E ora, chi salverà Mubarak?

Una volta era l’Egitto a dare il via alle svolte in Medio Oriente. I baathisti di Damasco e Baghdad guardavano al Cairo mettendo a disposizione dello stato arabo più forte il carisma storico delle antiche capitali del Califfato. Il giovane Gheddafi cercò la legittimazione come leader arabo all’ombra di Nasser riferendo – o inventando – la piccola frase con cui il Rais nel loro primo e unico incontro lo avrebbe designato a suo erede. Distrutto l’Iraq dalle fobie dei Bush e indebolita la Siria dal contenzioso sempre aperto con Israele, che costringe Assad suo malgrado a un «profilo basso», sono due paesi non-arabi e per certi versi eccentrici,Iran e Turchia, ad avere l’iniziativa nella regione.
A distanza di tempo, si può dire che il proposito di Obama di accreditare l’Egitto come il perno per la Grande Riforma del Grande Medio Oriente è fallito due volte: niente «politica nuova” e niente primato del Cairo. Il messaggio al mondo arabo e islamico del 4 giugno 2009 è rimasto un bel discorso da citare nei libri di storia. Forse, senza volerlo, ha persino danneggiato l’Egitto perché ha reso più evidente, e più penosa, la sua impotenza.
E ora chi salverà Hosni Mubarak? La domanda è senza risposta perché gli stessi centri che mostrano di volerlo difendere, gli Stati Uniti e i governi europei, sono nello stesso tempo una causa della sua debolezza, se non altro agli occhi delle schiere di oppositori in attesa che le belle parole sulla democrazia e i diritti siano finalmente messe in pratica. Il sostegno a Mubarak, come quello a Ben Ali ieri, è la prova del disprezzo che alla prova dei fatti la politica dominante in Occidente nutre per i popoli arabi, puntellando in tutti i modi come loro governanti personaggi di cui tutti conoscono benissimo i misfatti e che appena vengono rovesciati diventano dei paria. Il trattamento riservato da Sarkozy al presidente tunisino deposto ha aggiunto solo onta a onta alla figura del signore dell’Eliseo. È giusto in ogni modo che siano i popoli «minori» a risolvere i loro problemi con i pochi mezzi che lascia loro una politica asfittica anche per responsabilità esterne. Non si ripete di continuo che è meglio non dare troppa libertà a questi popoli per evitare che vincano gli estremisti? Anche il nostro ministro degli Esteri vede in Mubarak il baluardo insostituibile, salvo sdegnarsi, giusto un anno fa, per le rimostranze espresse dal governo egiziano dopo le violenze contro gli immigrati a Rosarno, tanto più ingiustificate, si disse, perché fra le vittime non c’erano egiziani. Ognuno può giudicare da sé il livello di un simile argomento.
Ancora più della Tunisia, l’Egitto, nonostante il declino di questa lunga «fine di regno», dispone in linea di principio di tutti i requisiti per risollevarsi. Per le sue dimensioni territoriali, l’esperienza dello stato e la maturità del corpo sociale, l’Egitto è il candidato naturale ad attirare i capitali del mondo arabo e del mondo in quanto tale. Il suo ritardo in relazione ad altri paesi della regione è difficile da spiegare. Certo, l’Egitto sconta le peripezie alterne di una politica estera che l’ha penalizzato sia quando è stata troppo ardita che quando si è ritratta in se stessa. La stessa «apertura» a Israele su cui Sadat giocò il suo potere e la sua vita non ha portato i risultati sperati. E qui intervengono le colpe altrui. Chi ha dato risalto alla «grandezza» dell’Egitto ha anche manovrato perché quella grandezza fosse tenuta sotto controllo e se possibile sminuita. La funzione stabilizzante di Nasser fu scoperta solo quando era troppo tardi: sconfitto senza scampo nella guerra del 1967, il Rais morì pochi anni dopo senza essersi mai ripreso del tutto da quella umiliazione, caricato, proprio per la sua posizione di leadership, dell’odissea negativa del popolo palestinese, culminata intanto nel «settembre nero», su cui spese le sue ultime energie. Anche nei travagli correnti dell’Egitto una delle cause principali è la questione palestinese, con la spina di Gaza conficcata nella sua stessa carne. Il Sudan è un altro smacco.
Probabilmente l’ultima parola, anche e soprattutto se la piazza dovesse continuare a farsi sentire, spetterà all’esercito. Sotto questo punto di vista, l’Egitto assomiglia più all’Algeria che alla Tunisia. Dal 1952 a oggi si sono succeduti quattro presidenti, da Neguib a Mubarak, tutti militari. Pensare al precedente di Atatürk è quasi obbligato, con o senza un altro generale o colonnello, anche se è un po’ bizzarro rilanciare il kemalismo in Egitto mentre perde colpi in Turchia. È scontato che le prossime elezioni presidenziali saranno ancora sotto stretta sorveglianza. Un’altra mortificazione per una nazione e una società così ricche. Più della pur urgente riforma istituzionale, decisiva sarà alla fine la strada – strettissima nelle condizioni in cui si trovano a operare i paesi della periferia o semi-periferia – per coniugare la crescita con l’equità, che è il presupposto di ogni stabilità. Le liberalizzazioni varate nel 2004 non sono bastate a risanare l’economia: la crescita ha beneficiato ceti ristretti con poche ricadute sui servizi sociali e pochissima ridistribuzione.