Economisti e sindacalisti per una scelta libera sul Tfr

Alle forze politiche e sindacali
Agli studiosi della materia e degli equilibri economico-sociali
Alle associazioni culturali, sociali e politiche
A tutti coloro che sono interessati all’evoluzione in corso del nostro sistema previdenziale ed economico-sociale

Tra gli accordi della Maggioranza di Governo che sembravano acquisiti c’era anche lo stralcio dalla Finanziaria delle questioni attinenti la previdenza le quali, in base al “memorandum” concordato con le parti sociali, dovevano essere affrontate successivamente. Su questo scorporo si è anche polemizzato, definendolo un prezzo pagato al consenso dei sindacati e delle forze della sinistra presenti nel Governo. In realtà, nella Finanziaria si sta inserendo surrettiziamente una riforma previdenziale di portata strutturale. Ha ragione il Ministro dell’Economia quando, riferendosi al recente accordo sull’uso degli accantonamenti per il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) parla di “un accordo storico che chiude un problema aperto da dieci anni, molto importante per la futura pensione dei giovani d’oggi”; ma, senza che ci sia stato il necessario dibattito e la consultazione dei lavoratori che sono i più stretti interessati, i termini di quell’”accordo” stanno deviando su questioni di grande rilevo dal Programma dell’Unione.

Quest’Appello mira a richiamare l’attenzione sul “problema aperto da dieci anni”, ad aprire un adeguato dibattito e a proporre un allargamento delle possibilità di scelta in materia previdenziale. Più specificamente, si propone che gli attuali accantonamenti per il Tfr possano essere liberamente impiegati dai lavoratori, riconoscendo che ciascuno di essi possa suddividere il proprio salario differito, nella misura voluta, non solo tra il mantenimento del finanziamento del TFR e l’adesione ai fondi pensione privati, ma – come era previsto nel Programma dell’Unione – anche per potenziare il trattamento della previdenza pubblica.

Felice Roberto Pizzuti, Università di Roma “La Sapienza”; Nicola Nicolosi, Coordinatore Lavoro Società-Cgil; Gianni Rinaldini Segretario Fiom-Cgil); Mario Agostinelli, Capogruppo Prc, Regione Lombardia; Riccardo Bellofiore, Università di Bergamo; Bruno Bosco, Università Bicocca Milano; Andrea Di Stefano Direttore Rivista Valori; Sergio Ferrari, Vice direttore Enea; Luciano Gallino Università di Torino; Paolo Leon, Università Roma 3; Riccardo Realfonso, Università del Sannio; Roberto Romano, Cgil Lombardia; Alessandro Santoro Università Bicocca Milano; Ferdinando Vianello, Università di Roma “La Sapienza”.

Per un approfondimento dei termini del problema richiamato nell’Appello

Con la piena applicazione delle riforme susseguitesi dai primi anni ’90, in tempi oramai ravvicinati, per i lavoratori dipendenti “regolari” la copertura pensionistica del sistema pubblico si ridurrà di 20-30 punti percentuali rispetto all’ultima retribuzione: lasciando il lavoro a 60 anni con 35 anni di contributi, si maturerà una pensione inferiore al 50% dell’ultima retribuzione; per un lavoratore parasubordinato, anche con l’aumento contributivo stabilito in Finanziaria, la copertura rimarrà inferiore di oltre dieci punti rispetto ai dipendenti “regolari”.

Questa prospettiva non lascia dubbi sulla necessità sociale ed economica di risollevare le prestazioni pensionistiche ed è opportuno farlo subito se si vuole bloccare la progressiva affermazione del binomio “pensionamento-povertà”.

Il punto è che, specialmente dopo la prolungata redistribuzione a danno dei salari avutasi negli ultimi anni, la generalità dei lavoratori dipendenti non è in grado di ricavare dalla busta paga ulteriori risparmi previdenziali.

Le uniche risorse di cui concretamente dispongono i lavoratori dipendenti “regolari” ( i parasubordinati non hanno nemmeno quelle) sono gli accantonamenti destinati al TFR e i contributi aziendali contrattati per finalità previdenziali. Nel loro insieme queste risorse sono pari a quasi il 10% del costo del lavoro.

