El gran boycot d’America

Da settimane la radio in spagnolo, la modulazione di frequenza su cui il movimiento del gran marchas si è diffuso nella comunità ispanica, è satura di una sola discussione, el boycot. Il «giorno senza immigranti» fissato per domani, primo maggio – o come mi dice un’organizzatore del sindacato degli impiegati municipali, il «primo vero primo maggio celebrato in questo paese dalla rivolta del Haymarket». Quell’evento in cui morirono socialisti, anarchici e alcuni poliziotti di Chicago non è mai stato ricordato come festa dei lavoratori in America, che invece lo celebra come «giornata dell’ordine pubblico» in onore delle forze dell’ordine.
Domani invece il primo maggio dovrebbe segnare lo sciopero che potrebbe paralizzare buona parte del paese: molti dei 40 milioni di ispanici d’America incrocerà le braccia in dozzine di città e darà così una dimostrazione concreta del contributo all’economia che viene dagli immigrati, molti, circa 12 milioni, «clandestini». Il movimento degli immigrati entrato nella coscienza nazionale con le oceaniche manifestazioni del 25 marzo e poi del 10 aprile in centinaia di città – una pacifica insurrezione che in poche settimane ha alterato la geografia etnica e l’equilibrio politico – è la conseguenza della retorica incendiaria di gruppi di vigilantes anti immigrati come i Minutemen. Avallati da parlamentari opportunisti che alla camera hanno approvato la legge 4437 per la criminalizzazione e la deportazione di massa degli illegali, e per la costruzione di un muro «ufficiale» lungo la frontiera col Messico.
Le bandire messicane in piazza
Le gran marchas sono state una risposta inevitabile e si pongono ora come fatto gigantesco, non solo nella storia dei latinos ma in quella degli Stati Uniti, che mai prima avevano visto esposte le ragioni sociali della sua più grande minoranza con un simile movimento di massa che domani tornerà in piazza con le bandiere messicane e americane e ora anche con un proprio inno, la versione spagnola di quello nazionale in lingua inglese, contro la quale si è scagliato George W. Bush. Un gigante abituato all’invisibilità da generazioni di repressione e dal ricatto dell’«illegalità» risvegliato infine dalla montate marea xenofoba che per molti, per milioni, ha dato siginficato concreto alla massima attribuita a Porfirio Diaz: «Povero Messico così lontano da Dio, così vicino agli Stati Uniti».
Una delle amare ironie della torturata storia fra i due paesi è che Diaz, autocratico populista a cavallo fra ‘800 e ‘900, corteggiò durante 35 anni di governo gli investimenti esteri di grandi oligarchi protocapitalisti americani come Hearst e Doheny e la Standard Oil, nella tradizione di malgoverno corrotto alla base dei malanni atavici della stessa gente che oggi attraversa «la linea». Nell’attuale contesto mondializzato il flusso è in realtà a doppio senso: posti di lavoro massicciamente esportati dal settore privato verso sud, nelle maquiladoras della fascia fronteriza e oltre, incrociano il flusso di manodopera a basso costo importata a Nord. I 12 milioni di immigrati illegali sono la forza lavoro indispensabile di un’economia manifatturiera e di servizio basata sul sotto-lavoro. E che questo venga svolto a Nanjin o East Los Angeles è in fin dei conti irrilevante.
Un esercito globale
Naturalmente quei 12 milioni sono una stima, spesso citata ma di cui nessuno può essere certo. Certamente gli invisibili costituiscono buona parte dei 38 milioni di latinos ufficialmente censiti come resident in Usa – una «nazione transnazionale» , una di quelle entità trasversali figlie della mondializzazione che sono anche una superpotenza economica sommersa.
Stando a cifre della banca mondiale, 175 milioni di emigranti rispediscono a casa un totale di $168 miliardi ogni anno, pari al volume complessivo di tutti gli investimenti esteri ($167 miliardi). Un trasferimento di ricchezza dal mondo industriale a quello in via di sviluppo che è il doppio di tutti gli aiuti umanitari ($78 miliardi). Un esercito globale invisibile che sposta mastodontiche cifre di denaro. Potrebbero essere un miliardo – un essere umano su sei – le persone che in qualche misura ne beneficiano. Il volume complessivo delle rimesse inviate in Messico dalla povera gente emigrata al Norte raggiunge ad esempio la straordinaria cifra di $20 miliardi, seconda solo al petrolio come fonte di guadagno nazionale.
In un paese fondato sull’immigrazione, la storia della California è quella di una stratificazione di successive ondate di invisibili legati a successive fasi di sviluppo capitalistico: i cinesi attirati dalla febbre dell’oro e poi reclutati per il lavoro massacrante della ferrovia intercontinetale, i giapponesi e filippini che accanto ai messicani hanno fornito le braccia per l’agribusiness della Central Valley. Poi i migranti «interni», gli Oakies della disperata fuga dalla dustbowl , quelli di Steinbeck e John Ford. Tutti passati per lo stesso sfruttamento (come documenta in questi giorni la mostra del museo di Santa Barbara Taking Root: a century of migrant workers in California).
Alla gran marcha di Los Angeles gli striscioni proclamavano: «è il nostro Furore». I nomadi sharecropper cantati da Woody Guthrie sono oggi i messicani che aspettano di essere ingaggiati nei parcheggi dei supermercati fai da te pere pulire i giardini dei clienti.
