È Nato l’esercito europeo

In un convegno dedicato all’esercito europeo, Massimo D’Alema, con una punta di beffardo cinismo, ha raccontato che alla cena conclusiva del vertice della Nato a Washington, il 24 Aprile 1999, nel cinquantesimo anniversario dell’Alleanza e in piena guerra jugoslava, c’erano nove ex membri del Politburo del Pcus, a rappresentare gli Stati neo-atlantici usciti dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica; e due erano stati a capo del Kgb. Con analogo senso di una nemesi storica, il ministro della Difesa Sergio Mattarella ha raccontato, nella stessa occasione, che la decisione sulla composizione della nuova Forza europea di reazione rapida (Rrf) è stata presa il 20 novembre 2000 a Bruxelles dai 15 Stati membri dell’Unione europea; ma il giorno dopo, il 21, ai 15 si sono aggiunti, per cooperare alla stessa Forza, altri 15, dei quali 5 erano paesi europei membri della Nato ma non dell’Unione, tre erano Paesi baltici che avevano fatto parte dell’Urss e altri erano stati membri del Patto di Varsavia. Sia la prima che la seconda osservazione servivano a sottolineare che la Nato è la vera nuova grande realtà militare politica e strategica dell’attuale mondo unipolare, rispetto alla quale l’articolazione europea non è che una delle modalità di esercizio.
Di fronte a ciò la prima cosa che verrebbe da chiedersi è come mai, se la Nato è questa cosa nuova al cui cospetto non solo si inchinano i nemici, ma impallidisce fino a svanire la stessa figura dell’Europa, né al presidente D’Alema né al ministro Mattarella sia venuto in mente che il rapporto con questa Nato non può più essere coperto dalla scelta del 1949, ma deve essere oggetto di una nuova decisione politica e che il Patto sottoscritto a Washington dai Diciannove deve essere sottoposto, a norma di Costituzione, al vaglio della ratifica parlamentare. Rispetto all’alleanza contratta nel 1949, infatti, la Nato ha cambiato tutto, salvo che il nome; ha cambiato estensione e proiezione geografica, ha cambiato ragione sociale e ha cambiato la sua natura di alleanza difensiva tra Stati non forniti del potere di guerra, per diventare un nuovo soggetto sovrano il quale – secondo un diritto precedente al 1945 e formalmente abrogato dalla Carta dell’Onu – si è riappropriato dello `jus indicendi bellum’, cioè del diritto di guerra.
Perciò la discussione sul cosiddetto esercito europeo, al quale sono dedicate le otto righe della Dichiarazione allegata all’atto finale del vertice europeo di Nizza, al di là del libro dei sogni di una politica comune di sicurezza e di difesa europea, non può che inquadrarsi nella `verità effettuale’, cioè nella realtà extragiuridica della nuova Nato, che nessun paese dell’Unione europea oggi vuole o può rimettere in causa. La brusca dichiarazione del segretario americano alla Difesa Cohen, secondo cui un autonomo esercito europeo renderebbe obsoleta la Nato, più che un monito è la descrizione di una secca alternativa: o la Nato è solo una reliquia del passato, o per l’esercito europeo non c’è futuro.
Ciò basta a infiammare gli animi dai due lati dell’Atlantico, ma ha il merito di svelare quanto di improbabile e di illusorio ci sia nelle intenzioni europee di un’autonoma politica di sicurezza e di difesa comune.
Un gioco delle parti Per la verità si tratta di una politica di cui l’Europa non aveva mai sentito il bisogno fino a quando la priorità del confronto con l’Unione Sovietica l’aveva portata a militare, senza tante sfumature e distinzioni, nel campo atlantico, al riparo dello scudo americano. Il precedente della fallita Comunità europea di difesa (Ced), tra il 1950 e il 1954, non può essere invocato, perché allora si trattava non di dare una difesa all’Europa, ma di fare della difesa lo strumento della costruzione della piccola Europa; e inoltre si trattava di stemperare nel multicolore esercito europeo la componente militare tedesca, la cui ricomparsa sul continente evocava troppo recenti spettri di un’armata che aveva invaso e calpestato l’Europa; in ogni caso ci pensò l’Assemblea nazionale francese a farla naufragare.