Diversamente da quanto è scritto nel Programma dell’Unione, con l’”accordo” recepito nella Finanziaria si sancisce e si anticipa quanto previsto dalla deprecata riforma Maroni ovvero che quelle risorse siano utilizzabili in due soli modi: o per finanziare la previdenza privata a capitalizzazione o lasciandole finalizzate al TFR. Nel secondo caso, per le imprese sotto i cinquanta dipendenti, gli accantonamenti rimarrebbero tutti nella disponibilità aziendale (esattamente come ora). Invece, nelle imprese più grandi gli accantonamenti sarebbero obbligatoriamente trasferiti alla Tesoreria dello Stato, affidando all’Inps il mero compito di gestire il trasferimento. Tutte le imprese, oltre a beneficiare della riduzione del cuneo fiscale, sarebbero comunque risarcite dei maggiori oneri finanziari loro derivanti dal ricorso ai mercati finanziari per sostituire la mancata disponibilità degli accantonamento per il TFR.

La previdenza privata a capitalizzazione, implicando prestazioni più incerte, maggiori costi di gestione e incentivi onerosi per il bilancio pubblico, non è lo strumento più efficace ed efficiente per garantire alla generalità dei lavoratori pensioni almeno sufficienti ad una dignitosa sussistenza nell’anzianità.

La previdenza privata può opportunamente svolgere la funzione integrativa per la quale è stata pensata e offerta ai lavoratori, ma non può convenientemente assumere un ruolo anche parzialmente sostitutivo di quella pubblica – come invece avverrebbe, e in misura significativa, se risultasse essere l’unica opzione per compensare la bassa copertura pensionistica che si prospetta.

In ogni caso i lavoratori dovrebbero poter liberamente scegliere come ripartire i loro risparmi previdenziali tra i tre canali della pensione pubblica a ripartizione, di quella privata a capitalizzazione e del TFR.

Si aggiunga che uno sviluppo della previdenza a capitalizzazione che debordasse dalle dimensioni di una copertura aggiuntiva, darebbe luogo in breve tempo ad un’ingente accumulazione nei fondi pensione di risparmio previdenziale che, tuttavia, non gioverebbe al nostro sistema produttivo. Infatti, a causa delle specificità del nostro sistema produttivo fondato su piccole imprese non quotate in Borsa, queste risorse finanziarie sarebbero necessariamente dirottate all’estero dove finanzierebbero sistemi produttivi concorrenti al nostro. Già oggi, solo il 2,3% delle risorse gestite dai fondi pensione riesce ad essere investito in titoli azionari italiani, mentre il 77% è allocato in mercati stranieri.

Nonostante il provvedimento sul TFR inserito nella Finanziaria sia stato giudicato addirittura “classista”dal vertice di Confindustria, in realtà, oltre a generare effetti negativi per l’assetto previdenziale e per il complessivo equilibrio socio-economico, l’”accordo” prevede ingenti risarcimenti per le imprese e condiziona pesantemente le scelte dei lavoratori, arrivando a limitare la stessa libertà d’impiego dei loro risparmi previdenziali
L’aspetto significativo su cui va richiamata l’attenzione di tutti è che ai lavoratori viene preclusa una possibilità di particolare rilievo cioè la facoltà di utilizzare il proprio salario differito (TFR) e le connesse contribuzioni aziendali a fini previdenziali per aumentare la contribuzione al sistema pensionistico pubblico e, conseguentemente, le sue prestazioni.

Se, ad esempio, i lavoratori in media decidessero di dedicare la metà di quelle risorse (l’altra metà sarebbe ancora disponibile per il TFR e per i fondi pensione) all’incremento della loro posizione contributiva nel sistema pensionistico pubblico, i tassi di sostituzione rispetto all’ultima retribuzione aumenterebbero mediamente di circa dieci punti percentuali. Contemporaneamente, il maggior flusso contributivo sarebbe pari a circa un punto percentuale di Pil e sarebbe legittimamente valutabile nella contabilità Eurostat della riduzione del disavanzo pubblico.

E’ inspiegabile o, alternativamente, è da considerarsi molto preoccupante che una proposta prevista nel Programma dell’Unione, finalizzata ad allargare la libertà di scelta dei lavoratori sull’impiego dei propri risparmi previdenziali, capace di aumentare la copertura pensionistica e contemporaneamente a migliorare il bilancio pubblico non sia nemmeno adeguatamente discussa.

Questo Appello mira a rimuovere la situazione di censura che finora ha compresso il dibattito sull’argomento.