Eccidi proletari dalla Sicilia a Modena

Nell’immediato dopoguerra decine di lavoratori vennero uccisi dalla polizia. Prima nel sud contadino, poi nel nord industrializzato. Ne parliamo con lo storico Adolfo Pepe, direttore della Fondazione Di Vittorio

Fra poco meno di tre mesi, esattamente il 16 maggio, ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di Salvatore Carnevale, sindacalista siciliano caduto sotto i colpi della mafia e degli agrari nell’immediato dopoguerra mentre si batteva per i diritti della propria gente. Salvatore, sulla cui vicenda è stato realizzato uno spettacolo teatrale – Di terra e di sangue, regia di Maria Maglietta, già andato in scena a Parma e prossimamente visibile anche a Roma – non è stato l’unica vittima “proletaria” degli anni ’40 e ’50. Quei due decenni furono infatti caratterizzati, come ha recentemente raccontato la Fondazione Di Vittorio in un seminario organizzato nella città emiliana, da decine di morti, centinaia di feriti e migliaia di arresti tra i lavoratori del nord Italia, e quindi dell’industria, come tra i contadini del sud. Ad Adolfo Pepe, Direttore della Di Vittorio e preside della facoltà di Scienze Politiche all’Università di Teramo, abbiamo chiesto di spiegarci le ragioni di questo interesse nei confronti di una fase storica così drammatica e, al contempo, abbastanza dimenticata anche dalla stessa sinistra.
«Come è noto – ricorda Pepe – la Fondazione e la Cgil hanno dedicato molta attenzione alla storia del nostro paese e in particolare alla storia del sindacato e del mondo del lavoro in Italia. Il punto centrale per noi era di costruire il senso che il lavoro ha avuto nello sviluppo della democrazia ma anche nelle conquiste materiali dei lavoratori. Nel fare questo abbiamo incontrato e registrato alcuni elementi che abbiamo ritenuto anomali comparandoli con lo sviluppo di altri paesi europei occidentali: ovvero il verificarsi in alcune fasi della storia italiana, sia in età liberale che in età repubblicana, di una concentrazione di violenza pubblica nei confronti del mondo del lavoro organizzato.»

In qualità di storici, come avete affrontato questa drammatica “anomalia” italiana?

Si tratta di un dato che, per un verso, ci ha indotto a non rimuoverlo e quindi ad affrontarlo politicamente e storicamente; per un altro però ci ha spinto a non ridurre la storia del mondo del lavoro e del sindacato ad una sorta di contrasto con questa violenza, in quanto sarebbe stato riduttivo. In questo senso il rapporto con la cultura, non solo con la storia diciamo scritta ma anche con la rappresentazione teatrale, ci sembra un modo per dare una dimensione più ampia a quegli avvenimenti e non circoscriverli ad una sorta di dialettica obbligata in cui il movimento dei lavoratori sembra condannato a confrontarsi solo con la violenza e la repressione.

Professor Pepe, lei, parlando della violenza dello Stato, ha voluto sottolineare come questa fosse un’anomalia rispetto agli altri paesi europei. Per quali ragioni?

Vanno segnalati due elementi. Da un lato la presenza di uno Stato che non è mai stato permeato profondamente, nelle sue istituzioni sia politiche che amministrative oltre che giudiziarie, da una autentica cultura democratica, nel senso francese della parola. Dall’altro l’esistenza di classi dirigenti inadeguate, un giudizio confermato dalla situazione attuale del paese. Il declassamento nazionale ed internazionale è un po’ la sanzione di questa pochezza delle nostre classi dirigenti, che non hanno mai bene interpretato la modernità e che cosa significava una moderna società, sia essa agraria, industriale o post-industriale. In esse c’è sempre stato un tratto sostanzialmente oligarchico, parassitario, un tratto in cui il potere è solo una prerogativa che non viene mai contrattato con il mondo del lavoro e con il resto della società. Questa concezione ha pesato da noi più che in tutti gli altri paesi europei.

Nel seminario di Parma “Eccidi proletari nel secondo dopoguera” avete appunto affrontato i quindici anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale. Che cosa è scaturito dai vostri studi?

Nello specifico abbiamo constatato che, all’origine della formazione dell’Italia repubblicana – mentre il mondo del lavoro dava al sud il contributo maggiore alla ricostruzione materiale del paese e al nord prendeva parte alla resistenza armata per abbattere il fascismo e il nazismo -prendeva corpo una violenza specifica contro le Camere del lavoro, le leghe e le possibilità di organizzarsi dei lavoratori. Una violenza che in Sicilia assumeva un carattere particolare, in quanto era in atto una durissima lotta nella campagne contro la rendita e la grande proprietà feudale.

Questo quadro accompagnò tutto il decennio che coincise con gli anni ’40, e dunque i decreti Gullo, la riforma agraria, fino all’episodio drammatico di Portella della Ginestra. E poi, quasi come in una sorta di passaggio del testimone, proseguì con gli eccidi dei lavoratori dell’industria a partire dal ’48-49 e poi dal ’50 soprattutto, per trovare poi un punto d’arresto nel luglio ’60, con il grande sciopero generale antifascista contro il governo Tambroni, che chiuse non solo una fase politica, ma mise anche una sorta di sbarramento finale a questo uso sistematico della violenza contro il mondo del lavoro organizzato.

Che significato assume questo vostro impegno a ricordare quegli anni drammatici?

Va sottolineato con molta forza che c’è una chiara intenzionalità politica ed etica nel rivendicare questa resistenza all’eccidio da parte del mondo del lavoro e a rivendicarne i valori. Proprio in contrapposizione ad una melassa che tende invece a conferire pari dignità a tutti coloro che sono scesi in campo. Noi riteniamo invece che vadano tenute distinte la ragioni perché queste ragioni fanno la differenza. Cioè le ragioni per le quali il mondo del lavoro ha resistito all’eccidio coincidono con i grandi valori della civiltà moderna e contemporanea. Altri hanno raggiunto tragici risultati seguendo valori che sono in assoluta opposizione. E questa distinzione, contro ogni revisionismo, la riaffermiamo con forza anche per la Resistenza.

Purtroppo va detto che i partiti della sinistra hanno dimenticato il ruolo importante che i lavoratori hanno avuto nella costruzione della democrazia e, appunto, il loro sacrificio contro una violenza fascista, come di fatto fu quella degli anni che abbiamo preso in esame…

La Cgil, e noi come Fondazione, abbiamo scelto volutamente nel corso degli anni ’90 di affrontare il tema della ricostruzione della memoria della storia del mondo del lavoro, di fronte all’evidente distrazione, o peggio, voluta dimenticanza, che la sinistra, politica soprattutto sta operando. Una dimenticanza che non è soltanto un errore storico, ma soprattutto un errore politico. Non considerare cioè la grande risorsa che la storia e la memoria del mondo del lavoro giocava nei rapporti di forza nella trasformazione del paese. Anche durante la stagione del recente centro-sinistra aver ignorato la storia è stato un elemento di grande debolezza, che ha contribuito non poco ai risultati contraddittori di quell’esperienza di governo.