Edoardo Sanguineti: Non perdono chi lascia l’ impegno

Sanguineti: «Calvino egoista. Olivetti, solo un capitalista»

Intervista al fondatore del Gruppo 63: «Noi scrittori siamo tutti politici. Io sono rimasto fedele al materialismo»

Non si può dire certo che, parlando di impegno e letteratura, con Edoardo Sanguineti ci troviamo su una strada periferica. Perché su quella via Sanguineti ha cominciato nel ‘ 65 (con un libro intitolato Ideologia e linguaggio) e da allora tutto quel che scrive, poesia narrativa critica, converge a illuminare questo nesso. Anzi questa «unità dialettica», per usare le sue parole. Premessa teorica, ma neanche tanto teorica: «Al centro – dice – c’ è l’ idea che ogni comunicazione umana anche non verbale ha sempre un contenuto ideologico: non c’ è che politica a questo mondo, nel senso complesso della parola, che comporta una visione dell’ uomo come animale sociale». Dunque, il rapporto politica-letteratura è, per Sanguineti, un rapporto più che simbiotico: «Qualunque scrittore, lo voglia o no, è militante». A maggior ragione uno scrittore d’ avanguardia, come si dichiara ancora oggi Sanguineti: «L’ avanguardia è sempre mossa da una tensione anarchica, in senso anche politico. E’ rifiuto dei principi e fine dei modelli, inaccettabilità, rivolta contro lo stato presente della cultura, della società, della storia». Questo fu il Gruppo 63, di cui Sanguineti è stato il caposcuola non solo teorico: «Certo, l’ avanguardia non comporta esiti diagnostici compatti. Brecht e Pound, che si possono dire scrittori d’ avanguardia, finirono per impegnarsi politicamente in senso opposto pur partendo da una critica del presente». Pure il Gruppo 63 aveva componenti diversissime. «Eravamo legati dall’ essere contro più che da affermazioni comuni: eravamo in dissenso con la tradizione ermetica, con il neorealismo… Ma questo dissenso non aveva risposte omogenee o convergenti». Il gruppo infatti si «suicidò» ben presto, con il ‘ 68 e con l’ emergenza della politica: «Ognuno andò per conto proprio. Io ero materialista storico e lo sono rimasto, amavo poco il sessantottismo, lo vivevo come un movimento anticomunista, che voleva liquidare i sindacati e il partito comunista. Mi pareva l’ aggressione di giovani piccolo-borghesi che poi infatti sarebbero finiti tra terrorismo e berlusconismo. Così cominciai a dialogare con il Pci». Iscritto? «Non sono mai stato iscritto a niente salvo l’ anagrafe. Ho militato in maniera anche molto istituzionale, ma per brevi periodi. Feci sempre le campagne elettorali. Acquisii una buona fama come uomo di comizio oltre che di dibattito. Direi che da allora ho fatto tanti comizi quante lezioni universitarie». Sanguineti non volle più saperne del partito quando Occhetto decretò la morte del Pci e portò a battesimo il Pds: «In quel momento il partito diventava un partito d’ opinione e non più di classe, abbandonava il principio del comunismo e cessava di presentarsi come interprete del proletariato». Rimase Rifondazione: «Nelle buone intenzioni è rimasto il partito di una classe. Ma oggi non rappresenta le istanze del proletariato in maniera adeguata. Non mi identifico nella sua strategia complessiva». I leader comunisti più apprezzati? «Il problema non era il rapporto con una classe dirigente, ma con la classe operaia: una questione di prospettiva generale. La rappresentanza politica di quella classe era comunque credibile». Che cosa apprezzava in Togliatti? «In una democrazia fondata sulla Costituzione, non mostrò mai nessuna indulgenza verso i massimalisti astratti, sapeva bene che non era più un momento rivoluzionario ma una fase di cortine di ferro e di guerra fredda. C’ era in lui l’ idea di una sorta di compromesso storico, lo stesso da cui nacque la Resistenza e la Repubblica». Ci furono intellettuali italiani che abbandonarono sin dal ‘ 56. Calvino, per esempio: «Sottrarsi mi pareva molto egoistico e limitato: la storia è durissima, non puoi illuderti che mettendoti alla finestra hai finito di impegnarti. Successe quel che accadde con Vittorini, di cui ho molta stima e simpatia: appena ruppe con Togliatti corse a collaborare con La Stampa. Tutti abbiamo il nostro “io” da coccolare, ma ci sono molti modi più efficaci e divertenti che levare il dito contro la storia. Una buona dose di pessimismo storico già allora, come