Ecuador, stato d’emergenza contro la lotta indigena

Forse il presidente Alfredo Palacio pensava che si sarebbero stancati. Poi, quando ha capito che gli indigeni mobilitati dal 15 marzo non avrebbero ceduto, ha decretato lo stato di emergenza e ordinato le maniere forti per rimuovere i blocchi stradali. Il risultato sono una trentina di arresti e più di cento feriti fra gli aderenti della Conaie, la Confederazione indigena ecuadoriana che ha lanciato il levantamiento contro il trattato di libero commercio fortemente voluto da Washington, ma anche contro la società petrolifera Oxi e contro il Plan Colombia.
La connessione fra Oxi – meglio nota come Occidental Petroleum Corporation – e Plan Colombia non è una novità. La presenza della compagnia in Ecuador risale al 1982 ma è nel 2000 che la Oxi, tramite uno dei suoi principali azionisti, il vicepresidente di Clinton, Al Gore, riesce a far passare il rifinanziamento del Plan Colombia per spianare la strada alle «urgenti riforme orientate ad aprire l’economia agli investimenti legati all’industria del petrolio» come si legge nell’Alliance Act approvato dal Congresso statunitense. E il sottosuolo del Paese, purtroppo per l’Amazzonia e per le popolazioni che ci abitano, è ricco di giacimenti ancora inesplorati su cui le compagnie di mezzo mondo vogliono mettere le mani.

Il bellissimo Paese sudamericano affacciato sul Pacifico è da anni oggetto d’interessamento da parte del gotha dell’industria del petrolio. In Ecuador le compagnie hanno dato il peggio di sé, incuranti del fatto che stavano operando in una delle zone più ricche di biodiversità del pianeta. La loro politica dissennata ha condotto all’estinzione di numerosi popoli e, ovviamente, ha suscitato la rabbia dei sopravvissuti che nel corso degli ultimi anni si sono organizzati, collegandosi sia con gli ambientalisti del Nord del mondo sia con le reti indigene di tutto il continente, dai Navaho del Nord-america – che finanziano gli indios amazzonici con i proventi dei casinò – ai popoli nativi brasiliani e boliviani. Come in Nigeria, anche qui la scoperta del petrolio non solo non ha portato il benessere promesso ma, al contrario, ha devastato le terre delle popolazioni locali, avvelenando i loro fiumi e rendendo sterili i terreni agricoli. Non è un caso che siano stati proprio i siona, i secoya, i cofan, gli huaorani e i kichwa dell’Ecuador a trascinare in tribunale la Texaco per il processo del secolo (ancora in corso) e che siano state proprio le mobilitazioni indigene a provocare la destituzione di Lucio Gutiérrez, l’ennesimo presidente eletto a furor di popolo e a furor di popolo scacciato dopo avere tradito il suo mandato in nome degli interessi di Washington.

La decennale lotta delle comunità indigene della foresta si salda con quella contro l’ennesimo trattato di libero commercio già sottoscritto da Colombia e Perù e in dirittura d’arrivo – i negoziati ufficiali si sono aperti ieri a Washington e dovrebbero concludersi all’inizio di aprile. Ecco spiegata la fretta di Palacio – un presidente di transizione salito al potere dopo la cacciata del suo predecessore – e del suo ministro dell’Interno Felipe Vega, che ha dichiarato di aver deciso di proibire ogni manifestazione e di lanciare il coprifuoco in cinque province soltanto dopo che ogni altra opzione era fallita. Invece di bloccare le strade, ha dichiarato il ministro, «gli indigeni dovrebbero raccogliere firme per un referendum abrogativo» che, ovviamente, si terrà dopo l’adesione di Quito al trattato.

Ma gli indigeni non ci stanno: sanno bene che il trattato porterà solo a un peggioramento della vita dei poveri e dei contadini – per la maggioranza indigeni – con aumenti dei prezzi che, solo nel settore alimentare, potrebbero aggirarsi intorno al 70 per cento. Per questo, mentre cibo e benzina già cominciano a scarseggiare a causa dei blocchi stradali Gilberto Talahua, uno dei leader della Conaie, dichiara che la protesta continuerà e chiama tutte le organizzazioni sociali a mobilitarsi a fianco degli indigeni per difendere la sovranità del Paese. Alla comunità internazionale la Conaie chiede invece di denunciare le violazioni dei diritti umani che le forze di sicurezza stanno perpetrando in queste ore contro delle proteste pacifiche e non violente.