e in modo spregiudicato, la Timoshenko è riuscita ad arginare la frana dello schieramento “arancione”, facendo il pieno del voto nazionalista. Con il 22,4% ha così superato con largo margine Juschenko e ha anche determinato la cancellazione dalla scena elettorale di tutti quei movimenti che avevano animato la piazza di Kiev nell’inverno 2004-2005. Esemplare è il caso di “Pora”, vero e proprio “braccio armato arancione”, sodale di movimenti di simile ispirazione operanti in Jugoslavia, Georgia e Bielorussia, che non va oltre un misero 1,5%. Anche i più fanatici tra i nazionalisti hanno preferito la logica del “voto utile”.

Al quarto posto, con il 5,8%, si piazza il Partito Socialista di Ucraina (SPU), guidato da Aleksandr Moroz. Apparso nella scena politica come erede del locale partito comunista messo fuori legge subito dopo la proclamazione dell’indipendenza nel 1991, nel corso degli anni e dopo la ricostituzione del PC si è progressivamente spostato su posizioni socialdemocratiche, simili a quelle adottate da altri partiti ex comunisti dell’Europa centro-orientale. Questa collocazione ha spinto i socialisti a dare il loro appoggio a Juschenko e Timoshenko, in tutte le fasi del dibattito parlamentare che hanno accompagnato la “rivoluzione arancione”, accettandone le dinamiche filo-occidentali in materia di relazioni internazionali e differenziandosi unicamente per una maggiore attenzione alla conservazione di un “orientamento sociale” in politica economica, in particolare nelle campagne, che rappresentano il bacino elettorale di riferimento del SPU.

Tra le forze che hanno superato lo sbarramento elettorale del 3% c’è anche il Partito Comunista di Ucraina (KPU).
Occorre francamente ammettere, di fronte alla cruda realtà dei numeri, che il risultato ottenuto dai comunisti rappresenta una cocente sconfitta: il partito scende dal 20% delle precedenti elezioni al 3,7% e solo per un soffio riesce ad ottenere una rappresentanza parlamentare.
Sulla deludente performance ha giocato indubbiamente l’emarginazione a cui ormai da tempo il partito è condannato dall’intero sistema dei media. Ma è evidente che ciò non basta a spiegare una disfatta di tali dimensioni. Il KPU sconta probabilmente il fatto di non essere riuscito a tradurre la fedeltà di principio alla propria natura di classe e alle sue caratteristiche identitarie in un reale radicamento organizzativo e nella creazione di solidi legami con le più diverse istanze sociali del paese. Al KPU viene da più parti rimproverato un eccesso di “parlamentarismo” e la mancanza di una politica di massa capace di fare efficacemente leva sul diffuso e crescente disagio sociale, in particolare tra la classe operaia e le giovani generazioni investite dal dramma della precarietà e della disoccupazione. A determinare la disaffezione di una parte consistente del suo elettorato ha contribuito anche il comportamento assunto dal partito nei mesi cruciali dell’inverno 2004-2005, quando di fronte alla piazza “arancione” esso è sembrato quasi paralizzato, incapace di una risposta non puramente propagandistica.
Inoltre, nell’est e nel sud del paese, che rappresentano il bacino di voti tradizionale del KPU, agli occhi di un elettorato fortemente orientato in senso filo-russo, la scelta da parte dei comunisti di assecondare, nello scorso inverno, alcune mosse che hanno permesso il consolidamento delle posizioni di potere degli “arancioni”, in cambio di un potenziamento delle prerogative del parlamento rispetto a quelle del presidente della repubblica e in nome dell’equidistanza da tutte le lobbies sia filo-russe che filo-occidentali, è apparsa come una vera e propria resa alle forze nazionaliste. I ceti popolari dei bacini minerari e delle più importanti zone industriali, che, non dimentichiamo, hanno come primaria preoccupazione quella di difendere il loro diritto a un lavoro messo in discussione dalle ristrutturazioni avviate dai leader nazionalisti, hanno così preferito dare la loro fiducia ai politici espressi dai potentati economici orientali interessati al mantenimento di stretti rapporti con la Russia, fornitrice di energia e principale partner commerciale.

