E nella Wto Pechino guida il nuovo «fronte dei poveri»

Al telefono da Ginevra, l’alto funzionario dell’ Organizzazione mondiale del Commercio (Wto), racconta che questa volta sta succedendo davvero qualcosa di nuovo negli equilibri mondiali del potere. «Prendete la Cina e l’ India, i Paesi più popolosi del mondo – dice – metteteli assieme al Brasile del presidente Lula e al Sudafrica, Paesi sempre più attivi in campo politico, e il risultato è qualcosa che Stati Uniti e Unione Europea non si aspettavano ma che faranno bene a prendere in considerazione».
Da due giorni, a Ginevra sono riprese le discussioni tra i rappresentanti dei 146 Paesi della Wto per preparare un documento unitario in vista della conferenza dell’ Organizzazione a Cancun in settembre. Con alcune novità che il funzionario (il quale chiede di restare anonimo) riassume così: «Per la prima volta, le trattative sulla liberalizzazione dei commerci non sono decise da un accordo in privato tra Usa e Ue ma vedono un’ alleanza di Paesi emergenti in posizione chiave». Le discussioni in corso alla Wto di Ginevra riguardano l’abbattimento di tariffe e l’eliminazione di barriere agli scambi internazionali per una serie di merci e di servizi: un ciclo di trattative chiamato Doha Round che deve terminare entro il 2004, che per mesi è stato bloccato sulla questione dei sussidi di Usa, Ue, Giappone e Corea agli agricoltori e che ora si cerca di rilanciare per l’ appuntamento di Cancun (Messico), una riunione decisiva per poter chiudere con successo (comprese le stesure tecniche) il Round entro l’ anno prossimo.
A differenza di tutte le trattative del passato, però, la settimana scorsa è successo che una quindicina di Paesi in via di sviluppo (tra gli altri, Cina, India, Brasile, Argentina, Messico, Sudafrica, Thailandia) si è alleata per opporsi esplicitamente a una proposta congiunta di Usa e Ue sulla liberalizzazione dei commerci dei prodotti agricoli. Fin dall’ inizio del Doha Round, era risultato chiaro che l’ agricoltura sarebbe stata la questione centrale delle trattative. I Paesi ricchi sussidiano le proprie agricolture con aiuti pari a 300 miliardi di euro ogni anno, denaro che altera pesantemente la concorrenza con i produttori dei Paesi poveri e spesso li riduce sul lastrico. In giugno, la Ue ha dato il via alla riforma della sua Politica agricola comunitaria, un passo che le ha consentito di trovare con Washington una posizione comune sulle trattative in corso alla Wto. I maggiori Paesi in via di sviluppo hanno però giudicato la proposta Usa-Ue del tutto inadeguata e si sono alleati per far capire ai Paesi ricchi che i tempi sono cambiati e che se si vuole aprire il commercio mondiale non sono più accettabili diktat. «Il Doha Round deve essere salvato, non seppellito, a Cancun – sostiene l’ ex presidente del Messico Ernesto Zedillo – ma il suo rilancio non avverrà grazie a qualche accordo marginale su alcuni punti dell’ agenda in discussione. Servono invece decisioni coraggiose». La stessa Commissione Ue ha giudicato ieri , attraverso la portavoce del commissario al Commercio Pascal Lamy, la bozza di Usa e Ue «non equilibrata».
Cos’è cambiato rispetto al passato? Innanzitutto, nella Wto è entrata due anni fa la Cina e questa è la prima volta che Pechino partecipa a un negoziato multilaterale di liberalizzazione: è cioè arrivato un gorilla economico e politico che mette in movimento gli equilibri nell’ Organizzazione. Secondo, il presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva ha esplicitato un programma di alleanze tra Paesi poveri su temi concreti come il commercio, con l’obiettivo di sganciarli dalle scelte imposte da America, Europa e Giappone: propone una consapevolezza nuova ai Paesi emergenti e sta raccogliendo consensi. I cinesi, ha detto un diplomatico americano al Times di Londra «hanno impiegato il loro tempo lavorando con i brasiliani. Per essere nuovi membri (della Wto) si stanno dimostrando molto efficaci». Detto diversamente, i Paesi poveri, Brasile di Lula in testa, non si sognano di abbattere la Wto, come chiedono molti movimenti no-global e new-global: vogliono imporle le loro posizioni, dal momento che il commercio internazionale è il vero motore della crescita delle loro economie. Le trattative in corso in questi giorni a Ginevra, presiedute dall’ uruguayano Carlos Pérez de Castello e condotte dagli ambasciatori presso la Wto, rimangono comunque delicate. Al centro del confronto c’ è un progetto di discussione preparato da de Castillo che viene giudicato troppo timido, cioè insufficiente nella sua apertura del mercato dei prodotti agricoli, dai Paesi emergenti ma è ritenuto eccessivo dal Giappone (al quale viene per esempio richiesto di ridurre di molto i dazi del mille per cento sulle importazioni di riso) e dalla Ue (che non vuole discutere il tetto dei sussidi che destina ai suoi agricoltori). Si torna insomma all’ antico: lo scontro, a Cancun, sarà tra ricchi e poveri.

Danilo Taino