Allo stesso tempo è fuorviante inquadrare il caso dei latinos nel paradigma dell’immigrazione tradizionale. Il censimento del 2000 ha rivelato che la California è uno stato senza più «maggioranza» etnica: i bianchi sono scesi al di sotto del 50% mentre i latinos costituiscono la più grande minoranza (34% della popolazione). Nella zona più popolosa, l’urbanizzazione fra Los Angeles e San Diego, gli ispanici sono ormai circa la metà, i bianchi sotto il 30% col resto composto da afroamericani e asiatici. Per farsi un’ idea del futuro demografico (e della futilità delle fantasie di deportazione) poi basta guardare le statistiche del distretto scolastico che negli asili rivelano una maggioranza latina di oltre il 73%.
L’identità latina di Los Angeles
È un ritorno al futuro: in seguito al trattato di Guadalupe Hidalgo che dopo la guerra del 1846 tolse al Messico i territori di Texas, Nuovo Messico, Arizona e California, i latinos del southwest si sono convertiti in diseredati, stranieri in una terra che avevano abitato da generazioni, i domini spagnoli, ma ancor prima Aztlan la mitica patria ancestrale delle genti mesoamericane. Ecco perché l’identità latina in California (e ancor più in altre zone del Southwest, come il New Mexico dove esistono insediamenti ispano secolari, coevi degli sbarchi di pellegrini in Nuova Inghiletrra) rimane una problematica non risolta. Esacerbata dalle deportazioni forzate attuate durante la Depressione per incrementare l’occupazione bianca, dalle zoot suit riots negli anni 40 quando bande di militari in licenza misero a ferro e fuoco i quartieri di East Log Angeles. Gran parte della cultura urbana latina è così legata a quella dell’emarginazione, delle gang, storiche, generazioniali surrogate identitarie. Il movimento chicano degli anni Settanta tentò infine di rivendicare un’identità politica e culturale negli anni 70 rimanendo però nell’ombra della lotta per i diritti civili dei neri. L’unico movimento sistematico di militanza politica rimane l’ organizzazione dei braccianti agricoli nella Ufw di Cesar Chavez.
Previsto un immenso corteo
Anche quello storico momento impallidisce di fronte alla mole dell’attuale movimento, che dopo l’avvio spontaneo e solidale comincia a mostrare le prime divisioni interne. A Los Angeles. per esempio, i cortei previsti domani sono due: quello di mezzogiorno di coloro che adersicono al boycot (l’iniziativa – appoggiata anche da molti governi centroamericani – prevede anche il boicottaggio economico di prodotti americani) e uno nel tardo pomeriggio indetto dalla fazione che ritiene prematura la dimostrazione di forza.
Allo stesso tempo le oceaniche dimostrazioni di solidarietà fra nativi, immigrati e «clandestini» hanno dato un empowerment senza precedenti agli ispanici d’America. Una solidarietà intergenerazionale sottolineata da Walkout, un film uscito in contemporanea alle proteste studentesche di aprile sugli scioperi organizzati nel 1972 dai liceali di East Los Angeles e che segnarono la nascita del movimento studentesco chicano. Uno dei leader di allora, Moctezuma Esparza, produttore del film con Edward James Olmos, l’ho incontrato il 15 aprile alla testa del corteo studentesco di Los Angeles. «Lo spirito è lo stesso. – mi ha detto – Allora come oggi rivendichiamo una sola cosa: partecipare in questo paese che abbiamo contribuito a costruire a pieno diritto. Noi non possiamo considerare il confine con gli stessi occhi di un americano qualunque. La nostra gente, la mia gente, ha vissuto per generazoni da entrambe la parti di questa linea artificiosa. Non abbiamo attraversato il confine, il confine ha attraversato noi». Per questo sono insufficienti anche le proposte politiche più «illuminate» dibattute a Washington, quelle che come la proposta Kennedy-Feingold prevedono un’amnistia seguita da quote di immigrazione e che si pongono l’assurdo compito di dimostrare un tasso accettabile di «americanità», cercando di fissare l’aleatorio confine fra noi e loro, quelli che parlano inglese e che sanno recitare le capitali degli stati e gli altri. Le famiglie mixed status composte cioé da legali e illegali sono milion. Molti immigrati clandestini hanno figli nati in Usa, mogli col visto sono sposate a mariti sans papier e viceversa, ragazzi portati in America da neonati rischiano la deportazione in paesi di che non conoscono. La partita si giocherà nei prossimi mesi e anni.
La nostra Ellis Island
«Comunque vada – mi dice Alfreo Gutierrez, ex senatore dell’Arizona e coordinatore della marcia del 10 aprile a Phoenix – ormai siamo qui e non si torna più indietro. D’ora in poi questo paese dovrà fare i conti con noi»
Molti intanto torneranno a percorrere il calvario che conduce alla porta di servizo d’America, – «la nostra Ellis Island» come proclamava una maglietta che a Phoenix molti indossavano. E come ha ricordato Sandro Portelli su queste pagine citando Gloria Anzaldua, il «confine piaga». Un confine lungo il quale il terzo mondo si strofina col primo e sanguina, ma per quanto vi si vogliano costruire muri per delimitarlo, non si tratta di una linea ma di un paese, una «nazione» in cui il mondo occidentale e quello in via di sviluppo, il nord e il sud, non solo si toccano ma si compenetrano, inestricabilmente legati da un destino comune. Come sempre di più sarà su questo pianeta dove i nazionalismi hanno sempre meno significato. Domani gli «invisibili» ne daranno una clamorosa prova.