È con la fine della guerra fredda che l’Europa, mentre si unifica sotto il segno della moneta e del dominio del mercato, capisce che non può dar luogo alla costruzione di un’Unione europea senza includervi l’obiettivo di una politica estera e di difesa comune. Il trattato di Maastricht, istitutivo dell’Unione, lo sancisce; ma è il Consiglio ministeriale dell’Ueo a Petersberg nel giugno del 1992 che per la prima volta cerca di definire i compiti di questa politica comune: compiti `umanitari’ e di soccorso, di mantenimento della pace e di invio di unità di combattimento nella gestione delle crisi, ivi comprese le missioni tese al ristabilimento della pace. Questi compiti saranno poi formalmente introdotti, come pertinenti alla politica estera e di sicurezza comune, nel trattato dell’Unione europea ad Amsterdam il 2 ottobre 1997, ciò che trasferisce nell’Unione i contenuti propri dell’Ueo, preludendo al dissolvimento di questa.
Comincia così il gioco delle parti tra Nato e Unione europea. Tornando a Londra da Amsterdam, Blair ironizzava alla Camera dei Comuni su una «improbabile politica comune di difesa europea» e si vantava di aver fatto inserire nel Trattato «il pieno riconoscimento della Nato come base delle nostre comuni politiche di difesa e di quelle dei nostri alleati». Messo al sicuro questo risultato, il Primo Ministro inglese poteva mostrarsi più conciliante ed entrare nel gioco delle velleità europee, rilanciando nel summit franco-britannico di Saint Malo, nel dicembre 1998, l’idea di sviluppare un sistema militare europeo, in modo che l’Unione avesse la capacità di «agire autonomamente»; e che si trattasse di un’autonomia su licenza, doveva risultare chiaro nel vertice di Washington dell’aprile 1999, quando i capi di Stato e di governo della Nato si impegnano per la costruzione di una Identità Europea di Sicurezza e di Difesa «all’interno dell’Alleanza», e riconoscono che l’Unione, come «pilastro europeo» della Nato, possa dotarsi della capacità «per un’azione autonoma, che le consenta di prendere decisioni e di approvare azioni militari laddove l’Alleanza nel suo insieme (as a whole) non sia impegnata».
Forte di questa licenza, poco più di un mese dopo, il 3 e 4 giugno, il Consiglio europeo di Colonia ripropone i compiti di Petersberg come fulcro della politica europea di sicurezza e di difesa, ed enuncia il principio che per adempiere a tali compiti, «l’Unione deve avere la capacità di condurre azioni in modo autonomo, potendo contare su forze militari credibili, sui mezzi per decidere di farle intervenire e sulla disponibilità a farlo, al fine di rispondere alle crisi internazionali lasciando impregiudicate le azioni della Nato». C’è la guerra per il Kosovo, e non tutto è andato bene tra la Nato e l’Europa, che non ha brillato per il suo contributo ai bombardamenti. E il principio di un’autonomia europea che, se enunciato dalla Nato, sembra essere semplicemente la formula di una divisione internazionale del lavoro, riproposto dall’Europa, rischia di diventare la pietra dello scandalo, tanto più che il consiglio di Colonia formalmente prevede la dissoluzione dell’Ueo, che è molto più organica alla Nato e di cui fanno parte paesi che sono membri della Nato ma non dell’Unione. Lo scandalo consiste nell’ipotizzare una disgiunzione, sia pure per singole operazioni e singole crisi, tra forze europee e forze della Nato e, andando ancora più in là, che ci possano essere, distinte e non concordate, guerre dell’Europa e guerre della Nato.
