È scomparsa la Palestina. Alle origini di un conflitto

su Il Manifesto del 06/03/2008
Da un secolo il movimento ebraico-sionista e poi lo Stato di Israele si trovano in una posizione di antagonismo con il mondo arabo. Via via l’interfaccia è diventato il popolo palestinese, ma l’ambigua collocazione della Palestina fra Egitto, Giordania e Siria non ha consentito un’autonomia definita se non in tempi recenti, attorno all’Olp di Arafat. Credere che siano i Qassam sparati da qualche postazione di Gaza la causa della «guerra» fra Israele e Palestina vuol dire non aver presente questo confronto storico. Gli ebrei si sono affermati in Palestina impossessandosi dello spazio materiale e immateriale, imponendo la superiorità conoscitiva ed economica, giovandosi degli aiuti che, malgrado le mai sopite lacerazioni dell’antisemitismo, hanno assicurato le forze dominanti. Essi erano il fattore innovativo, il progresso. La regione poteva avvantaggiarsi da quella presenza se non fosse stata un corpo estraneo e non fosse percepita come antitetica alla crescita della società locale. La proletarizzazione dei palestinesi costretti a lasciare i campi non ha fatto che radicalizzare il contrasto.
Il dramma della Palestina è che dalla Dichiarazione Balfour in poi l’elemento dinamico, in teoria vincente, non aveva come suo obiettivo precipuo l’integrazione ma l’alienazione, l’occupazione come premessa di allontanamento o espulsione, l’egemonia a fini espansivi e difensivi. Se si fa sfilare nella mente la sequenza di conflitti combattuti fra la comunità ebraico-israeliana e gli arabi – non solo i palestinesi – negli ultimi 70 anni, fin dalla grande rivolta araba fra le due guerre mondiali, non si troverà un «filo rosso» volto all’inclusione. Anche la decisione del De Gaulle-Sharon di ritirarsi da Gaza nel 2005, smantellando, dolorosamente, gli insediamenti dei coloni nella Striscia, ha avuto un’impronta – esibita ad arte per non suscitare troppa opposizione in Israele – che ricorda la punizione e la segregazione molto più che l’autodeterminazione. L’ultima iniziativa del discusso Arik rifletteva certo la stanchezza dell’opinione pubblica israeliana per la gestione di quell’enclave infernale, ma era ben lungi dal configurare un progetto di doppia e reciproca «liberazione». Non per niente le varie tappe di Camp David, Madrid, Oslo e, su un piano assai minore, Annapolis non hanno risolto nulla. Fra Israele e Palestina non c’è stata una Evian che statuisse i diritti e i doveri in modo irrevocabile. Ed Evian infatti seppe resistere sia alla furia della destra militare francese confluita nell’Oas sia ai dubbi dell’ala meno collaborativa del Fln algerino. In Palestina, la formula dei due stati per due popoli a cui quegli episodi diplomatici si ispiravano sta perdendo irrimediabilmente di senso perché il corso degli avvenimenti non è stato invertito non solo nel versante del «riconoscimento di Israele», ma anche e forse soprattutto nella ricomposizione delle fratture che si sono accumulate per colpa di tutti, colpe oggettive legate a fattori concretissimi come la terra, il potere o la geopolitica e colpe più sfuggenti indotte dalle derive ideologiche o identitarie.
Dal 1947-48, il problema centrale è l’accettazione di Israele da parte degli arabi e la contestuale accettazione da parte di Israele dell’onore o onere di appartenere al Medio Oriente e di doverne condividere i problemi di sviluppo e democrazia con strumenti diversi dalla guerra (comunque giustificata). Dal 1967 l’occupazione ha assunto un rilievo che è impossibile ignorare (ma che è ignorato da tante anime belle). Organizzare attentati suicidi o lanciare Qassam per vendetta o per rabbia sono atti criminosi. Ma se, come si finge di dire per tirare avanti con lo status quo a tempo indeterminato, la finalità fosse davvero la creazione di uno stato per i palestinesi, sia pure con alcune limitazioni alle prerogative consuete della sovranità, altrettanto scellerate sono: l’escalation permanente delle incursioni e degli atti bellici di Israele fatti passare per ritorsione contro le violenze e aggressioni subite (ma da quando si fa partire la spirale?), la moltiplicazione degli insediamenti ebraici nel territorio che è o dovrebbe essere dei palestinesi, la negazione ai palestinesi dei requisiti minimi della vita.
Ormai la Palestina non esiste più: né nella mappa martoriata di settlements, muri, check-points e macerie, né nella parodia di politica dove si cimentano gli spezzoni in cui la rappresentanza palestinese è scissa, essenzialmente fra due forze che fanno dell’inimicizia e della continua surenchère la ragione prima di visibilità e in prospettiva di legittimità. La profezia cara all’establishment israeliano sul «cattivo vicinato» si è pienamente autorealizzata. Ancora un piccolo sforzo e, dopo lo stato e la nazione, anche il popolo palestinese scomparirà dall’agenda politica con la complicità o nell’indifferenza delle élites arabe impazienti di essere cooptate nel sistema. Il mondo globale ha ben altre scadenze che non il salvataggio di un’entità residuale e perdente.