Effetto federalismo fiscale

Ha offerto ancora un insegnamento del vero e del bello la professoressa Maria Nunziata Terzo confessando di essersi dimenticata di costruirsi una famiglia come «succede a tante professoresse, che si portano il sud nel cuore e insegnano ai bambini del nord a essere italiani». Ha omesso però di aggiungere una constatazione, amarissima: non riuscendoci sempre. Meglio: non riuscendoci più. Pur con una dedizione incurante dei vergognosi stipendi, del prestigio declassato in una società che comprime progressivamente i redditi da lavoro (materiale e intellettuale) e incrementa in misura corrispondente i profitti. Una dedizione eroica. Ne fu prova per una delle sue espressioni più alte, due anni fa, l’impegno profuso da tante professoresse e tanti professori delle scuole secondarie nella battaglia per difendere la Costituzione dalle deturpazioni congegnate da Berlusconi, Bossi e Fini. Una dedizione eroica ma non vincente. E non per carenze delle professoresse e dei professori del sud, o per limiti intellettivi delle scolare e degli scolari del nord. Non vincente per la crisi profonda che attanaglia l’Italia come nazione. Una nazione mai compattatasi, mai del tutto definitasi. Essiccatasi idealmente, frammentatasi socialmente. E, oggi, in via di dissolvimento.

Competizione fra regioni
Oggi che impazza nella sua versione fiscale il federalismo come forma di stato da sostituire a quella tramandataci dal Risorgimento e si estende l’ideologia che lo sostiene. Nessuno ne ricorda l’origine, la matrice. Si nasconde l’interesse di classe che la muove. Ci si astiene rigorosamente dal prefigurarne le ricadute, di delinearne i beneficiari e i danneggiati. Si racconta la favola della competizione tra le regioni che il federalismo attuato innescherebbe e dei vantaggi che produrrebbe…in virtù della prova che finalmente potrebbero dare i titolari degli organi regionali di spesa delle loro virtuose, oculate e proficue capacità di erogazione delle risorse. Nel silenzio cupo, non si sa se dettato da insipienza o da connivenza, certamente irresponsabile, dei presidenti di regione del Mezzogiorno (meno quello della Sicilia), molto attenti all’incremento certo e consistente del potere che otterrebbero individualmente, molto meno sensibili alla quantità complessiva delle risorse che sarebbero destinate al territorio regionale. Addirittura indifferenti alla compressione che si attuerebbe dei diritti sociali e civili nelle regioni meridionali di cui verrebbero finanziati solo i «livelli essenziali» delle prestazioni pubbliche necessarie per garantirli. Il che incrinerebbe non poco i principi della solidarietà sociale e dell’eguaglianza sostanziale, inscritte nella Costituzione della Repubblica, la cui efficacia normativa risulta attenuata, compressa, sminuita, se non addirittura rinnegata, dalla riforma del Titolo V della stessa Costituzione. Riforma che i partiti dell’Ulivo, con l’esclusione della sinistra «estrema», elaborarono e votarono nel 2001 per l’idiota furbizia di sottrarre voti alla Lega. Che non ne perse neanche uno, li ha incrementati nell’aprile scorso, è ora al governo e di quella riforma pretende l’attuazione. Con le tante e gravi lesioni che inciderebbero profondamente sulla qualità della democrazia italiana, sulla identità della Repubblica.

La legittimazione della differenza
Le riassume la formula «livelli essenziali». Ne è del tutto evidente l’indeterminatezza, l’elasticità, la disponibilità a qualsiasi graduazione. Certa è, invece, l’unica e perversa funzione: quella di legittimare la differenziazione delle prestazioni in materia di sanità, assistenza e istruzione tra le regioni a seconda della loro capacità fiscale. Si risponderà dicendo che la differenziazione tra Centro-Nord e Sud c’è già. È vero. Ma non è difficile capire che legittimarla è diverso dal constatarla. Specie se, per averla constatata, si dispone che è compito della Repubblica rimuoverla. E non si obietti che la riforma del 2001 prevede un fondo di perequazione per le regioni con minore capacità fiscale e la destinazione di risorse aggiuntive a fini di coesione e solidarietà sociale e di rimozione degli squilibri economico-sociali. Perché il fondo di perequazione si risolverà nel finanziamento dei suddetti livelli essenziali, cioè del minimo delle prestazioni. Le risorse aggiuntive saranno determinate volta a volta, con contributi iscritti nel bilancio dello stato, quindi con la legge finanziaria, votata anno per anno, dai due rami del Parlamento, ovviamente a maggioranza. Cioè col quorum ordinario, che, già a Costituzione invariata, comporta la prevalenza numerica dei parlamentari del Nord. Una prevalenza aggravata con la creazione del Senato delle regioni, nel quale questa prevalenza si istituzionalizzerà, perché è proprio il fondamento regionale che ne definirà la composizione, il ruolo, gli interessi che sarà chiamato a tutelare. E che si rifrangeranno nella sua rappresentatività, come in quella di uno specchio rotto. Si tradurrà nella rappresentazione di un conflitto permanente tra le 12 regioni ricche e le 8 regioni povere, conflitto che occulterà mistificando ogni altro. Sgretolando ogni anno qualche pezzo di unità nazionale, di solidarietà politica, economica e sociale, di eguaglianza formale e sostanziale. Con questo inizio la cosiddetta «legislatura costituente» rivelerà se stessa.