Ecco i crimini di cui dovrà rispondere il raìs deposto

Più d’un commentatore ha ceduto alla tentazione di formulare una frase ad effetto definendo il processo a Saddam Hussein come “una Norimberga araba”. In realtà con il processo di mezzo secolo fa c’è poco da spartire: i crimini di Saddam, per quanto efferati, non sono certo paragonabili a quelli dei gerarchi nazisti e il tribunale che lo giudica non è una corte internazionale ma è composto da giudici iracheni, anche se nominati e insediati da pro-console americano Paul Bremer; semmai l’unica vera somiglianza – come rilevava ieri mattina un autorevole analista intervistato dalla radio – risiede nel fatto che si tratta, oggi come allora, di un processo intentato dai vincitori contro i vinti. Ma questa non è una novità, la storia è stata sempre scritta soprattutto dai vincitori, il che peraltro non toglie nulla alla realtà e alla drammaticità dei fatti di cui si discute e per cui si processa. Il fatto imputato ieri a Saddam e a sette dei suoi collaboratori è realtivamente marginale, rispetto al complesso delle accuse di cui sarà chiamato a rispondere; naturalmente se può essere definita marginale la morte ingiustificata anche solo di poche decine di persone. Si tratta, come è noto, della uccisione di 143 sciiti della cittadina di Dujail in seguito a un fallito attentato contro lo stesso Saddam (cittadini, sostiene la difesa, che erano stati giudicati e condannati a morte secondo la legge irachena, ovviamente quella in vigore sotto la dittatura). Se tutto si limitasse a questo, l’ex-rais potrebbe cavarsela, affermando di avere semplicemente controfirmato le sentenze come capo dello Stato. Ma nel carniere dell’accusa c’è ben altro.
Si comincia con l’invasione del Kuwait, per la quale Saddam è accusato della violazione della legge internazionale e poi di saccheggi, torture e uccisioni commesse dalle sue truppe nell’Emirato occupato; c’è la repressione di massa contro i curdi e gli sciiti, indicata nel caso dei primi come una vera e propria pulizia etnica e riferita sia alle repressioni del 1988 nel Kurdistan, con l’uso di armi chimiche che nella sola cittadina di Halabja provocarono più di 5mila morti, sia a quelle del 1991 nel sud e nel del Paese, insorti contro il regime dopo la sconfitta nella prima guerra del Golfo; e ci sono poi gli assasinii politici di oppositori, di tanti comunisti, di dissidenti, personalità note e semplici cittadini, i cui corpi sono stati sepolti a decine di migliaia, secondo l’accusa, in fosse comuni. Tuttavia, se il caso di Dujail è relativamente semplice, dal punto di vista dell’accusa ma anche di quello della difesa, con gli altri capi di imputazione le cose si complicano e i giudici si troveranno a maneggiare delle vere e proprie patate bollenti. Saddam ha infatti – lo ha mostrato chiaramente ieri – tutta l’intenzione di contrattaccare, e per certi aspetti avrà il gioco relativamente facile. Ad esempio, i gas con cui fece bombardare i curdi nel 1988 li aveva acquistati, quantomeno nelle loro componenti, in quell’occidente che lo sosteneva contro Khomeini e che non batté ciglio di fronte al massacro, Usa in testa: dopo Halabja le navi americane continuarono ad aiutare nel golfo la marina irachena contro l’Iran, ed eran gli anni in cui Donal Rumsfeld – che oggi va a contestare l’armamento cinese – si recava a Baghdad a stringere la mano a Saddam tra sorrisi e pacche sulle spalle. E per gli insorti sciiti e curdi del 1991 le forze della coalizione a guida Usa, che avevano appena vinto la guerra, restarono a guardare indifferenti nonostante le richieste di aiuto e si limitarono, a cose ormai fatte, a imporre sul sud e sul nord le famose “no-fly zones” e a convogliare ai curdi (ma non agli sciiti di Bassora e dintorni aiuti umanitari).

Ma prima che questi nodi vengano al pettine si dovrà risolvere il problema della validità della Corte, messa in discussione ieri in modo diretto da Saddam – «Chi sei tu? – ha detto al giudice che gli chiedeva le generalità – Io sono il presidente della Repubblica d’Iraq» – e contestata con argomenti giuridici dalla difesa, ma anche delle stesse organizzazioni internazionali per i diritti umani che la considerano non imparziale. Il primo riferimento della difesa è alla Convenzione di Ginevra, a norma della quale il tribunale speciale è ritenuto illegale perché nominato dalla potenza occupante che ha cancellato il sistema giuridico-giudiziario del Paese. La seconda obiezione è riferita alla mancanza di personalità internazionale nella corte, che è interamente composta da iracheni. Infine, si obietta che in quanto capo di Stato Saddam gode di una immunità che impedisce di processarlo e che questa situazione non può essere modificata con uan legge retroattiva. Il capo del collegio di difesa è l’avvocato Khalil Dulaimi, membro dell’ordine degli avvocati iracheni, ma ne fanno parte a vario titolo, oltre ad altri legali arabi, il francese Jacques Verge, l’irlandese Des Doherty, che partecipò all’inchiesta sulla domenica di sangue di Londonderry, l’inglese Anthony Scrivener, esperto di diritti umani, l’ex-procuratore generale americano Ramsey Clark ed anche Aysha Gheddafy, figlia del leader libico. Un cast di rispetto, come si vede, che darà filo da torcere all’accusa e alla stessa corte.