Egitto: ribellione e ipocrisia

Traduzione di l’Ernesto online

Mubarak è caduto il 18° giorno della protesta nelle piazze. Il risultato che fino a poco tempo fa risultava improbabile ha scosso i nervi dei mecenati e dei sostenitori della dittatura del “rais” egiziano al di là delle frontiere. L’onda della rivolta scoppiata in Tunisia ha ispirato la decisiva mobilitazione delle masse popolari nel più popoloso paese arabo e principale recettore mondiale di “aiuto” militare USA. La persistenza e l’irreprimibile ampiezza della ribellione popolare, che ha coinvolto praticamente tutto l’Egitto, hanno fatto precipitare la fine della dinastia di 30 anni di potere sfruttatore e corrotto, da sempre allineato con gli interessi egemonici dell’imperialismo nel Medio Oriente e la politica sionista di annientamento del popolo palestinese dei governi che si sono succeduti in Israele. Indipendentemente dall’evoluzione della situazione, che permane incerta, la caduta di Mubarak rappresenta la fine di un’era in Egitto e un rovescio per la strategia di dominazione degli USA e dell’UE.

Va sottolineato il significato straordinario della vittoria della lotta del popolo egiziano, a cui ha contribuito la partecipazione di vasti settori e, particolarmente, delle masse lavoratrici, della classe operaia e della gioventù.

Allo stesso tempo, è importante avere presente i limiti di una vittoria ancora incompleta. Le misure già annunciate dal Consiglio Supremo Militare che ha assunto le redini del potere al Cairo, presieduto dal maresciallo Tantawi – ministro della Difesa di Mubarak – , tra cui il processo di emendamenti costituzionali, il mantenimento del governo repressore, le minacce contro gli scioperi e le “garanzie” espresse a Israele confermano che il vertice delle Forze Armate non si è impegnato a percorrere la strada di una vera transizione democratica e che tenterà di limitarsi a mutamenti cosmetici, mantenendo intatti i pilastri del regime. E’ qualcosa che va incontro alle preoccupazioni – e all’aperta ingerenza – degli USA e delle forze dell’imperialismo che, come si sa, hanno molto da perdere con l’avanzata di un processo di trasformazioni profonde e progressiste in un paese tanto importante negli equilibri regionali e del mondo arabo come è l’Egitto.

E’ in questo quadro che, nel corso delle ultime settimane, la retorica democratica, propagandata da Obama e ripetuta a pappagallo dagli epigoni del sistema, ha raggiunto livelli che sfiorano l’esilarante. L’ipocrisia e la doppiezza degli USA riportano alla memoria il golpe in Honduras del 2009. Tuttavia, la crescente determinazione delle masse nelle strade spiega la confusione che regna a Washington. Gli USA hanno minimizzato le proteste, raccomandando una “transizione democratica”, manifestando la paura che un’uscita troppo rapida di Mubarak potesse “minare la democrazia”. Alla fine – deposto il re, morto il re – il vicepresidente Biden ha voluto precisare che le sue dimissioni rappresentavano un “momento cruciale nella storia mondiale”.

Giocando su vari tavoli, l’imperialismo non ha cessato un momento l’azione tesa a bloccare, diluire e cooptare la rivolta egiziana. La narrazione della “twitterizzazione” e il culto dell’informalità e della spontaneità, largamente diffusi dai media dominanti, sono parte del copione della vasta manovra di diversione. Quanto maggiori sono gli aspetti folcloristici e l’innocuità dell’azione sociale, maggiore è la proclamazione del suo preteso carattere astrattamente rivoluzionario. Pretendere di trasformare la lotta emancipatrice nel semplice cliccare interattivo delle reti sociali non ha niente a che vedere con questioni di comunicazione, ma equivale piuttosto ad abiurare la lotta sociale.

Un’altra è la prospettiva delle masse: proteste, picchetti e scioperi contro i bassi salari e la precarietà si sono succeduti in Egitto in questi ultimi giorni. L’organizzazione politica delle forze progressiste e rivoluzionarie e il suo legame con la lotta a favore delle aspirazioni popolari di giustizia e progresso sociale saranno determinanti sulla via che condurrà ad un Egitto libero, sovrano e democratico. Gli USA digrignano i denti e inviano l’ammiraglio Mullen nella zona. Ma lo spettro della rivolta araba incombe, dal Marocco al Barhein.