L’Europa-fai-da-te Per attuare queste direttive il successivo Consiglio europeo di Helsinki, nel dicembre `99, stabilisce che gli Stati membri, per assolvere ai famosi compiti di Petersberg, ivi compreso il combattimento per la gestione delle crisi e lo stabilimento della pace, devono essere in grado, entro il 2003, di dispiegare entro 60 giorni e di sostenere per almeno un anno forze militari in operazioni a livello di corpo d’armata (fino a 15 brigate, ossia 60.000 effettivi, il che vuol dire, per la rotazione, almeno 200.000 soldati). Tali forze dovranno essere dotate di tutti i mezzi necessari, compresi elementi di supporto aereo e navale. Inoltre dovranno essere disponibili formazioni più ridotte, pronte a mobilitarsi in tempi brevissimi per situazioni che richiedano un rapido intervento. L’obiettivo, come viene ribadito, è quello di un’autonoma capacità dell’Unione di prendere decisioni e di lanciare e condurre operazioni militari «quando la Nato come tale non sia impegnata». Viene anche stabilito di istituire in seno al Consiglio europeo nuove strutture politiche e militari per la guida politica e la direzione strategica di tali operazioni, strutture che dovranno includere un Comitato politico e di sicurezza (Psc), un Comitato militare (Mc) e uno staff militare (Ms), di cui intanto si insediano delle prefigurazioni `ad interim’.
Meno di un anno dopo, il 20 novembre del 2000, gli Stati membri decidono, nella conferenza di Bruxelles, come ripartire tra loro gli oneri per la costituzione di questa Forza; Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania dovrebbero dare lo stesso contributo, mettendo insieme circa 50.000 soldati; la Spagna dovrebbe concorrere con 6000 uomini, l’Olanda con 5000, la Grecia con 3500, il Lussemburgo con 100, mentre la Turchia ne offre 6000.
Il Vertice di Nizza a dicembre prende atto di queste conclusioni e decide di rendere «rapidamente operativa» la politica di sicurezza e di difesa dell’Unione, rimettendola a una decisione che dovrà essere adottata dal Consiglio europeo «quanto prima possibile nel corso del 2001 e al più tardi dal Consiglio europeo di Laken/Bruxelles».
Ciò vuol dire che l’autonomia dell’Europa è cominciata, e che l’aut-aut del ministro Cohen – o `l’Europa fai da te’ o la Nato – si sta per realizzare?
Naturalmente non è così, e gli stessi capi europei che hanno troppo osato, si affannano ora a proclamarlo, a se stessi prima ancora che agli americani. E ciò per varie ragioni.
Se l’Europa combatte da sola 1. Quella che è stata avviata non è una integrazione delle forze armate dei paesi europei in un unico esercito europeo, ma solo la costituzione di una forza di spedizione agguerrita ma limitata per proiezioni di potenza. Essa non è concepita né per una guerra mondiale, né per difendere i confini: queste cose resteranno di spettanza degli eserciti nazionali e della Nato.
Né, del resto, queste cose l’Europa potrebbe farle da sola: essa spende per l’apparato militare il 60% di quanto spendono gli Stati Uniti, ma la resa in termini di capacità belliche è di gran lunga inferiore a quella americana. Secondo il commissario europeo per le Relazioni esterne Patten la capacità europea di «proiettare« forza militare è il 10-15 per cento di quella di Washington. Se l’Europa volesse fare a meno degli Stati Uniti mantenendo la stessa potenzialità militare e capacità di difesa, dovrebbe dirottare al settore militare un’enorme quantità di risorse, ciò che non è in grado di fare.
E l’inglese Lord Robertson, che come segretario generale della Nato sarebbe la parte lesa, non si preoccupa nemmeno della Forza di reazione rapida europea, perché dice che agli attuali ritmi di investimenti europei nella difesa, essa non potrebbe raggiungere il pieno delle sue capacità prima del … 2080. Tuttavia per qualcuno non è solo una questione di spesa, ma di una riluttanza ben più profonda. C’è di mezzo un certo modo di misurare l’orgoglio nazionale, o la difesa di quel che resta delle vecchie glorie imperiali. Chirac, che pure si rassegna a mettere truppe francesi sotto il comando americano, ha detto a D’Alema (e D’Alema ha riferito): «Mai l’Armée sarà posta ai comandi di un funzionario di Bruxelles». Quanto alla Gran Bretagna, essa ha impedito al Vertice di Nizza che la difesa entrasse nelle materie di cooperazione rafforzata. La politica di difesa resta rigorosamente intergovernativa.
