Ecuador, il sacco petrolifero non ferma la resistenza india

«Le prime imprese petrolifere che arrivarono in Ecuador dissero agli amministratori che avrebbero aiutato il governo a ripulire il terreno da quella sostanza oleosa che ogni tanto fuoriusciva. E, siccome avevano a cuore l’Amazzonia, promisero che l’avrebbero fatto gratis, senza pretendere nulla in cambio». Esperanza Martinez racconta così, a un’affollata platea che riempie la Piccola Protomoteca del Campidoglio, l’arrembaggio delle corporation alle ricchissime risorse naturali del suo Paese. Appoggiata alla bandiera a scacchi arcobaleno degli indigeni – la stessa che sventolava un vittorioso Evo Morales e che ha ispirato quella pacifista – la fondatrice di uno dei più agguerriti gruppi ambientalisti del Paese, Acciòn Ecologica, racconta una storia di sfruttamento ma anche di resistenza condotta dai popoli che, per millenni, hanno convissuto e protetto una delle zone più ricche di risorse naturali della terra, l’Amazzonia ecuadoriana.
L’occasione per incontrarla è stata la presentazione avvenuta ieri della versione italiana de Il sangue della terra curato da A Sud e pubblicato da DeriveApprodi con il patrocinio della Regione, della Provincia e del Comune di Roma (presenti infatti Monica Cirinnà, Filiberto Zaratti e Angelo Bonelli), e con i buoni auspici di Gianni Minà direttore della rivista Latinoamerica. Il libro, che nella versione italiana soffre un’impaginazione che ha un po’ ridotto la leggibilità delle mappe, è un vero e proprio Atlante geografico del petrolio – come recita il sottotitolo – mirato a illustrare il comportamento delle multinazionali e la resistenza indigena nell’Amazzonia ecuadoriana, ed è frutto di un lavoro decennale condotto anche con il sostegno delle organizzazioni internazionali e nazionali con cui Acciòn Ecologica Ecuador si è coordinata: da Oilwatch all’italiana A Sud passando per la Conaie, la federazione delle popolazioni indigene ecuadoriana.

Perché dedicare un intero e dettagliatissimo studio al piccolo Paese latinoamericano è presto detto. Con la sua incommensurabile biodiversità animale e vegetale l’Ecuador dovrebbe essere fra i paesi più protetti nell’interesse dell’umanità ed è invece stato lasciato in balia di corporation senza scrupoli provenienti da tutto il mondo, che proprio in quel paradiso naturalistico hanno provocato le peggiori devastazioni. Il che non deve stupire considerando la bassissima considerazione di cui godono le popolazioni indigene alle quali, ancora nel 2001, l’Eni offriva utensili da cucina e palloni in cambio di concessioni petrolifere e della firma di un documento in cui le comunità locali si dichiaravano uniche responsabili di eventuali danni ambientali. Ma non bisogna credere che l’azienda italiana, titolare del blocco 10 attraverso la sua filiale Agip Oil, sia più cattiva delle altre. In Ecuador sono presenti moltissime imprese petrolifere, dalle più grandi – come le statunitensi – a quelle meno note – europee, cinesi, canadesi e perfino latinoamericane – tutte accomunate dal disprezzo per i popoli che abitano la regione come i kichwa, gli achuar, i shuar e i zapara, solo per citare i principali gruppi, che si sono visti devastare le loro terre senza avere in cambio lo sviluppo promesso. Al contrario l’irruzione delle compagnie è sempre accompagnata dalla corruzione – per dividere le comunità – dall’impiego massiccio dell’alcol e, quando non basta per piegare l’opposizione, dalla militarizzazione del territorio.

Grazie al diabolico meccanismo del debito – grandi prestiti impossibili da rimborsare che sono serviti soltanto a finanziare lucrose commesse per le compagnie occidentali – l’Ecuador ha dovuto imboccare il modello di sviluppo imposto dalle agenzie di credito internazionali basato sullo sfruttamento indiscriminato del sottosuolo perfino nelle riserve naturali, nel totale disprezzo della Costituzione che garantisce alle popolazioni originarie il diritto sulla propria terra. Un disprezzo che arriva perfino ad aggirare le decisioni di organismi ben poco inclini all’ambientalismo, come nel caso della costruzione del Crudo Pesados, un oleodotto da 500 chilometri che attraversa aree sismiche, vulcaniche e di grande importanza ecologica e che per questo era stato bocciato dalla Banca Mondiale.

