Ecco la Finanziaria: meno Stato più polizia

Il fulcro della manovra governativa ruota intorno alla riduzione della spesa pubblica: tagli per Regioni ed autonomie locali. Soldi per il sistema di sicurezza

Sarà forse per il poco tempo a disposizione dopo le dimissioni di Siniscalco o, più verosimilmente, per tentare di nascondere il completo fallimento del Governo, ma quest’anno il quadro generale della manovra finanziaria risulta più oscuro del solito. L’ammontare complessivo dei due provvedimenti che la compongono (decreto-legge e disegno di legge) è pari a 20 miliardi di euro, di cui 7,5 derivanti da maggiori entrate e 12,5 da minori spese. Le risorse così reperite saranno destinate per 11,5 miliardi di euro alla correzione del deficit tendenziale di bilancio e per 4 miliardi ai cosiddetti “interventi per lo sviluppo”. Per la destinazione dei rimanenti 4,5 miliardi è stata inventata una nuova e creativa definizione, la “manutenzione della pubblica amministrazione”, che tradotta in linguaggio corrente vuol dire una parziale copertura dei buchi di bilancio nascosti negli anni precedenti. La manovra finanziaria netta sale così a 16 miliardi di euro, una cifra considerevole in termini assoluti, ma del tutto insufficiente a centrare gli obiettivi programmatici proclamati nel Dpef. Le stime governative calcolano, infatti, un deficit tendenziale prima della manovra pari al 4,6% del Pil e dopo la manovra al 3,8%. La realtà è purtroppo molto peggiore, come testimoniano tutte le analisi degli organismi economici internazionali e dei principali istituti di ricerca, che stimano uno o addirittura due punti in più di deficit. Quindi, nonostante la stangata appena annunciata, il prossimo Governo si troverà di fronte un disavanzo di bilancio collocato tra il 5% e il 6% del Pil, aggravato dal fatto che, data l’irrilevanza degli interventi di rilancio economico presenti nella Finanziaria di quest’anno, l’economia sarà ancora impaludata nella stagnazione. Ormai sembra proprio che si sia innescata una spirale perversa fatta di stretta di bilancio, stagnazione economica e aumento del deficit da cui si può sperare di uscire soltanto con una coraggiosa svolta espansiva, esattamente il contrario di quanto ha fatto e continua a fare l’attuale Governo.
Passando ad esaminare i dettagli della manovra, ci si accorge immediatamente che il fulcro ruota intorno alla riduzione della spesa pubblica, attuata attraverso misure draconiane e indiscriminate che colpiranno in particolare il sistema delle Regioni e delle autonomie locali. I più tartassati sono i comuni superiori ai tremila abitanti, le province e le comunità montane che dovranno ridurre le spese correnti del 6,7% in termini nominali (12% in termini reali), rispetto al 2004; un po’ meglio, si fa per dire, va alle regioni con un taglio nominale del 3,8% (8% in termini reali), a cui però sono da aggiungere ulteriori 2,5 miliardi di riduzioni della spesa sanitaria rispetto a quanto finora preventivato. Considerato lo stato di acuta sofferenza in cui si trovano da anni gli enti locali, risulta difficile immaginare come potranno far fronte a questa nuova scure senza eliminare prestazioni e servizi fondamentali erogati ai cittadini.

La riduzione, tuttavia, colpisce duramente anche le amministrazioni centrali, che dovranno complessivamente risparmiare 6 miliardi di euro, con la sola eccezione delle forze dell’ordine, la cui dotazione di risorse umane e finanziarie risulterà sensibilmente aumentata. Infatti non solo l’apparato sarà esente dai tagli, ma riceveranno 200 milioni di euro in più e sono programmate 2509 nuove assunzioni. Si svela qui l’ideologia securitaria delle destre che, nel mentre accentuano drammaticamente il grado di sofferenza e di disagio sociale, principale bacino di coltura della criminalità grande e piccola, affidano la risposta alla sola forza repressiva dello Stato. Per il pubblico impiego si prevede complessivamente una riduzione di spesa dell’1% rispetto al 2004 e la cancellazione di una quota rilevante di contratti a tempo determinato o di collaborazione, compresi quelli delle Università, che lasceranno migliaia di precari pubblici senza occupazione. In questo contesto, una norma pur condivisibile, come quella della riduzione delle indennità degli eletti e delle auto blu, appare come la foglia di fico populista per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai guasti sociali prodotti dalla manovra. È da segnalare, infine, l’annullamento dei finanziamenti alle autorità di controllo dei mercati, tra cui la Consob, che d’ora in avanti dovranno reggersi esclusivamente con i proventi della loro attività. Questa misura rischia di minare seriamente la capacità operativa e l’indipendenza effettiva di tali strutture, che invece andrebbero rafforzate anche in termini di dotazione di risorse, come è stato dimostrato in occasione dei recenti scandali finanziari.

