Elezioni in Kosovo, vince soltanto l’astensione

Ha vinto l’astensione alle elezioni politiche nella provincia ancora serba del Kosovo. Ma se per il voto serbo, c’è stata una conferma dei risultati, non si può certo dire lo stesso per quello albanese. Siamo infatti di fronte ad un vero e proprio terremoto sotterraneo. «Abbiamo vinto noi», dicono i ragazzi di Kosovska Mitrovica, e lo ripetono le radio che da qui rimandano anche i commenti della «lontana» Belgrado. Lontana poi non tanto. Mitrovica – si chiamava prima dell’89, Titova Mitrovica – è infatti a ridosso della frontiera serbomontenegrina, dall’altra parte della catena montagnosa Mokra Gora e Ragozna c’è l’esercito serbo. In mezzo alla città, dove spiccano a ovest le rovine dei quartieri bombardati dalla Nato, ecco il ponte sul fiume Ibar dalle volute inutilmente aerodinamiche. Ora il ponte è il check point delle truppe francesi della Nato che presidiano l’area che divide in due la città: un ammasso di cavalli di Frisia, di sacchetti di sabbia e piramidi di cemento, in mezzo a decine di carri armati. Qui nel marzo scorso ci furono duri scontri e molti militari occidentali vennero feriti, in tutto il Kosovo alla fine in tre giorni di pogrom si contarono 33 vittime. È la democrazia dei protettorati militari. Qui, poco più a nord, ci sono le immense miniere di Trepca che, con altre 500 aziende di stato, sono state privatizzate in questi giorni dalla Kosovo Trust Agency, che opera sotto giurisdizione della missione dell’Onu Unmik. «Un furto», ha commentato il pur filoccidentale presidente serbo Boris Tadic. Un regalo per imprenditori che definire senza scrupoli è un eufemismo: le stesse Nazioni unite, coadiuvate dai raapporti dell’Interpol, nei loro documenti scrivono che «l’economia del Kosovo è al 70-80% di provenienza illecita». Dunque in tutto il Kosovo ha vinto l’astensione: la partecipazione al voto è stata infatti del 51-53% del milione e 300mila albanesi kosovari aventi diritto. Invece, neppure l’1% dei 218mila serbi che avrebbero dovuto votare è andata ai seggi, ma soltanto uno scarso 0,3%. Nemmeno 900 persone. Tutti i serbi, o profughi in Serbia o accerchiati nelle enclave, hanno dunque seguito le indicazioni del parlamento di Belgrado, del governo serbo guidato dal premier Vojslav Kostunica, e soprattutto della chiesa ortodossa che aveva chiesto un chiaro boicottaggio. Uno smacco per il più possibilista Boris Tadic. Il leader serbo-kosovaro Trajkovic ha ammonito da Pristina: «È un fallimento dell’indipendenza. La prossima volta che proporranno una elezione dovranno pensare di coinvolgere i 7 milioni di serbi della Serbia Montenegro, di cui noi facciamo parte». Insomma, una sfida per l’Onu e per la Nato, visto che nel 2005 c’è la decisiva verifica degli accordi di pace di Kumanovo del 1999, controfirmati alla fine della campagna di bombardamenti «umanitari» durati 78 giorni contro quella che era ancora la piccola-Jugoslavia. Ma è, forse, più grave e minaccioso il terremoto sotterraneo dei risultati albanesi. Dove appare scontata la conferma del 47% per l’Ldk di Ibrahim Rugova, il 26% per la lista di Rexhepi e Thaqi, come la marginalità – solo istituzionale però – dell’estremista e leader dell’ex Uck Ramush Haradinaj che ha avuto l’8%, e non sorprendente nemmeno il solo 6% alla lista di Veton Surroj, l’intellettuale più propenso al dialogo con i serbi. Se tutto questo era in qualche modo atteso, è invece uno sconvolgimento l’astensione di massa che c’è stata.

Uno schiaffo ai progetti politici che vedevano in queste affrettate elezioni il primo passo, plebiscitario, per lo stato indipendente del Kosovo. Ha un bel annunciare la vittoria il «presidente» Rugova. Quasi la metà degli albanesi ha disertato le urne. O perché stanca delle promesse occidentali e della leadership albanese sull’indipendenza che non arriva mai, o perché non convinta proprio delle promesse d’indipendenza e, tutto sommato, acquiescente solo allo status attuale: un mostro giuridico, con accordi di pace disattesi e tante basi militari occidentali (in primis quella Usa, la più illegale di tutte perché costruita per essere praticamente eterna, a Bondsteel, presso Urosevac). Insomma un protettorato militare – sempre più insicuro – all’ombra del quale prosperano gli affari mafiosi in tutta l’area che istituzionalmente la comunità internazionale si affanna a definire «corridoio n. 8» e dove ogni tanto riesplode la pulizia etnica contro i serbi.