Elezioni in Giappone: la grande occasione del Partito democratico

Come di recente avvenuto negli Stati Uniti con l’elezione di Obama alla Casa Bianca, anche la più grande economia capitalistica dell’Asia, il Giappone, si trova governata per la prima volta dal secondo dopoguerra dalle forze liberal-progressiste. Una situazione del tutto nuova, prevista dai sondaggi anche se non nelle dimensioni poi evidenziatesi, con conseguenze potenzialmente significative tanto sul piano interno come su quello internazionale.

Alle elezioni politiche di ieri, domenica 30 agosto 2009, quando ancora non sono stati diffusi i dati ufficiali, i giapponesi hanno affidato le loro speranze di uscire dalla più grave crisi economica del dopoguerra al Partito Democratico (PDG) guidato da Hatoyama Yukio, politico esperto di 62 anni con una “dinastia” alle spalle e con un trascorso nelle fila del Partito Liberaldemocratico. Il PDG ha ottenuto 308 seggi sui complessivi 480, contro i 115 del 2005: un risultato senza alcun dubbio di grande impatto, se consideriamo che la maggioranza assoluta è di 241 seggi e che il Partito Liberaldemocratico di Koizumi, populista di destra per tanti versi paragonabile a Berlusconi e grande privatizzatore delle poste giapponesi, alle precedenti elezioni del 2005 di seggi ne aveva ottenuti 296, abbattendosi come un ciclone sulla politica nipponica. Grazie ai risultati dei due partiti alleati del PDG – il Partito Socialdemocratico, che ha confermato i propri 7 seggi, ed il Nuovo Partito del Popolo (3 seggi, -1 rispetto al 2005) – il futuro governo dovrebbe contare su circa 318 seggi, controllando così quasi i 2/3 della Camera Bassa.

Tanto evidente è stata la vittoria del PDG, quanto senza appello si è rivelata la sconfitta del Partito Liberaldemocratico (PLD) dell’ormai ex primo ministro Aso Taro, percepito da tanta parte del ceto economico come dalla società giapponese più in generale come incapace di arginare la crisi e modernizzare il paese. Il PLD, forza politica simile a quella che è stata la DC in Italia (tanto da essere definita “balena gialla”) ed oggi paragonabile al Popolo delle Libertà, si è sempre caratterizzato per le proprie politiche neoliberiste sul piano delle scelte economiche e sociali; per il proprio rigido atlantismo sul piano delle scelte internazionali (dal riarmo nonostante l’articolo 9 della Costituzione Giapponese, al sostegno a Taiwan come alle guerre di Bush, fino alla NATO asiatica); per il proprio nazionalismo aggressivo sul piano culturale, tanto da negare le atrocità commesse dall’esercito del Sol Levante durante il secondo conflitto mondiale e sostenere politicamente la “Società Giapponese per la Riforma dei Libri di Storia”. Su tutti questi terreni toccherà al prossimo governo liberal-progressista determinare più o meno forti elementi di discontinuità, e su questi dovrà essere valutato.
I numeri della sconfitta del PLD sono davvero impietosi: la forza politica del partito si è ridotta a 119 seggi contro i precedenti 296, mentre molti dei “baroni” che ne hanno riempito le fila sono stati seccamente sconfitti nei collegi uninominali (solo 75 di essi su 133 sarebbero stati riconfermati), determinando anche da questo punto di vista forti ed importanti elementi di novità: 54 le donne elette contro le precedenti 43, grazie soprattutto all’impegno del PDG, e 154 nuovi ingressi tra i deputati. “Il PLD non ha perso le elezioni – commentava questa mattina il quotidiano giapponese Asahi Shimbun -; è stato umiliato”. Sorte simile è toccata agli alleati di governo del PLD, il New Komeito, partito buddista legato all’organizzazione Soka Gakkai, che ha perso 10 dei precedenti 31 seggi.

Il Partito Comunista Giapponese (PCG), in questo quadro fortemente bipolare, ha confermato i propri 9 seggi, tutti ottenuti nella parte proporzionale (dei 480 seggi complessivi, 300 sono assegnati attraverso collegi uninominali, mentre 180 attraverso liste proporzionali ripartite in 11 blocchi regionali). Nel 2005 il PCG aveva ottenuto quasi 5 milioni di voti (oltre il 7%) e 9 seggi, con una percentuale di affluenza al voto di poco inferiore rispetto all’attuale 69,29%. Se il dato venisse confermato, il PCJ si candiderebbe ad essere la sola opposizione di sinistra nel paese, forte dei consensi ricevuti e della coerenza delle proprie proposte, più volte ribadite nel corso della recente campagna elettorale: attenzione alle esigenze delle classi più deboli, fortemente colpite dalla crisi (dalla disoccupazione sempre più di massa all’erosione dei salari; dalle privatizzazioni alla qualità dei servizi) e la ricerca di politiche attive per la pace sulla base di quello che è l’articolo 9 della Costituzione Giapponese (clausola “pacifista”), terreno sul quale il partito si è sempre battuto con grande coerenza e determinazione, a partire dalla lotta contro la presenza militare USA ad Okinawa.
“E’ importante per prima cosa sconfiggere la coalizione di governo PLD e Komeito”, ha ribadito il Presidente del PCG, Shii Kazuo, il 17 agosto durante il dibattito tra i sei candidati promosso dal Club della Stampa Nazionale a Tokyo, per poi sfidare il futuro governo a guida democratica sui grandi temi delle scelte economiche (a partire dall’accordo di libero commercio tra USA e Giappone voluto dal PDG e fortemente penalizzante per l’agricoltura nipponica) e delle politiche per la pace, puntualizzando di nuovo le proposte dei comunisti. Vedremo quanto le speranze di un deciso cambiamento negli indirizzi della politica nipponica troveranno conferme dall’azione del nuovo governo, tanto sul piano delle misure anticrisi quanto su quello delle scelte internazionali. Fondamentale, su questo terreno, è proprio la presenza dei comunisti e di una seria opposizione di sinistra.