Ecco la Fiom che non si arrende

Il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini apre l’assemblea nazionale della Fiom parlando dei risultati «deludenti» avuti in alcuni stabilimenti, soprattutto in determinati reparti «storici» di Mirafiori. Non è un caso: «Un sindacato serio – spiega – deve guardare anche alle proprie difficoltà, parlarne con i delegati e i lavoratori, ma è veramente serio se affronta i problemi al suo interno». Il lavoro sta cambiando velocemente e le nuove paure, quelle localistiche soprattutto, rischiano di premiare i sindacati corporativi, uccidendo l’idea generale di organizzazione solidale e confederale. Quella che sta alla base della nascita della stessa Cgil. Ma nello stesso tempo, «è stata orchestrata ai danni della Fiom una campagna esterna, funzionale a giochi politici, che non serve ai lavoratori». Parlamentari e importanti membri del governo, persino pezzi di Cgil, hanno dato vita a un desiderio «insopprimibile», «che la Fiom finisca a pezzi». Questo perché il sindacato delle tute blu Cgil in questi anni si è battuta trasversalmente contro i vari totem della nuova sinistra, dalla guerra alla flessibilità del lavoro, non accettando le logiche dei «governi amici». Accanto ai movimenti. E allora tutta la relazione di Rinaldini sottolinea che questa linea non cambia.
Dunque la pace, tante le bandiere arcobaleno che campeggiano accanto a quelle rosse del sindacato: «Deve essere chiaro – dice il leader della Fiom – che per noi quella in Afghanistan resta una missione militare in un paese in guerra. Perciò chiediamo il ritiro immediato delle truppe da tutti i luoghi di guerra, ovviamente a partire dall’Iraq».
Quanto al decreto sulle liberalizzazioni, Rinaldini dice che «è un bene che il governo abbia deciso di trattare con i tassisti, pur tenendo fermo l’impianto di novità», ma trova «preoccupante che alcuni politici e commentatori passino dai taxi all’articolo 18 e ai sindacati, chiedendo di “liberalizzare” anche le tutele del lavoro: è un progetto vecchio, niente affatto moderno come lo presentano, e che ci riporterebbe all’Ottocento. Non è percorribile e creerebbe un fortissimo conflitto sociale».
Sul Dpef, il segretario della Fiom dice che «tra manovra bis e finanziaria si arriva quasi a 45 miliardi di euro»; «i sindacati hanno già mostrato insoddisfazione per i tagli alla spesa sociale, ed è in effetti molto difficile che si recuperi quanto desiderato con la tassazione delle rendite e la lotta all’evasione, pure sacrosante; e allora, se devono tagliare sanità e pensioni, soprattutto quelle dei più giovani, per fare cassa, è bene che sappiano che il sindacato penserà a mobilitarsi. Sarebbe preferibile, piuttosto, ritardare l’applicazione dei parametri di Maastricht, come ha già fatto la Germania» Critica anche all’1,9% di inflazione programmata: «Non siamo più nei tempi in cui si possa chiedere la moderazione salariale, non siamo all’inizio degli anni ’90: i lavoratori non sono disposti a concordare moderazione». Idem per il cuneo: «Intanto – spiega – non è affatto il costo del lavoro il problema italiano, dato che è più basso di paesi come la Francia o la Germania, ma se anche si dovesse tagliare, ci dicano con quali soldi si copre, perché sono soldi che pagano la previdenza sociale. E i lavoratori non sono disposti ad avere le briciole rispetto alle imprese».
Importante è che la Fiom torni a fare contrattazione aziendale, ma «soprattutto a partire dalle condizioni concrete del lavoro, senza che questa si debba ridurre a scambi tra salario e lavoro: non si può essere sindacato di azienda, di puro adattamento al mercato». Su questo punto, e in generale per riflettere sul sindacato di oggi, Rinaldini propone da settembre una nuova inchiesta nazionale sul lavoro, e invita i giovani delle università a partecipare con il sindacato, in un lavoro che indaghi – come negli anni ’50 – le condizioni concrete del lavoro in Italia. C’è poi il nodo precarietà, e l’assemblea di oggi (vedi pagina a fianco): non basta cancellare la legge 30, bisogna riscrivere il lavoro, agendo sui contratti a termine e le collaborazioni a progetto: la circolare Damiano, quella sui call center, ad esempio «individua come autonomi lavoratori che fanno parte della normale attività di impresa, solo perché fanno telefonate invece di riceverle: e invece il cocoprò dovrebbe essere un contratto eccezionale e per le alte qualifiche». Delocalizzazioni, «Serve una legge che le renda più costose». Sulla Cgil: «Con il nuovo governo dobbiamo saper essere autonomi».
Animato l’intervento di Giorgio Cremaschi: necessario «sciopero» se dovessero essere confermate le attuali linee di politica economica. «Solo scioperando il sindacato potrà essere coerente, e sottolineare la propria indipendenza, anche con l’attuale governo».