Egitto, Sinai fuori controllo

Le autorità egiziane continuano a lanciare messaggi rassicuranti per garantire il proseguimento dei flussi turistici nel Sinai, ma la penisola-polmone dell’economia nazionale resta fuori controllo. Ieri, due giorni dopo i tre attentati nella città di Dahab nel quale sono morte almeno 18 persone, due kamikaze si sono fatti saltare in aria nel nord del Sinai: il primo contro una camionetta della Forza di pace internazionale di interposizione (Mfo) e l’altro contro un’auto di poliziotti. Un terzo attacco è avvenuto contro una stazione di polizia a Belbeiss, a nord del Cairo, ma su quest’ultimo episodio ieri sera si sapeva ancora poco. Non ci sono ancora prove per affermarlo con certezza ma la nuova serie di azioni armate è quasi certamente collegata alle bombe di Dahab, in linea con la strategia degli attacchi simultanei e ripetuti nel corso nei giorni tipica dei «qaedisti» che si ispirano all’organizzazione di Osama bin Laden. Il Sinai, con i suoi turisti occidentali, la sua vicinanza a Israele e alla Striscia di Gaza nonché a paesi arabi come Arabia saudita e Giordania dove sono attive cellule collegate a bin Laden e ad Abu Musab Zarqawi, sta diventando il terreno privilegiato per gli estremisti islamici intenzionati anche a colpire alle fondamenta il regime egiziano alleato di ferro degli Stati Uniti, nonché «poco reattivo» di fronte al dramma dei palestinesi e all’occupazione dell’Iraq.
Secondo la ricostruzione resa nota ieri sera, nell’assalto contro il convoglio nel campo della Mfo di al Gorah, a ovest del valico di Rafah ed a 25 chilometri dalla striscia di Gaza, un attentatore suicida è sceso da un fuoristrada prima di farsi esplodere vicino alla vettura della forza internazionale. Tutti i vetri del veicolo sono andati in frantumi ma è morto solo l’attentatore. Nessun italiano del contingente è rimasto coinvolto. Due militari canadesi del Mfo invece erano stati feriti ad agosto ad al-Gorah, in un’esplosione avvenuta al passaggio del loro autobus. Anche in quel caso l’attacco era avvenuto dopo un attentato, quello di luglio a Sharm el Sheikh. La Mfo è una missione non delle Nazioni Unite, impiegata nel Sinai dopo il ritiro di Israele dalla penisola nel 1982. Vi partecipano undici Paesi sotto direzione americana. Ha il compito di sorvegliare l’applicazione degli accordi fra Egitto e Israele, ponendo un limite a effettivi militari, armamenti e basi nel Sinai. Nel secondo attacco di ieri un altro kamikaze, che era in bicicletta, si è fatto esplodere davanti all’auto del comandante del commissariato di polizia di Sheikh Zowayed, a 20 chilometri da Rafah. Anche in questo caso è morto solo l’attentatore. Poco dopo a Belbeiss, nel governatorato di Sharqeya, uomini armati hanno sparato contro un posto di blocco stradale, lanciando una bomba a mano. Le autorità non hanno fornito dettagli sull’accaduto.
Quest’ultima azione – forse non collegata alle altre due e agli attentati di Dahab – ha riportato alla mente di molti gli attacchi compiuti negli anni ’90, da militanti del Gamaa Islamiyeh contro postazioni militari e della polizia, nonché contro cristiani copti, durante quella che molti egiziani ricordano ancora come il «periodo della guerra civile». Gli esperti lo escludono, a cominciare da Diaa Rashwan del Centro studi strategici Al-Ahram del Cairo, ma sempre più elementi fanno pensare ad una ripresa della lotta armata da parte di cellule uscite dal Gamaa Islamiyeh (che dal 1997 osserva una tregua unilaterale), che potrebbero essersi saldate con «qaedisti» operanti nel Sinai.
Mentre Dahab torna gradualmente alla normalità, il quotidiano Al-Ahram del Cairo ha riferito che gli attentati di lunedì sono stati commessi da tre kamikaze che apparterrebbero a tribù di beduini del Sinai. I loro resti sono stato sottoposti all’esame del Dna. Secondo il giornale, una carta di identita’ è stata trovata sul luogo dell’esplosione a nome di Aid Atta Soliman, un beduino del Sinai settentrionale. Un altro quotidiano, al Akhbar, ha scritto che gli ordigni esplosivi utilizzati nel triplo attentato sono di fabbricazione artigianale. Intanto i beduini temono di dover pagare ancora una volta il prezzo più alto dell’attentato a Dahab. «Se i servizi di sicurezza non trovano nessuno, verranno da noi e ci diranno: o denunciate qualcuno o vi arrestiamo», ha rivelato un commerciante Tarek Saleh che fa parte della tribù più importante nel sud del Sinai. Secondo lui il «governo dovrebbe impiegare dei beduini nella sicurezza perché sono in grado di controllare meglio la regione» e non usare con il loro il pugno di ferro. Lo scorso anno dopo l’attentato a Sharm El-Sheikh, i servizi di sicurezza arrestarono nel Sinai migliaia di beduini, molti dei quali vennero sottoposti a torture e abusi.