E se lo Stato ricomprasse le reti di Telecom?

Venticinque miliardi sono una bella cifra, è vero, specialmente in tempo di vacche magre. Ma sono soldi che lo Stato, se volesse, potrebbe spendere bene, facendo una buona azione sia per i fautori del libero mercato, rinvigoriti dalla cura di Bersani, che per i sostenitori dei beni pubblici, quelli, per intenderci, per cui le infrastrutture e le reti devono essere proprietà dello Stato. Dare a Cesare quel che è di Cesare, ricomprare dalla disastrata Telecom, sommersa da 40 miliardi di debiti, le reti che nel 1997 disgraziatamente furono cedute all’ex monopolista pubblico. Far del bene alla Telecom, che così potrebbe ripianare buona parte dei suoi debiti e bloccare pericolose scalate straniere ma anche ridare vigore ad un mercato strozzato dal controllo monopolistico che l’azienda di Tronchetti Provera sfrutta nel confronto coi propri concorrenti. Lo denunciano l’Aiip (associazione Italiana Internet Providers), l’Add (Anti Digital Divide), l’Assoprovider e la Voipex, che hanno lanciato all’inizio di agosto un appello per la “network neutrality”, la neutralità delle reti. I prezzi troppo elevati per la banda larga, la scarsa copertura del territorio nazionale, i limiti imposti alle concorrenti e al libero transito dei contenuti: lo sviluppo di internet e delle nuove tecnologie ad essa legate (tra cui spicca l’IP TV) non può prescindere dalla neutralità del mezzo di trasporto dei bit. «Per fare un paragone è come se l’aria potesse essere condizionata a penalizzare le conversazioni di argomenti non graditi», come scrive Stefano Quintarelli, presidente dell’Aiip. Il 28 luglio la Commissione dell’Unione Europea, nella quale Viviane Reding ha la delega alle telecomunicazioni, ha aperto una Consultazione Pubblica su “come stimolare la crescita di un vero mercato unico comunitario per i contenuti digitali on-line”. Sarà questa, forse, un’occasione per chiedere all’Europa di prendere posizione sul “monopolio privatizzato” che Telecom ha nel possesso delle reti, dell’ultimo miglio di cavi che giungono fino alle case degli italiani. Vivian Reading ha già preso posizione, ipotizzando una revisione delle direttive Ue in materia e proponendo la «separazione strutturale» tra reti e servizi. Come già accade negli Stati Uniti, in Francia, Germania e Inghilterra. Una proposta che il presidente dell’Agcom (Autorità per la Garanzia delle Comunicazioni) Calabrò aveva prima ventilato in un’intervista del 9 giugno sul Sole 24 ore, e poi immediatamente smentito, dichiarando che «nessuna ipotesi di separazione della rete Telecom Italia è all’esame».
Adesso l’affaire Telecom riapre il dibattito anche in Italia. Nel governo, infatti, nessuno vedrebbe di buon occhio una scalata del magnate australiano Rupert Murdoch a Telecom, che potrebbe significare perdere definitivamente non solo la grande azienda nazionale delle Tlc, ma anche la proprietà delle reti. Se la Cassa Depositi e Prestiti, in assenza di chiare indicazioni politiche, preferisce non sbilanciarsi («nessuna ipotesi del genere è allo studio») ancora meno chiara è la dichiarazione del’azienda. Che non chiude tutte le porte («lo scorporo della rete fissa non può essere realizzata se non in accordo con la società»), ma ci tiene a porre le proprie condizioni («Telecom è la legittima proprietaria della rete che opera nel libero mercato in regime di licenza e non di concessione governativa»). Ma la fuoriuscita di Edizione Holding, controllata dalla famiglia Benetton dalla Olimpia che possiede il pacchetto azionario di maggioranza in Telecom (a cui forse farà seguito anche la dismissione del pacchetto di Unicredit e Banca Intesa) riapre la questione: come farà Telecom a riappianare i propri debiti? Il governo che è riuscito a domare inferociti tassiti e farmacisti, saprà impegnarsi in una una “buona” liberalizzazione anche nel mercato delle telecomunicazioni?