Elezioni, Bush contro Bush

Ma che fai papà? Il nervosismo domina i repubblicani, in vista delle elezioni, e ieri George Bush ne ha dato un buon saggio. Il suo papà, cioè il presidente numero 41, ha pubblicamente confessato la sua ansia per i giorni terribili che il futuro riserverebbe al numero 43, cioè al presidente attuale, nel caso in cui i democratici conquistassero la maggioranza al Congresso, e il figliolo si è arrabbiato tanto da rimbrottarlo pubblicamente. «Papà – ha detto – non dovrebbe fare queste illazioni. Se mi avesse telefonato prima gli avrei spiegato che le elezioni le vinceremo noi», ha detto, e questo bisticcio a distanza è il primo contatto fra i due di cui si abbia notizia da tempo. Che infatti Bush il vecchio sia contro la guerra in Iraq lo sanno tutti sin dai giorni in cui fervevano i preparativi, quando Bush il giovane raccontava delle fantomatiche armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein e del «pericolo imminente» che esse rappresentavano per l’America e il vecchio replicava attraverso quelli che erano stati i suoi collaboratori più stretti – James Baker segretario di Stato, Brent Scowcroft consigliere per la sicurezza nazionale – impegnati a scrivere articoli per mettere in guardia su quel «grave errore». Lui, da buon «cristiano rinato», faceva spallucce dicendo che i consigli del padre non gli servivano perché aveva un consigliere «più alto». Ma ora che quella guerra gli fa rischiare di restare senza più un Congresso disposto ad approvare tutto ciò che fa si trova costretto a dare ragione al padre, la cosa non gli va giù e gli fa ignorare anche la prudenza elementare di vedersela con lui in privato.
Del resto, le cose vanno proprio male per i repubblicani. Molti di loro confessano che in base ai calcoli fatti quattordici dei famosi quindici seggi che i democratici devono conquistare per cambiare la maggioranza sono già persi e che altri otto seggi finora dati per «repubblicani sicuri» non lo sono più. Tutto ciò ha principalmente un nome, Iraq, che anche ieri non ha mancato di far sentire il suo peso. Le notizie provenienti da quel disgraziato Paese dicevano che altri sei soldati americani ci hanno lasciato la vita. Il totale di questo «ottobre nero» per gli Stati uniti è di 86, quattro morti al giorno, e se continua così verrà battuto anche il macabro record del novembre 2005, quando i caduti furono 90. Negli ultimi giorni Bush ha voluto farsi vedere «attivo» ed ha parlato molto, facendo anche gaffe. Ha ammesso il parallelo con il Vietnam, costringendo i suoi portavoce ad arrampicarsi sugli specchi per «giustificarlo»; si è appellato all’orgoglio della grande potenza con il suo «lo spazio è nostro e guai a chi lo tocca», ha strigliato i generali tentando di scaricare su di loro le colpe sue e del suo inamovibile ministro della Difesa Donald Rumsfeld e – ultima trovata – ha fatto sapere di avere dato una sorta di ultimatum al «suo» governo iracheno affinché badi a se stesso, nonché di essere disposto, ora, a trattare con tutti – anche con gli insurgent (ma non gli uomini di Al Qaeda) – per trovare il modo di cavarsi dai pasticci.
In tutto questo, il padre che «osa» contemplare la possibilità di perdere le elezioni non ci voleva proprio. Ma a riprova che ormai la nozione della guerra in Iraq come «grave errore» è diventata moneta corrente anche in quelli a lui più vicini c’è stato l’episodio dell’altro ieri, quando Alberto Fernandez, responsabile del Medio Oriente al dipartimento di Stato, intervistato da Al Jazeera, ha detto senza mezzi termini che l’avventura irachena è stata segnata da «arroganza e stupidità». Il suo candore non è piaciuto per niente neanche ai suoi superiori, tanto che il tapino è stato costretto, ieri, a fare un’autocritica stile Cina di alcuni decenni fa. «Rileggendo il testo della mia intervista ad Al Jazeera – ha detto in una dichiarazione scritta (non sentendosela di apparire di persona – mi sono reso conto di avere straparlato quando ho usato quella frase sull’arroganza e la stupidità. Quelle parole non rappresentano né la mia posizione né quella del dipartimento di Stato. Me ne scuso». Ma naturalmente nessuno ha creduto a un problema di «uso delle parole», visto che Fernandez parla perfettamente l’arabo e la traduzione in inglese che l’agenzia Associated Press ha fatto era estremamente accurata.