Ma l’Atlante geografico del petrolio non è soltanto un lungo elenco di sconfortanti distruzioni – ancor più sconfortante, a questo proposito, è il capitolo dedicato ai lotti ancora da appaltare, situati in riserve naturali – quanto una mappa appassionante e dettagliata di un movimento di resistenza nato fra popoli che, dopo cinquant’anni di sfruttamento petrolifero, si trovavano letteralmente sull’orlo dell’estinzione. Dalle numerose e affascinanti storie raccontate in questo libro si evince che le comunità non solo sono riuscite a sopravvivere arginando l’invasione dell’alcol e recuperando la dignità delle proprie radici, ma si sono organizzate, hanno imparato a utilizzare i più moderni strumenti di lotta – i computer, le telecamere, le macchine fotografiche – per collegarsi al più vasto movimento indigeno che si sta rivelando una delle forze più vitali e radicali del Sud America. Sono proprio i nativi dell’Ecuador ad avere trascinato in tribunale la Texaco per le devastazioni ambientali provocate in 28 anni di attività che hanno condotto all’estinzione totale dei tetetes e dei sansahuari e alla miseria di molti altri popoli. Un processo senza precedenti che vede 30 mila rappresentanti delle popolazioni amazzoniche citare in giudizio una delle più grandi multinazionali planetarie dell’oro nero.

Altra storia degna di nota è quella della lotta dei sarayaku contro una compagnia argentina decisa a sfruttare il blocco 23. In Ecuador, a differenza del Brasile amazzonico, i diritti degli indigeni e il loro ruolo nella difesa della foresta sono riconosciuti formalmente, e in particolare quelli dei Sarayaku con i quali, nel 1989, Quito ha firmato un accordo per delimitare il loro territorio ancestrale e preservarlo dallo sfruttamento petrolifero. La foresta amazzonica nel nord del Paese è stata distrutta dalle trivellazioni, e le popolazioni che abitano nel bacino del fiume Bobonaza non vogliono saperne di catrame, pesci morti e alberi abbattuti. Dopo parecchi anni, però, mentre il governo metteva all’asta nuove concessioni l’accordo era ancora lettera morta. I Sarayaku decidono allora di marciare sulla capitale per vedere riconosciuta formalmente la proprietà collettiva e per ottenere l’ufficiale demarcazione delle terre che finalmente, nel 1992, vengono dichiarate «per diritto legale e ancestrale» appartenenti al popolo della foresta. L’importante vittoria politica garantisce però una pace di breve durata. Nel 1996 il governo ecuadoregno dà in concessione alla Compania General de Combustibles (Cgc) il blocco 23, una zona che fa parte del territorio del Pueblo Kichwa de Sarayaku, denominazione ufficiale dell’organismo di governo che, pochi anni prima, era riuscito a ottenere l’importante riconoscimento. Marlon Santi, presidente del Consiglio dell’organo di governo Sarayaku sa bene che per difendersi occorre dispiegare tutte le risorse di cui si può disporre: dalla pressione politica locale a quella internazionale, dalle alleanze con le altre comunità della foresta al gioco di sponda con gli ambientalisti del Nord del mondo. Affida a un paio di uomini il compito di comperare una telecamera e di studiarne il funzionamento, e poi li mette di vedetta. Sa bene che la parola di un indio vale zero contro quella dei padroni delle corporation, e si sbraccia per convincere i suoi che «imparare a documentare ciò che avviene fa parte integrante del consolidarsi della lotta», come ha dichiarato in una recente intervista. Grazie a questo piccolo espediente, i Sarayaku riescono a ottenere, per la prima volta al mondo, la documentazione filmata dell’inizio di una “invasione” petrolifera e costringono i dirigenti della Cgc – e il governo – a trattare. La lotta non è ancora finita ma, fino a questo momento, le trivelle hanno risparmiato la valle del fiume Bobonaza.