Ecco la previdenza complementare. Scompare (o quasi) la liquidazione

Folla delle grandi occasioni per il lancio della «campagna di informazione» sulla previdenza complementare. I giornalisti affollano la piccola sala stampa del ministero del lavoro, per la palese gioia del ministro Cesare Damiano, come accade solo per i grandi eventi. Tra tecnicismi da commercialisti e obiettivi «ambiziosi», le novità restano comunque latitanti.
Il punto fondamentale è che entro il 30 giugno tutti i lavoratori del settore privato (per i dipendenti pubblici «si sta lavorando») dovranno esprimersi individualmente sulla destinazione da dare al proprio tfr (trattamento di fine rapporto, la quota di salario mensilmente accantonata per quella che si chiama popolarmente «liquidazione»). Qui comincia e qui finisce ogni parvenza di egualianza, tenendo comunque presente che una volta «aderito» non si potrà più fare marcia indietro. Si deve infatti distinguere tra chi lavorava già prima del 1993 ed era pertanto iscritto all’Inps (alla «previdenza obbligatoria») e chi ancora no. Poi tra chi, nel primo gruppo, è già iscritto a una qualche forma di previdenza complementare (appena il 13% dei lavoratori, nonostante i fondi siano stati istituiti con gli accordi del luglio 1993) e chi no. Infine tra quanti lavorano in un’azienda con più di 49 dipendenti e chi in una più piccola (fa fede il «numero medio» annuale, parasubordinati compresi). I primi potranno effettivamente decidere tra due alternative: darli a un fondo pensione oppure mantenerli (come ora) presso l’azienda.
Oltre queste macro-differenziazioni si apre però la porta all’individualizzazione totale. Ognuno potrà infatti decidere quanta parte del tfr devolvere alla previdenza integrativa (a partire dal minimo stabilito nei diversi contratti nazionali di categoria), se affidarli a un «fondo negoziale» previsto dal contratto (detto anche «chiuso») oppure a un gestore diverso (i fondi cosiddetti «aperti»). Di più: potrà anche scegliere un personale «profilo di rischio», come avviene negli investimenti privati tipo i «fondi comuni», a seconda se confida di «massimizzare il valore» oppure se preferisce almeno la certezza di non rimetterci. Si passa insomma da una situazione in cui ogni lavoratore sapeva per certo quale sarebbe stato il suo «gruzzolo» al momento dell’uscita dal lavoro a un’altra in cui per capirci qualcosa bisognerà far ricorso a una massa di «consulenti finanziari» abituati a navigare (e manovrare) tra i flutti e gli scogli dell’oceano chiamato «mercati finanziari». Quello in cui i piccoli risparmiatori sono chiamati con l’amichevole appellativo di «parco buoi».
Sul tipo di fondo pensione, però, vien fuori una differenza decisiva fin qui completamente sottaciuta in ogni dibattito pubblico: i fondi «aperti», se vanno in crisi, seguono la normale procedura fallimentare. Chi vi ha aderito, insomma, rischia seriemente di non veder più neppure una lira, se le cose vanno davvero male. Ai fondi «negoziali», invece, «si applica esclusivamente la disciplina dell’amministrazione straordinaria e della liquidazione coatta amministrativa, con esclusione del fallimento». Vuol dire che questi fondi «non possono fallire», come spiegano i depliant illustrativi (compresa l’Unità). Come mai, visto che operano anche loro sui mercati finanziari? Per un semplice, banale, avvilente motivo: a un passo dal fallimento il ministero del lavoro e la Covip (l’organismo di vigilanza sui fondi pensione) «nominano un commissario straordinario incaricato dello scioglimento o della liquidazione del fondo». A coprire i buchi interverrà un apposito «fondo di garanzia», così come avviene ora per la «liquidazione» dei dipendenti delle aziende che chiudono.
Insomma: garantisce lo stato. Bene per i lavoratori, naturalmente. Ma: che bisogno c’era di fare una (parte di) «previdenza complementare» da garantire comunque con soldi pubblici? Non si poteva usare un meccanismo diverso (ad esempio un fondo gestito direttamente dall’Inps) per arrivare allo stesso scopo? La ragione sta nei numeri. «Movimentare il tfr» significa disincagliare una massa di 19 miliardi di euro l’anno. Il ministro Damiano ha indicato come obiettivo per il 2007 l’aumento al 40% dei lavoratori iscritti alla previdenza complementare; se verrà raggiunto, circa 7 miliardi finiranno a nutrire «i mercati». Gli altri 12 dovrebbe restare per metà presso i datori di lavoro e per l’altra metà — via Inps — alla tesorereria dello stato per finanziare opere infrastrutturali (ma anche, in parte, le spese della difesa).
L’invito ad aderire ai fondi – spiega il ministro – è «rivolto soprattutto ai giovani», che tra precarietà di lunga durata, contributi previdenziali minimi e «revisione dei coefficienti» «godranno» certamente di una pensione pubblica ridicola. Il problema – che la dice lunga sulla fretta con cui si è proceduto al varo del «secondo pilastro previdenziale» – è che per i parasubordinati, ad esempio, è sì prevista la possibilità di aderire ai fondi pensione, ma le loro forme contrattuali non prevedono il tfr! Il quale, ricordiamolo sempre, è una voce fondamentale del salario: cioè, soldi dei lavoratori.