Egemonia, non lasciamo alla destra una cosa troppo seria

Un convegno ricco di spunti preziosi quello intitolato “Egemonia. Usi e abusi di una parola controversa”, appena concluso a Napoli-Salerno, dove è stato organizzato dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, le fondazioni Gramsci di Roma e di Torino, il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Napoli e quello di Sociologia e Scienza della politica dell’Università di Salerno.
L'”egemonia” in Grecia è l’istituto politico che nei rapporti fra le poleis indica la preponderanza politico-economica di una di esse, alla quale spetta la guida. Lo Stato egemone dirige la guerra e gestisce i contributi che gli affiliati debbono alla cassa comune della Lega che unisce quel gruppo di città, e nomina i comandanti. La parola è usata da Tucidide: “egemoni” sono gli Ateniesi in seno all’Alleanza contro i Persiani: si intende un potere che trapassa dal piano militare a quello politico. Ma prima di lui il termine si trova in Erodoto, sia con il significato politico-militare, sia con quello più ampio di guida ed indirizzo.

La parola italiana è registrata ai primi del XIX secolo (fra gli autori, Gioberti). Da allora ha compiuto il percorso nel quale via via si intorbidava… Soltanto l’elaborazione di Gramsci fa compiere un salto di qualità sul piano teorico al lemma, non senza i significativi impulsi che troviamo in teorici che lo precedono, segnatamente in Labriola, a prescindere dal ricorso alla parola (l’ha dimostrato Luigi Punzo) o, naturalmente, sul piano extra-italiano, Lenin, che lo riprende da Plechanov, contribuendo a un dibattito importante fra i bolscevichi (come ben documenta il contributo di Anna Di Biagio).

V’è però indipendentemente dalla terminologia marxista, un largo impiego del termine nelle relazioni internazionali, a cominciare dai tedeschi Ranke e Dehio (se ne sono occupati sia Vittorio Dini sul piano teorico, sia Giorgio Carnevali relativamente all’attuale contesto); nell’ambito marxista, proprio sulla scorta delle indicazioni gramsciane (peraltro contestate aspramente da Amadeo Bordiga, come ha mostrato Gianfranco Borrelli), il dibattito sull’egemonia ha avuto fortuna, anche quando per tanti, compresi gli ex-comunisti (pentiti, e pronti a giurare di non esserlo mai stati), Gramsci era diventato un “cane morto”. Eppure, sul piano internazionale negli ultimi decenni il pensiero di Gramsci ha conosciuto un’enorme fortuna, anche tra studiosi che non avevano nulla a che fare con il marxismo o con il comunismo. Egemonia, rivoluzione passiva, blocco storico, cesarismo progressivo e regressivo, società civile… sono diventati patrimonio comune di scienziati politici, filosofi, storici, letterati, rivelando una impensata capacità di fornire contributi rilevanti all’analisi del mondo contemporaneo.

L’accezione gramsciana del termine è stata, nella ventina di relazioni presentate, davvero “egemonica”; anche se – come diversi interventi hanno posto in luce – non mancano oscillazioni nei testi, tanto da lasciar spazio a interpretazioni non sempre univoche: il tragitto è stato ricostruito da Giuseppe Cospito, mentre Giuseppe Vacca ha insistito sulla novità dei Quaderni del carcere rispetto alla precedente elaborazione (ricostruita da Francesco Giasi), dando una lettura del concetto specie in chiave internazionalistica, e Guido Liguori ha con attenzione ripercorso la complessa storia delle interpretazioni date dell’egemonia gramsciana nel corso dei decenni. Anche se la sua connessione con l’economia è forte (l’ha messo in evidenza Alberto Burgio), è fuor di dubbio la dimensione sovrastrutturale del concetto, che si intreccia a questioni come il consenso, il ruolo degli intellettuali, la rinuncia alla coercizione (di qui Pasquale Voza ha costruito un percorso di attualizzazione verso la nonviolenza); interessantissimo il confronto con Croce (di cui si è occupato Salvatore Cingari). Per Gramsci, in sostanza, un gruppo politico o sociale può impadronirsi del potere ed esercitarlo solo se, esprimendo un insieme di valori, esercita l’egemonia sul resto della società, ottenendo il consenso delle altre classi.

Insomma, il convegno ha ribadito che l’egemonia è legata indissolubilmente, nel dibattito pubblico e nella cultura, a Gramsci. Eppure a questa presenza non corrisponde una circolazione reale del concetto fra gli studiosi delle diverse discipline interessate, dalla scienza politica alle dottrine politiche, dalla filosofia alla linguistica, dalle relazioni internazionali alla giuspubblicistica… Sicché mentre questo concetto, così come Gramsci ce lo affida, può essere usato anche prescindendo da lui, essendo diventato patrimonio del pensare, mezzo di penetrazione e di scomposizione nel reale a fini di comprensione, prima che di azione, in Italia l’egemonia è stata, perlopiù una parola maledetta, usata da parte di una destra che ha cambiato varie volte fisionomia per colpire la sinistra. Raoul Mordenti, con grande efficacia, ha mostrato che si intende colpire Togliatti e il suo ruolo nella storia italiana, e io stesso ho ricostruito il dipanarsi di queste polemiche, dalle prime isteriche reazioni all’assegnazione postuma del Premio Viareggio alle Lettere dal carcere di Gramsci (1947), libro che fece scoprire innanzi tutto l’eccezionale tempra dell’uomo, fino ai via via più pretestuosi attacchi della coppia Galli della Loggia-Panebianco sul Corriere della Sera. Ma davvero gli strumenti della produzione e della diffusione culturale sono stati appannaggio della sinistra? Possibile che essa avesse il controllo di testate giornalistiche, cattedre universitarie, editori, radio, televisioni, case di produzione cinematografiche e quant’altro? L’annosa polemica sull’Einaudi, come ho dimostrato (ma se ne sono occupati anche Mordenti e Zanantoni), non ha vero fondamento, anche negli anni in cui i rapporti tra direzione del Pci e vertice della casa torinese furono stretti; in realtà, sempre, fu interesse reciproco conservare l’indipendenza. E la pubblicazione delle opere di Gramsci, usata dai detrattori come una “prova” della cattiva egemonia dei comunisti, con l’occhiuta regia di Togliatti, mostra la lungimiranza sia dello staff editoriale, sia della leadership del Pci, a cominciare dal vituperato Togliatti.

Il Convegno aveva, in definitiva, lo scopo di capire se questo concetto “plurale” (Burgio) – che con Antonio Gramsci trova il suo baricentro, ma che può altresì indirizzarsi verso fecondi confronti con altri pensatori, quali Edward Said (cui è attento Giorgio Baratta) – anche da noi possa riprendere a circolare nel mondo degli studi, dalla linguistica (di cui si è occupato Giancarlo Schirru) alla Scienza politica (a cui si è dedicato Silvano Belligni) e come ci si possa difendere da letture riduttivistiche e volgari: e la risposta è decisamente positiva. Insomma, è ora di dire che l'”Egemonia” è cosa troppo seria per lasciarla in monopolio alla destra più retriva o a un pensiero neocon che, ammantato di liberalismo e modernismo, conduce le sue battaglie, prima ancora che contro il sole dell’avvenire, contro il lume della ragione.