Ed è subito Cosa rotta

Purtroppo bisogna fare i conti con la realtà. E la realtà indica che dentro i quattro partiti della sinistra ognuno ha la sua buona dose di problemi già per far digerire l’unico, vero obiettivo possibile: la “federazione”. Paolo Ferrero, ministro per la Solidarietà, è uomo di grande sincerità. Con poche e cordiali parole, a Panorama dice tutta la verità sulla Cosa rossa, sebbene sia tra i leader di quel Partito della rifondazione comunista che, con Fausto Bertinotti, sta guidando il tentativo di unità della sinistra radicale. Percorso ad handicap, anziche nò.
Già, perché il Pdci di Oliviero Diliberto, la Sinistra democratica di Fabio Mussi, i Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio e il Prc di Franco Giordano escono dall’8 e 9 dicembre con simbolo e generalità comuni (nome: «la sinistra»; cognome: «l’arcobaleno»). Ma quello che manca è un progetto politico condiviso. Lo dimostra la frattura, eclatante, di martedì 11 dicembre sulla nuova legge elettorale, con il Prc da un lato e il resto della sinistra dall’altro. Pronti, via: siamo subito alla Cosa rotta.
Già domenica, sopra il palco, ogni segretario andava per la sua strada politica. E sotto il palco si alternavano gli sbandieratori di questo o quel partito a seconda del leader che declamava. Bandiere unitarie? Manco una traccia.
«A prendere una sala da 5 mila persone e riempirla ci riusciamo» sottolinea Ferrero, «il problema è far parlare alle persone una lingua simile. E ho notato che la gente in platea già discuteva animatamente». Il che, durante una festa annunciata, è perlomeno un segnale negativo.
Finanche gli applausi sono stati disomogenei: pure per Pietro Ingrao che chiedeva «di fare presto con l’unità». Ma un minimo di sintesi politica l’hanno prodotta soltanto Giordano e Mussi, i più interessati al progetto, l’uno per il sol dell’avvenire di Rifondazione, l’altro per salvare Sd dall’eclissi totale.
E se Bertinotti tace, per lui parla il vicepresidente del Senato Milziade Caprili. Le sue proposte sono nette: «Serve un’effettiva cessione di sovranità da parte dei partiti. Bisogna organizzare al più presto un organismo decisionale unitario, composto da metà rappresentanti dei partiti e metà delle associazioni, metà uomini e metà donne. E ancora: il simbolo dovrà essere comune in tutte le elezioni e bisogna unire i gruppi parlamentari in Parlamento». Programma vasto, forse troppo.
E però sulla stessa linea è Nichi Vendola, leader in pectore secondo Bertinotti. Ma Vendola non lo vogliono né i Verdi («E un discorso che non esiste» dice Angelo Bonelli) né i Comunisti italiani, con Diliberto che aveva addirittura abbandonato il tavolo delle trattative («Vendola non parla: o ci date pari dignità o molliamo tutto»), prima di ottenere uguale visibilità per il sindaco di Gela Rosario Crocetta. È la sinistra, bellezza.
Verdi e Pdci hanno seri problemi interni. Nel Sole che ride c’è la fronda nascosta di veneti e lombardi: il loro capo Marco Boato, molto corteggiato dai veltroniani Ermete Realacci ed Edo Ronchi, pensa di formalizzare al consiglio federale del partito un ordine del giorno per chiedere lo stop alla Cosa rossa. Nel Pdci la rivolta è guidata da Marco Rizzo, che chiede di mantenere falce e martello nel simbolo; se alle amministrative di primavera non ci saranno, Rizzo attaccherà la segreteria di Diliberto, scissione o meno.
«Non entro nei dettagli, però mi pare chiaro che tenere uniti tutti e a tutti i costi può risultare controproducente» spiega Ferrero, che la pensa diversamente da Vendola. «Sono in disaccordo con chi spinge l’acceleratore verso il partito unico. Corriamo il pericolo di far saltare anche la federazione.
La mia proposta è di mantenere il tesseramento ai singoli partiti e di lasciare la libertà, a chi vuole, di iscriversi anche o solo all’arcobaleno».
Il ministro non esclude nemmeno che tornino ad affacciarsi, accanto all’arcobaleno, i «singoli simboli di partito».
Fatto sta che gennaio sarà decisivo. Per esempio, Pecoraro Scanio vuol capire, grazie a sondaggi riservati appena commissionati, se la sinistra «vale davvero il 15 per cento dei voti», come ha sostenuto un suo consigliere, Francesco Borrelli. Che a sua volta ha annunciato a Raffaele Tecce del Prc liste comuni soltanto per le regionali «perché alle provinciali non conviene a nessuno».
Soprattutto, a gennaio si capirà quale destino avranno il governo e la nuova legge elettorale per le politiche, la discriminante per la Cosa rossa. Se restasse il «Porcellum», nascerebbe monca di Verdi e Pdci. Se fosse tedesca, si arriverebbe tutt’al più a un cartello elettorale. Per battezzare il partito unico Bertinotti ha un’unica possibilità: il sistema spagnolo. Per questo il leader comunista ha scelto di stare dalla stessa parte di Veltroni e Berlusconi. Non certo da quella di Prodi.