Effetto Iran sulla crociata di Bush

Al potere la seconda generazione della rivoluzione iraniana. Soddisfazione dei paesi e movimenti nel mirino Usa

La vittoria alle elezioni presidenziali iraniane del radicale Ahmadinejad, il primo «laico» non appartenente al clero sciita ad assumere questa carica dal 1981 (dai tempi di Bani Sadr), ex laureato modello della facoltà di ingegneria (specializzato nella risoluzione dei problemi del traffico urbano), ex militante all’università di Tehran ai tempi dell’occupazione dell’ambasciata Usa da parte degli studenti, ex militante dei reparti speciali delle guardie della rivoluzione iraniana, ed attuale sindaco di Tehran, ha suscitato nuove speranze e preoccupazioni nell’area mediorentale e nuovi interrogativi sulle prossime mosse nell’area dell’amministrazione Bush. Se a livello interno il neoeletto presidente iraniano sembra portatore di una agenda che privilegia il welfare e la lotta alla corruzione, sul piano internazionale la sua storia e i suoi discorsi elettorali fanno pensare ad una politica estera assai più «nazionalista» e «ferma» nei confronti delle pressioni statunitensi di quelle del suo predecessore Khatami e questo non potrà che rafforzare tutti quei movimenti e stati che nella regione si trovano nel mirino americano. In un certo senso il «domino» che gli Usa hanno messo in moto con la forza delle armi occupando l’Afghanistan, disgregando l’Iraq su basi etniche e confessionali, minacciando la Siria, premendo sul Libano perché disarmi la resistenza islamica degli Hezbollah e i campi palestinesi e in Palestina cercando di spingere i palestinesi alla guerra civile e di costringere la loro leadership a firmare una resa incondizionata, potrebbe ripetersi, grazie ad un voto come quello iraniano, al contrario creando non pochi ostacoli al dispiegarsi della strategia americana nella regione. Del resto il successo di Ahmadinejad è anche il frutto di una sorta di «incompatibilità» di fondo tra i piani di Bush e gli interessi dell’Iran – al di là della «buona volontà di questo o quel presidente – a meno che Tehran non accetti di diventare un paese satellite di Washington come l’Afghanistan o l’Iraq. Ma nessuno in Iran sarebbe pronto ad accettare un’ipotesi del genere. L’idea di fondo dell’amministrazione Usa, dopo l’undici settembre, è infatti quella della necessità di sottomettere i paesi arabi e islamici della regione in modo che questi siano costretti ad accettare la supremazia Usa sull’intera area mediorentale. In questa strategia, l’Iran della rivoluzione del 1979, con il suo esercito e soprattutto con la sua politica indipendente, viene comunque visto da Washington come un ostacolo sulla strada di un controllo assoluto dell’area e delle sue risorse. Soprattutto ora che si è dotato di missili di gittata superiore ai 2.000 chilometri ed è impegnato in un programma nucleare civile che potrebbe avere sbocchi anche a livello militare. Per il momento Washington ha lasciato la pratica del nucleare iraniano all’Onu e ai tre paesi della Ue (Francia, Germania e Regno Unito) che stanno trattando con Tehran ma più volte negli Usa si è parlato di «differenti opzioni» o si è evocata la possibilità di un attacco israeliano sulla centrale iraniana. In realtà la forza dell’Iran a livello internazionale, al di là della necessità di avere un minimo di deterrenza (l’Iraq è stato attaccato proprio perché non aveva armi di distruzione di massa), non viene certo dal suo esercito ma proprio dal suo ruolo simbolico di sfida ai progetti americani nella regione. Un ruolo che l’Iran ha avuto sin dall’occupazione dell’ambasciata americana a Tehran, iniziata il 4 novembre del 1979 dagli studenti di quelle organizzazioni militanti delle quali faceva parte il nuovo presidente iraniano e durata ben 444 giorni. Pochi anni dopo, nel 1982, le guardie della rivoluzione iraniane inviarono i loro uomini nella valle della Beqaa e qui dettero un contributo non secondario alla nascita di una militante resistenza sciita all’occupazione israeliana e alla presenza delle forze americane e francesi. Resistenza che, con l’aiuto determinante di Damasco, sarebbe poi sfociata nel movimento degli Hezbollah, nel ritiro delle forze nultinazionali e, nel 2000, in quello di Israele dal Libano meridionale. Mahmoud Ahmadinejad fa parte proprio di questa seconda generazione dell’elite rivoluzionaria nata sotto il pugno di ferro dello Shah, prima della rivoluzione khomeinista del 1979, e arrivata alla politica negli anni universitari e soprattutto in quelli della dura guerra con l’Iraq di Saddam Hussein. Una generazione che guarda al messaggio di Khomeini ma che si è formata anche nella consapevolezza della necessità della scienza e delle tecnologie moderne sia per la rivoluzione che per la guerra.

Partendo da queste premesse il nuovo presidente iraniano, se dovesse appoggiarsi alla sua generazione di tecnocrati provenienti dai «guardiani della rivoluzione», potrebbe paradossalmente avviare una trasformazione del paese, del «regime dei chierici», in senso militar-rivoluzionario. Un tipo di assetto statuale che alla fine potrebbe rivelarsi non molto diverso, paradossalmente, da quello perseguito dal premier turco Erdogan a capo dello stato teoricamente più laico della regione.