oggi, non avrebbe fatto male. Secondo questa logica finiremmo per essere tutti berlusconiani». Berlusconiani? «Berlusconi ha dichiarato che ci vuole l’ ottimismo della volontà, solo che la sua volontà è quella di chiudere gli occhi di fronte a tutto: è tipico della destra reazionaria rubare tutte le parole d’ ordine possibili. E’ una vergogna sostenere che non c’ è democrazia se non ha la forma americana: una menzogna che grida vendetta». E questo cosa c’ entra con la scelta di Calvino? «Non bisognava lasciarsi distrarre. Durante la guerra fredda, se certi equilibri cadevano, la guerra diventava calda». Ma l’ opera di Calvino, dopo l’ uscita dal Pci, si è anche progressivamente allontanata dall’ impegno? «Diciamo che si disinteressò di politica, però il contenuto ideologico nei suoi testi rimane fino in fondo, anche in quelli più apparentemente ludici». Anche in un grande «goliarda» come Umberto Eco, partito dalla neoavanguardia, rimane l’ impegno? «Quando lo conobbi, nel collegio universitario di Torino, era responsabile regionale di Azione cattolica. Queste radici in lui non si sono mai perse del tutto, nonostante il notevole impegno a laicizzarsi e a impegnarsi politicamente. Nel ‘ 68 si candidò nel Psiup, ma negli ultimi tempi mi sembra diventato più prudente». La fase della semiotica applicata ai mezzi di comunicazione aveva una dichiarata intenzione demistificante e quindi contestativa. «Si è molto equivocato su questo. L’ attenzione di Barthes ai miti d’ oggi era sì fortemente contestativa. In Eco c’ era invece una evidente simpatia e fascinazione per i mass media. Tutto ciò non mi impedisce di consentire con lui su tante cose. L’ unica polemica con lui fu a proposito del Pendolo di Foucault ». Può sembrare curioso che un intellettuale come Sanguineti, che vive nel nesso impegno-letteratura, non si sia ritrovato al fianco di Pasolini. Ma in realtà si tratta di due temperamenti antitetici: «Pasolini detestava la civiltà dei consumi per nostalgia verso il mondo preborghese: secondo me cercare la borgata o gli inni friulani era una fuga. C’ è un anticapitalismo reazionario: il Papa o un monarchico possono benissimo essere disgustati dalla globalizzazione. Il fatto, secondo me, è che le contraddizioni del capitalismo esplodono proprio con la globalizzazione perché il capitalismo non è più in grado di gestire il mondo se non attraverso conflitti bruti». Sembra che la cultura abbia perso la capacità di proporre qualcosa di alternativo. Sul piano culturale, l’ egemonia della sinistra in Italia è ancora viva? «Effettivamente nel dopoguerra si stabilì un’ egemonia culturale del Pci: ma se l’ è meritata. L’ Italia del dopoguerra era un Paese clerical-rurale e il Pci seppe elaborare una coscienza di classe collettiva: un lavoro gigantesco, la cui seduzione su molti intellettuali era irresistibile. La destra ne paga ancora oggi le conseguenze. Si possono tirar fuori centinaia di scrittori dimenticati, ma non si riesce a scalzare l’ opera di democrazia svolta dal Pci, anche se oggi Marx lo leggono solo i capitalisti, come dimostra un recente sondaggio in Inghilterra». In Italia, un tempo, persino gli olivettiani leggevano Marx: «Quello di Olivetti era solo una forma di capitalismo più avveduto, più sensibile e non di pura rapina. Fortini era un anticomunista viscerale, checché ne dicesse, era un moralista alquanto immorale. Volponi, certo, era un uomo di sinistra. Ma contesto il fatto che l’ Olivetti fosse un covo di rivoluzionari. A Olivetti, scherzando, si potrebbe rivolgere quella battuta di Fracchia: “Com’ è umano lei…”. Personalmente non avrei mai lavorato per Olivetti solo perché era meglio di Valletta. Tutto sommato, al peggio non c’ è limite». Oggi che cosa resta dell’ avanguardia e di quel tipo di impegno? «Si può mantener fede a quei principi, sviluppandoli con soluzioni anche molto lontane da quelle di partenza». Avanguardista a vita? «Non si può rimanere niente a vita. Io posso essere stato stalinista o filocinese. Non si tratta di replicarsi o mantenersi immobili. Negli anni 50 ho scritto Laborintus. Era giusto per quegli anni lì. Così come Capriccio italiano era un libro degli anni 60. Ma ho già detto che il mio difetto è l’ ostinazione: sono rimasto freudiano, materialista storico, avanguardista perché per il momento non ho trovato niente di meglio».