2. L’ipotesi blasfema di compiere con la Forza armata europea operazioni militari in proprio, non condivise dalla Nato, ma utilizzando strutture della Nato, è di fatto impossibile. È quello che pensa l’ammiraglio Venturoni, presidente del Comitato militare della Nato, anche lui ospite al convegno di D’Alema. Infatti americani sono i servizi di `intelligence’, il controllo dello spazio, l’intera catena di comando-controllo-comunicazione. Senza di questa gli eserciti sono ciechi e sordi. Duplicare queste strutture in modo permanente è assurdo, né l’Europa se lo può permettere; duplicarle per singole operazioni non è possibile; utilizzarle come strutture della Nato comporta in ogni caso il diretto coinvolgimento americano, essendo impossible che gli americani le concedano in leasing o in comodato agli europei per le loro guerre particolari.
Quello che invece è possibile è che gli Stati Uniti `europeizzino’ interventi a cui essi stessi siano interessati (come tentarono di vietnamizzare la guerra del Vietnam prima di mandarci i loro 600.000 uomini), evitando di impegnarvi direttamente le loro forze combattenti. Ma in questo caso è chiaro che ciò non avrebbe nulla a che fare con l’autonomia dell’Europa.
3. La Forza europea di reazione rapida pertanto si farà, ma che le sue reazioni possano essere diverse da quelle degli Stati Uniti e della Nato può essere pensato solo come virtuale. D’Alema ha riferito la formula con cui questa virtualità viene espressa: la Forza europea sarebbe «non separata ma separabile«. Ci fu un tempo, tra il XVI e il XVII secolo, in cui, come dice Carl Schmitt, i giuristi presero il posto dei teologi e ne mutuarono il linguaggio, usando concetti teologici secolarizzati per definire le nuove istituzioni politiche. La sovranità di Dio divenne così la sovranità dello Stato, e Thomas Hobbes definì il suo Stato della moderna polizia, che offre protezione in cambio di obbedienza, come «un Dio mortale», come un Leviatano (a cui molto rassomiglia la nuova Nato). Quei tempi sono finiti, la teologia non è più di moda e le formule si sono impoverite, altrimenti per definire l’unità nella distinzione tra l’armata europea e quella della Nato, avrebbero potuto invocare una formula ben più pregnante, quella di Calcedonia delle due nature «non divise, e non confuse». Si può non confondere, concettualmente, l’Europa nella sua dimensione militare e la Nato, ma il loro rapporto è ormai quello di una unione ipostatica, di una immedesimazione non scomponibile. A tanto, infatti, siamo arrivati.
Un capitalismo fatto regime Allora conviene chiedersi che cos’è nella sostanza, e al di là delle formule, questa difesa comune europea e la sua Forza di intervento rapido.
Che cos’è l’Europa che da ultimo si è manifestata al Vertice di Nizza? Non è un’Europa politica, non è un’Europa costituzionale, non è un’Europa di diritto. Gli Stati non demordono, si contendono poteri di contrattazione e di veto, i nazionalismi cercano di salvare il salvabile – e più del salvabile – delle vecchie identità, e perfino i simboli delle frontiere aperte vengono meno. Ma c’è una cosa che prevale su tutto. L’Europa è diventata lo spazio geopolitico, nel gran mare della globalizzazione, in cui il capitalismo si è fatto regime. Questa è la novità dopo la rimozione del Muro di Berlino. Il capitalismo ha tracimato fino a estendersi a tutta la terra, e tutti gli Stati hanno un’economia capitalistica. Ma solo in Europa il capitalismo sta diventando regime, cioè si sta forgiando i suoi poteri, le sue istituzioni, la sua cultura come strettamente funzionali o rigorosamente compatibili con la sua forma economica.
In questo senso l’Unione europea è un soggetto politico inedito e nuovo, che non è definibile secondo le tradizionali categorie del diritto pubblico: non è uno Stato, non è una federazione, non è una zona di libero scambio; è istituito non da una comunità politica ma da una dottrina economica; è un ordinamento non di uomini ma di funzioni, di contratti, di scambi, di consigli d’amministrazione e di Borse, che si dota di tutti i mezzi necessari e sufficienti a realizzare il capitalismo nella sua forma pura, e a metterlo al riparo da ogni alternativa. Ciò che non appartiene a questo disegno non interessa, è lasciato alla disponibilità dei vecchi soggetti. Gli Stati membri continuino pure con le forme democratiche, con la loro divisione dei poteri, con i loro diritti fondamentali. L’Unione Europea non ha forma democratica (il `deficit di democrazia’); si dota di un potere che, prendendo origine dai poteri dei governi, va ben oltre la loro somma ponendosi come potere indiviso e non soggetto a controllo; si dà un diritto sovraordinato e invalidante ogni altro diritto, e si forma una società a propria misura dove tutto, educazione, informazione, simboli, merci, percezione dello `straniero’, senso comune, siano colonizzati e resi funzionali al regime della moneta e del mercato.
