Eclissi dello stato di diritto

Delle modifiche alla Costituzione predisposte dai soloni di Lorenzago e limate dal vertice del centro-destra del 28 agosto, se ne sa abbastanza per esprimere qualche giudizio, provvisorio, certo, ma difficilmente rovesciabile, suppongo, allorché ci sarà dato da leggere l’articolato che il governo si appresta ad approvare nelle forme di rito nei prossimi giorni. Questa volta, infatti, è il governo come tale che assume l’iniziativa, formale e sostanziale, della “riforma” della Costituzione, è il Consiglio dei ministri col nome del suo presidente in testa al progetto di legge costituzionale che pretende di disegnare l’assetto “moderno” dello stato italiano. Il premierato si annuncia come impulsore, inventore, produttore, prima ancora che come prodotto, della sfigurazione della Carta costituzionale, sfigurazione aggravata con la devolution bossiana, con un bicameralismo non si sa di che tipo e con un innesto nella composizione della Corte costituzionale che snaturerebbe il ruolo di quest’organo di garanzia, prezioso, delicatissimo, quanto mai necessario, tanto più con i tempi che corrono, per salvaguardare almeno un po’ di stato di diritto, per garantire un’eguaglianza almeno formale e assicurare qualche credibilità al catalogo dei diritti costituzionalmente riconosciuti. Si può esaminare il progetto di Lorenzago partendo proprio dalla sorte che riserva alla Corte costituzionale. Si sa che oggi essa è composta da quindici giudici, scelti fra i magistrati, anche a riposo, delle magistrature superiori, i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo venti anni di esercizio, cinque dei quali sono eletti dal parlamento in seduta comune, cinque dalle supreme magistrature, (tre dalla Corte di Cassazione, uno dal Consiglio di stato, un quinto dalla Corte dei conti) e cinque sono nominati dal presidente della Repubblica.

L’alta qualificazione professionale richiesta e la triplice derivazione assicurano sia la presenza delle esperienze, delle sensibilità e delle culture giuridiche del paese, dosate col massimo di equilibrio, sia il carattere “non di parte” del corpo dei giudici costituzionali, di un organo, cioè, che al vertice dell’ordinamento giuridico della Repubblica, deve garantirne l’unità e la dinamica. L’unità come condizione dell’esistenza stessa della comunità nazionale, la dinamica se ed in quanto conforme alle norme supreme che consentono in Italia la pacifica convivenza. Organo “non di parte” sta a significare, com’è evidente, che la sua composizione precluda che nel suo ambito si confrontino, in contrasto col ruolo istituzionale della Corte, interessi giuridicamente rilevanti impersonati dai giudici, poteri in conflitto. Conflitti che sono da dirimere da parte della Corte e perciò da non riprodurre al suo interno, come fatalmente accadrebbe se detta composizione fosse sconvolta dalla “rappresentanza” di una delle parti, pur se di grande rilevanza istituzionale, quali sono le Regioni. E, ammesso pure che si potesse in qualche modo, anche se non immaginabile, superare l’obiezione testé formulata, perché poi solo le Regioni dovrebbero essere rappresentate nella Corte costituzionale e non anche i Comuni, le Provincie, le Città metropolitane che, ai sensi del novellato Titolo V della Costituzione (art, 114), costituiscono la Repubblica al pari delle Regioni? La risposta a questa domanda è quanto mai ovvia. Bossi ha chiesto una “rappresentatività” della Corte limitata alle Regioni, non di più: figurarsi se possa avere ambizioni, certo distorte, ma in qualche modo sistemiche.
Il grave è che nessuno dei suoi alleati ha il coraggio di obiettargli che la rappresentatività di un organo giurisdizionale è un aberrazione giuridica e politica: nessuno di essi ha il coraggio di opporsi. Mirabilia del maggioritario! Una delle tante, come si sapeva, fu detto e ripetuto e si vede. E così, a riforma costituzionale ultimata, ci toccherebbe di convivere anche con una tale aberrazione. Che potrebbe essere addirittura potenziata, qualora, per immettere l’assurda “rappresentanza” regionale nell’organo di giustizia costituzionale, si dovesse ridurre il numero dei giudici di derivazione magistratuale, presidenziale o parlamentare o, per questi, attribuire alla sola maggioranza parlamentare il potere di eleggerli. Pur volendo indulgere sulla qualità dell’ingegneria istituzionale di Lorenzago, non si riesce a comprendere a quale modello si ispiri la proposta di riforma che riguarda il Senato delle Regioni. Sembra che ne sia prevista l’elezione, evidentemente a suffragio universale, e c’è da augurarsi con un sistema elettorale che non sopprima le minoranze. Il che però ne escluderebbe ogni parentela col Bundesrat, che, come tutti sanno, è composto dai soli ministri-presidenti dei Länder, e che è quindi espressione dei soli esecutivi delle entità che si pretenderebbe di comparare con le nostre Regioni. Ma escluderebbe anche ogni somiglianza con l’altro modello di stato federale, gli Usa, il cui Senato, com’è altrettanto noto, è eletto a suffragio universale dagli elettori dei singoli stati, a ciascuno dei quali spettano due soli senatori, qualunque sia la rispettiva popolazione, Senato che è in posizione paritaria, o addirittura di maggiore spicco, rispetto all’altro ramo del Congresso, la Camera dei rappresentanti. Il Senato federale disegnato dai quattro di Lorenzago si collocherebbe, invece, in posizione di minore rilievo rispetto alla Camera dei deputati, cui soltanto, almeno nominalmente, spetterebbe il potere di indirizzo politico generale. Disporrebbe poi di una competenza limitata alla sola legislazione “concorrente” con quella regionale, partecipando però in posizione paritaria con la Camera dei deputati alla legislazione finanziaria e di bilancio. Sotto questo profilo, vorrebbe somigliare al Bundesrat.

