E sulle pensioni tira aria di sforbiciate

Quella sulle pensioni rischia di diventare la pantomima più costosa, in termini di consenso popolare, per il governo di centrosinistra. Lo scarto tra le dichiarazioni (in genere «rassicuranti per i lavoratori») rilasciate a getto continuo dai ministri e il lavorio «segreto» dei tecnici ministeriali (fatto filtrare ad arte per «tranquillizzare i mercati») è troppo forte. E in questo varco si vanno delineando giorno dopo giorno ipotesi di «riforma» poco raccomandabili. Con un aperto tentativo del fronte confindustriale di accreditare un «conflitto generazionale» che opporrebbe gli interessi dei giovani a quelli degli «anziani» che vedono allontanarsi il momento di andare in pensione.
Anche Romano Prodi ha speso ieri il suo contributo su questo tema, glissando però completamente sull’aspetto «conflittuale». «Le pensioni non vanno garantite soltanto agli anziani, ma anche a chi entra ora sul mercato del lavoro e a quelli che ci entreranno tra dieci anni». Fosse questo il problema, gli risponde il comunista italiano Pino Sgobio, basterebbe «superare la precarietà nel mondo del lavoro e quindi la legge 30», che quasi azzera i contributi previdenziali dei giovani precari esponendoli così a un futuro da pensionati poveri (grazie alla «riforma» che ha già cambiato il sistema da «retributivo» a «contributivo»). Ma questo punto fondamentale del programma dell’Unione sembra addirittura scomparso dall’agenda del governo. Programma che prevedeva l’abbattimento dello «scalone» introdotto dall’ennesima «riforma» (ad opera del leghista Maroni), ovvero l’innalzamento dell’età minima pensionabile da 57 a 60 anni (con 35 anni di contributi) a partire dal 1 gennaio 2008. Si sa che al ministero del lavoro (e a quello dell’economia) i «tecnici» stanno da tempo lavorando a una proposta che sostituisca lo «scalone» con tanti «scalini». In pratica si vorrebbe portare l’età minima a 58 anni nel 2008, a 59 nel 2010 e così via. Solo che in questo «scalinare» l’età minima verrebbe elevata a ben 62 anni.
La sinistra «radicale» (Prc, Pdci e Verdi) minaccia da tempo sfracelli. Al punto che sia Prodi che i Ds starebbero accarezzando l’idea di rinunciare a «riformare la Maroni». La motivazione ufficiosa consiste nel supposto «buco» che si aprirebbe nei conti pubblici andando ad annullare lo «scalone» (9 miliardi, pare). Una via d’uscita, «tecnica» naturalmente, viene suggerita dal Nucleo di valutazione della spesa pensionistica (organismo previsto dalla riforma Dini): rivedere i «coefficienti di trasformazione», con conseguente decurtazione del 6-8% degli assegni dei futuri pensionati. In ogni caso, come si vede, ne vien fuori un peggioramento netto dei trattamenti. Dulcis in fundo: c’è caos nella normativa sulla destinazione del tfr di baby sitter e badanti.: manca un fondo negoziale e le famiglie «datrici di lavoro» non sanno cosa fare.