Egitto: un’altra sconfitta neoliberale

Traduzione di l’Ernesto online

*Hedelberto López Blanch è un giornalista cubano. Autore di numerose pubblicazioni, è stato inviato in numerosi paesi africani, in Germania e in Russia e corrispondente di Juventud Rebelde in Nicaragua, dove ha anche lavorato nella redazione del quotidiano Barricada. E’ stato insignito di vari premi giornalistici.

Con gli avvenimenti accaduti nelle ultime settimane in Egitto, si è reso manifesto, una volta di più, che la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) di una nazione non implica il miglioramento dei problemi economici e sociali sofferti da una popolazione e non scongiura i pericoli che derivano dall’applicazione delle politiche neoliberali suggerite dagli Stati Uniti e da organizzazioni finanziarie come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Questo grande paese di millenaria tradizione culturale, principale alleato arabo degli Stati Uniti nel Medio Oriente e che pareva sfruttare la bontà delle politiche neoliberali introdotte nel decennio 90, nascondeva al suo interno una potente “bomba” sociale.

Indignati per le penurie che li colpiscono, milioni di egiziani sono scesi per strada nelle principali città per esigere migliori condizioni di vita e chiedere le dimissioni del presidente Hosni Mubarak a cui non è rimasta altra scelta che accettare la decisione della maggioranza del suo popolo. Nella rivolta sono morte più di 300 persone e a varie migliaia ammontano i feriti.

Dopo una forte crisi finanziaria, a partire dagli anni 90 dello scorso secolo, il paese arabo ha aperto completamente le sue porte all’economia di libero mercato e delle privatizzazioni che ha attratto gli investimenti stranieri e che è andata a beneficio di alcuni settori della popolazione.

Sono sorti nelle città moderni complessi commerciali e residenziali, espressione delle vigorose classi alta e media che popolano le sua metropoli. Ma questo benessere non è arrivato al grosso della popolazione costituita da 84,5 milioni di abitanti.

Secondo il FMI, l’Egitto è la quarta economia del Medio Oriente con un PIL di 217.000 milioni di dollari e i suoi settori vitali sono il turismo e i servizi che rende per il passaggio di più di 40.000 navi all’anno attraverso il Canale di Suez, nella maggior parte petroliere che trasportano grezzo verso l’Europa.

L’Egitto rappresentava per la propaganda occidentale uno dei migliori esempi delle virtù dell’applicazione delle politiche neoliberali di libero commercio, dal momento che negli anni della crisi economica internazionale il suo PIL cresceva di anno in anno.

Nel 2009 il PIL si trovava al 4, 7%, nel 2010 è arrivato al 5% e si prevedeva che nel 2011 avrebbe raggiunto il 6%. Questi numeri confermano che l’aumento del PIL non implica necessariamente la risoluzione dei principali bisogni del grosso degli abitanti, quali sono ad esempio l’accesso alla sanità, all’educazione, alla casa e all’alimentazione, tra le altre cose.

Secondo dati forniti dal FMI, il 40% degli egiziani (34 milioni) vive al di sotto della soglia di povertà con meno di due dollari al giorno, che non bastano neppure per un pasto. I sussidi che concede il governo sono infimi in paragone ai costi della casa, dell’elettricità, della salute, dell’educazione, dell’acqua, ecc.

Come un grande terremoto sociale, tutti questi problemi sono scoppiati in una volta sola.

Dati di BBC Mundo indicano che il deficit di bilancio si aggira attorno all’8% del PIL, l’inflazione è arrivata al 10% e quella dei generi alimentari raggiunge circa il 17%. Per questo motivo, nel 2009 ci furono grandi rivolte al Cairo, Alessandria, Suez e in altre città.

Il debito estero del governo e delle persone che hanno ricevuto crediti aumenta con estrema rapidità, mentre gli analisti e le Organizzazioni Non Governative stimano che la disoccupazione colpisca il 25% della popolazione.

Circa il 12% della forza lavoro lavora in settori collegati al turismo, il che lascia supporre che di fronte all’intensificazione delle rivolte popolari, i problemi per l’Egitto saranno enormi, poiché esso dipende al massimo grado da queste attività.

Le entrate per i servizi turistici avevano raggiunto nel 2009 gli 11.600 milioni di dollari e nel 2010 si pensa che siano stati oltrepassati i 14.000 milioni per l’aumento del numero di viaggiatori, del 23% rispetto all’anno precedente.

Con i disordini e le tensioni attuali, le iniziative delle compagnie aeree e delle agenzie di viaggio legate all’Egitto e alla regione hanno subito una caduta, molti turisti hanno abbandonato il paese e si raccomanda ai possibili viaggiatori di rimandare la visita o di dirigersi verso altri luoghi.

L’altro grave problema per l’economia egiziana, e anche per quella mondiale dal momento che il costo del barile di petrolio ha superato i 100 dollari, è rappresentato dalla minaccia di chiusura del Canale di Suez.

E’ un tratto di 120 chilometri di longitudine che unisce il Mar Rosso e il Golfo di Suez al Mar Mediterraneo e per il quale passa un’importantissima quantità della produzione mondiale di grezzo.

La sua chiusura implicherebbe l’abbandono di questa via marittima dall’Asia all’Europa, e viceversa, e si dovrebbe fare rotta sul Capo di Buona Speranza, vale a dire 9.650 chilometri in più, con il conseguente aumento dei tempi di navigazione e del costo del trasporto.

L’utilizzo del Canale di Suez ha rappresentato per il Cairo un introito di 4.770 milioni di dollari nel 2010, cifra che aumenta ogni anno per la quantità di imbarcazioni che lo attraversano.

Varie compagnie hanno sospeso le operazioni durante le manifestazioni e i disordini, tra esse il gruppo AP Moller- Maersk (la più grande al mondo nel trasporto di container) e le sue filiali Maersk Line, Safmarine e Damco.

Le sollevazioni di massa hanno messo con le spalle al muro la propaganda occidentale che presentava l’Egitto come modello di sviluppo neoliberale e di libero commercio.

Il principale alleato statunitense nel Nord Africa, a cui Washington assegna 1.500 milioni di dollari all’anno in aiuto militare, si trovava sulla punta di un iceberg che sciogliendosi ha portato in superficie il fango della miseria, della disuguaglianza e della disoccupazione che sommerge i suoi abitanti.