Al suddetto Senato federale verrebbe poi attribuito il compito di pronunziarsi sulla “non pregiudizialità” per l’interesse nazionale degli atti regionali, formula questa su cui avrebbero finito col concordare sia An ed Udc, sia la Lega. Ma la giusta ed irrinunciabile esigenza di salvaguardare il principio in questione può essere seriamente soddisfatta da questa formula? Rispondere positivamente è impossibile. Si ignora il come potrà essere realizzata la regionalizzazione del Senato. E sarà proprio la configurazione che assumerà quest’organo che deciderà la sorte dell’interesse nazionale. È stato detto che sarà eletto a base regionale. Ma questa è la determinazione operata dall’art. 57, primo comma della tanto vituperata e aborrita Costituzione democratica ed antifascista ed è difficile che il senso di questa disposizione possa essere riaffermato dai proponenti. È molto più probabile che si intenda procedere alla interregionalizzazione del Senato, invece che alla sua regionalizzazione, marcando non la tensione all’unità, che è di ogni movimento federalista storicamente e rettamente inteso, ma la pulsione alla diversificazione, alla chiusura, all’egotismo territoriale.

E, per intenderci, valga un esempio. Gli interessi delle regioni meridionali come sarebbero valutati in un Senato configurato strutturalmente in senso interregionale, stante il rapporto di dodici ad otto delle regioni del Centro-Nord rispetto a quelle meridionali? Forse è il caso di richiamare gli ingenui ed entusiasti federalisti del Sud ad una riflessione così semplice. È anche e soprattutto della sorte delle loro Regioni che si deciderà configurando il Senato federale. C’è un profilo dell’interesse nazionale che la sinistra sarebbe obbligata a salvaguardare, quello che fa coincidere questo interesse con l’eguaglianza sostanziale tra tutti.

Resta la questione del premierato. Che va chiarita. Innanzitutto facendo osservare che usando questo termine si allude ad una delle varianti del sistema parlamentare, quelle che a seguito di una secolare evoluzione, arricchita da consuetudini, convenzioni, usi, che sarebbe impossibile e superfluo ora riassumere definisce la forma di governo vigente in Inghilterra ed è prodotta da due fattori: dalla strutturazione del sistema partitico (dei “due partiti e mezzo”) e dal rapporto tra partito, ciascuno dei due partiti, e il suo leader, un rapporto di immedesimazione del leader nel partito (e non all’opposto del partito nel leader, come nel caso di Forza Italia e Berlusconi). Infatti, il premier diventa tale perché è il leader del partito vincitore e se occorre, può essere sostituito come leader e quindi come premier, nel corso della legislatura, come quando nel caso della sostituzione della Thatcher con Major e senza determinare, né per norma consuetudinaria, né per convenzione, né per altro, la conseguenza dello scioglimento della Camera dei comuni, per legittimare il nuovo premier. La cui legittimazione spetta alla rappresentanza parlamentare raccolta alla Camera dei comuni e solo ad essa. La cui forza è nell’essere il leader del partito che, avendo vinto l’elezione, dispone della fiducia della maggioranza dei membri della Camera dei comuni. Ed è nell’ampiezza e consistenza della rappresentanza parlamentare la ragione esclusiva della sua premiership.

Nessuno di questi fattori che sono politici, che attengono cioè alla struttura del sistema inglese è presente nel nostro paese. Tanto è vero che pur con la introduzione di un sistema elettorale sostanzialmente maggioritario, le maggioranze ed i governi sono e non possono che essere di coalizione. Con quali conseguenze? Con quelle che derivano dalla strutturazione del sistema politico italiano, come si è venuto configurando e come la storia unitaria di questo paese conferma, con l’eccezione del ventennio fascista, rivelando il Volksgeist politico dell’Italia, che è profondamente pluralista e rifiuta tenacemente il bipartitismo, da sempre. Voler trapiantare nella forma di governo tronconi di un altro sistema o è un non senso o è nefasto. È un non senso attribuire al presidente del Consiglio il potere di revocare i ministri se il governo è di coalizione, visto che detto potere sarebbe esercitabile solo se si tratta di ministri che sono membri del partito del presidente e non sarebbe esercitabile se si tratta di leaders degli altri partiti, a meno di non provocare la crisi della coalizione e la caduta del governo. Sarebbe nefasto concentrare nel presidente del Consiglio il potere scioglimento collocando la rappresentanza parlamentare in posizione di subordinazione ad una persona sola, e, con la rappresentanza, la democrazia di cui disponiamo, che non a caso è definita come rappresentativa.