Sul fronte delle entrate, accanto a modeste misure di rafforzamento delle strutture preposte alla lotta all’evasione, una parte rilevante (800 milioni di euro) è costituita dall’introduzione di un nuovo tributo sulle grandi reti di servizi di pubblica utilità (energia, acqua, gas), che rischia di essere traslato sui cittadini, nonostante l’assicurazione contraria inserita nella norma, perché non viene modificato il meccanismo di calcolo delle tariffe che rende automatico l’adeguamento a garanzia dei livelli di redditività dei gestori. Il resto delle maggiori entrate deriveranno da una parziale riduzione dei privilegi fiscali delle imprese bancarie e assicurative e, al solito, da giochi e tabacchi, mentre del tutto irrilevante risulta l’intervento sui proventi derivanti dalla speculazione finanziaria, che continuano ad essere in gran parte esentati dal fisco.

Sul fronte dello sviluppo, alle famiglie verrà destinato poco più di un miliardo di euro, ma non si sa per cosa, mentre salari, pensioni e lavoro per il Governo non esistono nemmeno. Per il Mezzogiorno, si prevede soltanto una fantomatica Banca del Sud, a maggioranza privata e con scarsissima capitalizzazione, di cui non si capisce la reale funzione. La manovra si limita ad una serie incoerente di erogazioni a favore del sistema delle imprese, al di fuori di ogni strategia di politica industriale, e alla previsione di ulteriori cessioni di quote di imprese pubbliche (Enel ed Eni). L’Irap non viene toccata, ma in compenso i contributi sociali vengono ridotti indiscriminatamente dell’1% (due miliardi di euro) e ulteriori risorse vengono destinate alle imprese a compensazione dell’uso del Tfr per la previdenza integrativa (più di un miliardo di euro nel triennio). Con questa elemosina, il Governo ha comprato le dichiarazioni morbide di Montezemolo sulla Finanziaria. Desta invece preoccupazione l’istituzione del concordato fiscale per i distretti industriali, che consentirà alle imprese di un determinato territorio di consorziarsi a fini tributari e di contrattare con l’amministrazione l’esborso fiscale totale dell’intero distretto per il prossimo triennio. In attesa dei successivi decreti attuativi, si può fin d’ora temere un aumento del livello di irregolarità e di irresponsabilità fiscale e contributiva ed un’accentuazione dei rapporti di subordinazione gerarchica nella struttura dei sistemi di imprese locali. Il sistema distrettuale, che oggi vive una situazione di grave difficoltà, non ha bisogno di misure indiscriminate di sovvenzioni fiscali, ma di una vera politica industriale, fondata sulla programmazione territoriale a sostegno dell’innovazione, che sappia selezionare le filiere produttive e indirizzare gli investimenti, anche attraverso l’erogazione diretta da parte del sistema pubblico di servizi strategici alla produzione in grado di rafforzare l’autonomia delle imprese più dinamiche. Il concordato fiscale, la cui possibilità viene di fatto estesa al 90% delle imprese italiane, è uno strumento rozzo, che denota una visione gretta e arcaica dei compiti dello Stato in una moderna economia industriale.

In conclusione, dall’esame sommario della Finanziaria 2006 emerge un quadro desolante di massacro sociale, di degrado dei conti pubblici e di declino economico. Un Governo ormai allo sbando, incapace di pensare al futuro, tenta invano di galleggiare mentre il Paese affonda. Si comincia a parlare di sciopero generale e vien da dire: se non ora, quando?