Ecuador, agli Usa non piace

La Rice, perso il suo uomo Gutierrez, detta la linea e non ha ancora riconosciuto il governo
Le prime nomine Il fresco presidente Alfredo Palacio ha nominato il suo governo. Gli antecedenti e le dichiarazioni dei ministri dell’economia e degli interni non sembrano male. Ieri calma a Quito

C’è grande preoccupazione in America latina, (soprattutto) negli Stati uniti e anche in Europa per l’evolversi della situazione in Ecuador dove la rivolta popolare culminata mercoledì con l’esautoramento del presidente Lucio Gutierrez e con la nomina, giovedì, di Alfredo Palacio, il suo vice ma in aperta rottura, quale nuovo presidente della repubblica. Preoccupazione logica, perché in Ecuador e in America latina da un po’ di tempo in qua i presidenti saltano come birilli, ma simmetrica (gli Usa, ad esempio, non si mostrarono così preoccupati nell’aprile 2002 quando per 48 ore fu rovesciato il venezuelano Chavez o nel gennaio del 2004 quando toccò all’haitiano Aristide).

Sta gli Usa, per bocca della disinvolta Condoleeza Rice, ha già preteso di dare la linea all’Ecuador – esortando a una soluzione costituzionale e a elezioni anticipate – e ritardando – finora – il riconoscimento formale del nuovo governo. Anche l’Unione europea è «fortemente preoccupata» e si augura ovviamente «un rapido ritorno alla legalità costituzionale».

Ma anziché chiedersi come mai tanti presidenti dell’America latina cadano così in basso da finire per dover fare fagotto prima del tempo, tutti o quasi, e specialmente gli Stati uniti, l’unica cosa che auspicano è il rispetto della democrazia formale e la conferma delle linee di politica economica che sono la causa di quelle cadute.

Non solo la procedura che ha portato all’esautoramento di Gutierrez – dichiarato decaduto mentre era ancora a palazzo «per abbandono del governo», da un parlamento riunitosi in seduta straordinaria in un ambiente diverso da quello deputato – ma anche la nomina dei nuovi ministri da parte di Palacio ha sollevato le preocupazioni esterne, di governi e «mercato».

Palacio ha scartato l’ipotesi sia di andare a elezioni anticipate (e di dissolvere il Congresso) sia di andarsene prima della scadenza naturale del mandato di Gutierrez, il gennaio 2007. Ha lasciato la porta aperta invece a un’assemblea costituente, rivendicata a gran voce dalla rivolta popolare. Ma soprattutto ha nominato ministri alcuni tecnici (non affiliati agli squalificatissimi partiti) che suscitano l’inquietudine o, a scelta, speranza.

Il ministro dell’economia, ad esempio. Rafael Correa, un’economista che insegna all’università San Francisco di Quito, laureato negli Usa e in Europa, è un noto critico della dollarizzazione, in vigore dal 2000, e anche del pagamento del debito estero e dell’Fmi. Ha subito detto che per lui la dollarizzazione è stata «l’errore più grande della politica finanziaria ecuadoriana» ma anche che la manterrà, perché uscirne adesso è «impraticabile» e perché «nessuno è un suicida». Di lui si sa anche che è oppositore del Trattato di libero commercio (in discussione con gli Usa) e favorevole a destinare una parte dei proventi del petrolio finora destinati al pagamento del debito estero allo sviluppo delle politiche sociali interne. Questo è un nervo scoperto perché l’Ecuador, con il 60% dei suoi 13 milioni di abitanti in povertà, è il quinto produttore di greggio del Cono sud e il secondo fornitore degli Usa.

Idem il nuovo ministro degli interni. Mauricio Gandara ha risposto secco alle esortazioni della Rice: «Esorto la signora Rice a non esortare rispetto alla politica interna dell’Ecuador che non è problema suo», ha detto. Di lui si sa che è molto critico rispetto alla politica Usa e al Plan Colombia e che è il coordinatore del gruppo per «la dignidad y la soberania».

Palacio ieri si è incontrato con i principali partiti (il Social-cristiano di centro-destra, la Izquierda democratica di centro-sinistra, il Pachakutik , il movimento indio di sinistra) e con i vertici militari. Privo di una sua base politica (è un indipendente), se e quanto durerà è incerto e dipenderà molto da quello che farà. Se le parole sue e dei suoi ministri sono solo una spruzzata di populismo per calmare la piazza lo si vedrà presto. A cominciare dalle privatizzazioni che Gutierrez, su input dell’Fmi, si era provato a far passare e che il Congresso ha bocciato.

A Quito ieri la situazione si avviava alla calma. Gutierrez è ancora nella residenza dell’ambasciatore del Brasile in attesa del via libera dopo che Lula gli ha offerto asilo.