Al momento, non sappiamo ancora se un sesto blocco riuscirà a passare lo sbarramento del 3%. Si tratta di “Opposizione popolare”, che ruota attorno al Partito Progressista Socialista di Ucraina (PSPU) di Natalja Vitrenko, nato da una scissione di sinistra del Partito socialista. Il PSPU impegnato attivamente nella lotta contro le ingerenze della NATO, si pronuncia per una rapida integrazione dell’Ucraina in uno spazio economico e politico comune con Russia e Bielorussia. Al contrario del KPU, i “progressisti-socialisti” si mobilitarono fin dall’inizio a fianco dello schieramento filo-russo al tempo della “rivoluzione arancione”. Vitrenko ha dichiarato la propria disponibilità ad entrare in una coalizione guidata da Janukovich. Il superamento della soglia elettorale da parte del PSPU è particolarmente temuto dagli “arancioni”, in quanto scompaginerebbe il quadro delle possibili alleanze. Per questa ragione non sono certo senza fondamento i timori dei “progressisti-socialisti” che, nei loro confronti, siano stati attuati brogli su vasta scala, per impedirne l’accesso al parlamento. I dati che arrivano dalle regioni orientali e dalla Crimea che collocano il blocco di “Opposizione popolare” addirittura al secondo posto dopo il “Partito delle regioni”, se non confermano il 7,5% rivendicato da Natalja Vitrenko, gettano comunque un’ombra inquietante sulle percentuali fornite dalla Commissione elettorale centrale (2,9%). E contrastano con i più che rassicuranti (e interessati) giudizi espressi dalle istituzioni occidentali in merito alla correttezza delle modalità di svolgimento della consultazione, rendendo più credibili le innumerevoli accuse di brogli e violazioni del diritto di voto che si sono levate anche dal partito di Janukovich e da molti osservatori russi e della CSI, che hanno rilevato un “rigonfiamento” dei consensi agli “arancioni” nelle zone ad egemonia nazionalista e pesanti discriminazioni e intimidazioni nei confronti dei cittadini della minoranza russa.

Quali saranno ora le conseguenze nella formazione del nuovo governo?

Molti analisti (basandosi, però su dati parziali, che, fino a ieri, sembravano dare maggiore forza al blocco “arancione”) hanno ipotizzato l’immediata formazione di una coalizione tra i partiti che avevano appoggiato il processo “rivoluzionario” lo scorso anno. In effetti, sono state immediatamente avviate trattative tra Juschenko, Timoshenko e Moroz. Qualora la coalizione si formasse, avrebbe, a detta di molti, ben poche possibilità di durare nel tempo. Innanzitutto i margini della maggioranza sono estremamente risicati. L’opposizione di Janukovich non concederebbe sconti. Inoltre, troppe, nella possibile maggioranza, sono le differenze di carattere programmatico, tra coloro che premono nel senso dell’accentuazione dei programmi di stampo liberista e coloro (i socialisti, ad esempio) che sbandierano programmi più ispirati a politiche sociali. L’accelerazione, poi, della caratterizzazione filo-NATO di questa coalizione o l’accettazione della richiesta della Timoshenko di mettere in discussione l’accordo sul gas raggiunto con la Russia, anche se probabilmente gradita ai “falchi” dell’amministrazione USA, rischierebbe di aumentare i livelli di tensione con il potente vicino, proprio nel momento in cui la traballante economia ucraina pare avere meno bisogno di ulteriori fibrillazioni.

C’è però un altro scenario, che, con molto pragmatismo e realismo, sembrano augurarsi sia influenti ambienti moscoviti che molti circoli, legati agli interessi economici europei: quello del compromesso tra Juschenko e Janukovich, che, come è stato scritto in questi giorni (Leonardo Misiano. “Il Sole – 24 ore”. 28 marzo 2006), “costringerebbe l’esecutivo ad una mediazione tra la sua anima più europeista, quella arancione, e la sua anima più filo-moscovita…Sotto l’aspetto economico libererebbe le energie, scomposte, dell’imprenditoria privata. Senza dimenticare, fanno notare gli analisti ucraini, che riunirebbe i due fianchi del paese…”.
E’ un’ipotesi che, anche a nostro avviso, ha buone probabilità di concretizzarsi – anche se non sono mancate all’interno del “Partito delle regioni” voci come quelle di Taras Chernovol, tra i massimi dirigenti del partito, che sono arrivate ad affermare “che il partito preferisce una coalizione di sinistra con i comunisti e i socialisti” (Agenzia Novosti. 28 marzo 2006) – soprattutto se teniamo conto della drammatica assenza, nel nuovo parlamento, di un’opposizione di sinistra influente sul piano dei rapporti di forza e determinata ad operare con la necessaria duttilità nel gioco delle contraddizioni tra le forze borghesi più interessate ad un rapporto costruttivo con la Russia e alla ricostruzione di uno spazio comune economico e politico tra i paesi dell’ex URSS e quelle intenzionate invece a trascinare rapidamente e definitivamente il paese nell’orbita dell’imperialismo.

29 marzo 2006