La vicenda della Carta europea dei diritti è emblematica. È chiaro che l’esigenza da cui è nata e l’intenzione dei suoi estensori venivano da un’altra storia europea, che è storia di troni abbattuti e di diritti affermati. Ma quando si è trattato di passare dai diritti politici formalmente proclamati ai diritti sociali, che incidono sulle forme economiche, questi diritti hanno trovato il terreno già occupato, già minato, e ciascuno di essi nella sua tensione a essere effettivo, ha dovuto essere irretito nella clausola: «secondo le modalità stabilite dal diritto comunitario»: Maastricht sopra alle Costituzioni.
È quest’Europa che a un certo punto si è posta il problema della sua `difesa’. Ma quale difesa? Quella degli Stati-comunità, dei confini, delle popolazioni che nella loro memoria storica hanno ancora l’onta e la tragedia delle invasioni, resta affidata agli Stati membri, la maggior parte dei quali vi provvede, come riconosce l’Art.17 del Trattato dell’Unione, mediante la Nato. L’idea di una difesa comune resta sullo sfondo e ci si potrebbe giungere, dice il Trattato, «qualora il Consiglio europeo (cioè la totalità degli Stati membri) decida in tal senso». Dunque la difesa intesa in senso tradizionale, resta lo specifico degli Stati e delle loro alleanze, non dell’Unione europea in quanto spazio del capitalismo realizzato. Ciò che invece è specifico dell’Europa in quanto capitalismo fatto regime, è la proiezione di potenza, il bisogno di stabilire egemonie e difese fuori confine, l’intervento nelle crisi in cui si ritengano in gioco gli interessi del sistema; insomma, riverniciato con la nuova legittimazione umanitaria e dei nuovi criteri di sicurezza, il vecchio riflesso imperialistico.
Perciò la sola cosa che l’Europa farà è la Forza di spedizione di rapido intervento, cioè pronta all’uso per ogni evenienza: quella Forza permanente che invano la Carta delle Nazioni Unite postulava per l’Onu e che gli Stati non hanno mai voluto fornirle, fino a quando la Nato ha chiuso la partita dicendo di essere lei quella Forza.
Naturalmente questo processo che abbiamo tentato di interpretare non è un processo univoco; nel codice genetico dell’Europa ci sono anche altre pulsioni, altri valori e altre possibilità ben più persuasive; Italo Mancini diceva che il `proprium’ dell’Europa, la sua eredità più preziosa è «la giustizia gloria del diritto»; nel novembre scorso il teologo Johann Baptist Metz diceva che per l’Europa la dote della tradizione biblica, con cui affrontare la realtà della globalizzazione, è la `Compassion’ (compassione) intesa come «percezione partecipativa del dolore altrui, come memoria del dolore dell’altro»; dolore che è molto grande fuori dell’Europa, e non c’è bisogno di accrescerlo. Quindi gli sviluppi della costruzione europea potrebbero anche prendere direzioni diverse. Ed è in questo varco, in questo spazio di altre possibilità e di altri esiti, che può innestarsi la lotta politica democratica dei popoli europei, non solo per testimoniare a favore di un’altra Europa ma per renderla reale.
Intanto resta questa Forza europea di reazione rapida con le sue contraddizioni irrisolte. Può darsi che la sua autonomia possa giungere fino a non includere i proiettili ai rifiuti di uranio nei suoi armamenti. Ma è difficile che voglia o possa andare più in là. Perché, facendosi regime in Europa, il capitalismo non fa che rafforzare la sua pretesa a porsi come ordine mondiale, e a esercitare una sovranità mondiale. Ma a questo fine la Forza armata di reazione e di proiezione di potenza c’è già, ed è la Nato, che anche dagli Stati membri dell’Unione Europea ne ha ricevuto, nel vertice di Washington, solenne investitura.