E’ morto Simon Wiesenthal, l’uomo che catturò Eichmann

Si è spento a 96 anni il leggendario “cacciatore” dei criminali nazisti

Era l’uomo senza volto, non esistevano foto, sparito nel nulla. Adolf Eichmann. Ma lui, studiando tutte le carte raccolte al processo di Norimberga, scopre che il suo nome compare quasi regolarmente accanto a ogni deportazione – dall’Austria, Francia, Olanda, Croazia, Ungheria, Slovacchia, Italia -. Migliaia potrebbero riconoscerlo, ma quelli in grado di accusarlo sono deceduti, nei campi di concentramento, nelle camere a gas, nelle marce della morte, o affogati come i 54.540 di Salonicco. Il boia, il pianificatore dello sterminio di milioni di ebrei, è svanito nel nulla. Ma lui non smette, continua a cercarlo, presso la famiglia della moglie, presso il padre che è ancora vivo, in Italia dove ha lasciato labili segni. Ancora nulla, nessuno l’ha più visto. Lui continua.

Si arriva al 1952, non molla le tracce che lo hanno portato a conoscere il luogo dove vive la moglie del carnefice; e un giorno scopre che il 30 giugno di quell’anno, Veronika Leibl si è imbarcata a Genova coi figli ed è approdata in Argentina il 28 luglio. Una cartolina giunta da Buenos Aires lo informa che qualcuno ha riconosciuto il boia. Ora lui ha la traccia inseguita per anni. Eichmann vive lì, lavora in una officina della Mercedes e porta il nome falso di Ricardo Kleber. E’ l’ultima caccia, il nazista è preso alle 18,30 dell’11 maggio 1960, un commando lo “rapisce” e lo porta in segreto a Tel Aviv. Lì sarà processato e condannato a morte per impiccagione nel 1962.

Lui ce l’ha fatta, ancora una volta. Lui è Simon Wiesenthal, il “cacciatore di nazisti”. E’ morto ieri nella sua casa di Vienna, aveva 96 anni.

La notizia della scomparsa è stata data dal Centro che porta il suo nome, con una nota via Internet. «Simon Wiesenthal era lo coscienza dell’Olocausto – ha detto il rabbino Marvin Hier, direttore dell’Organizzazione per i diritti umani a lui dedicata – Quando nel 1945 tutto finì e il mondo intero tornò a casa per dimenticare, lui fu l’unico a voler ricordare».

Addio Wiesenthal, braccio secolare di una milizia che aveva per motto “Giustizia, non vendetta”. Una milizia come imperativo morale, come “dovere” umanitario.

«Sopravvivere è un privilegio che comporta obblighi – lui scrisse nel libro appunto intitolato Giustizia, non vendetta – e da sempre mi chiedo cosa posso fare per coloro che non sono sopravvissuti. E la risposta che ho trovato per me stesso è questa: io voglio essere il loro portavoce, voglio che la loro memoria non sia obliata. Perché la giustizia per i crimini contro l’umanità non ha limiti».

Per sessant’anni, per tutta la sua vita ha tenuto fede a questo “obbligo morale”: «Voglio che nessuno possa dire che i nazisti furono capaci di uccidere milioni di persone e farla franca».

Coi suoi collaboratori e amici, con la rete degli uffici messa in piedi sotto copertura in tutto il mondo, il Gran Cacciatore è riuscito a portare alla sbarra 1.100 criminali tedeschi.

Nato nel 1908 a Buczacz, Polonia, è un giovane architetto, quando l’aggressione nazista decide tragicamente del suo destino. Quando Leopoli dove si trova, nel ’41 cade in mano ai tedeschi, viene portato nel campo di concentramento di Janowska. E’ l’inizio di una spaventosa odissea personale. Nel corso di quattro infernali anni passerà di lager in lager (ben tredici), per tre volte sarà portato davanti al plotone di esecuzione, subirà torture e vedrà perire nei campi di sterminio tutti i suoi parenti, 89 persone. Verrà liberato dagli angloamericani insieme agli altri prigionieri il 5 maggio 1945, quando il mondo scoprirà l’orrore senza nome.

Wiesenthal non farà mai più l’architetto. Nell’immediato dopoguerra è subito al lavoro negli uffici dell’Oss (i servizi segreti Usa) per l’acquisizione di tutti i documenti necessari per Norimberga. Ma non si ferma lì. Concluso il processo, conscio che molti criminali sono sfuggiti alla giustizia e non hanno ancora pagato, con un gruppo di amici a Linz, in Austria, fonda il Centro di documentazione ebraica. Obiettivo unico: la caccia ai seviziatori dovunque si trovino.

La sua arma infallibile è spulciare ore e giorni senza sosta tra i documenti dell’enorme burocrazia del Terzo Reich. Seppur distrutti, qualcosa doveva pur rimanere e lui cerca, cerca, infaticabilmente. E trova: carte, foto, testimonianze. E’ su queste piste ritrovate, che “la caccia” può partire. Quando l’ufficio di Linz chiude, tutta la preziosa, unica documentazione da lui reperita passa negli archivio dello Yad Vashem, l’ente creato dallo Stato israeliano per seguire le vicende legate all’Olocausto.

Non smette mai. A Vienna, dove è rientrato, riesce ad ottenere la collaborazione anche di reduci di guerra, militari, ex nazisti pentiti. Nella sua rete implacabile sono finiti, oltre Eichman, anche molti altri boia “eccellenti”. Come Franz Stangl, il comandante dei campi di concentramento polacchi di Treblimka e Sobibor, scovato in Brasile. Come Hermine Braunsteiner, efferata kapò massacratrice di bambini a Majdanek, ritrovata negli anni ’70 nel Queensland, dove viveva come una tranquilla casalinga americana. Ed è sempre lui che riesce a scovare, inseguendolo testardamente su labili tracce, anche l’uomo che aveva arrestato Anna Frank: il mondo conoscerà il suo nome, Karl Silberbauer, ufficiale della polizia austriaca: rintracciato, confesserà.

Nell’aprile del 2003, a 94 anni, decide di ritirarsi dalla “caccia” in prima persona, «sono riuscito a trovare tutti gli omicidi di massa che ho cercato», dice. Ma l’inseguimento è continuato, il suo Centro non ha chiuso. Una “Operazione ultima opportunità” ha preso l’avvio nelle repubbliche baltiche: diecimila dollari di taglia sono pronti per chiunque contribuisca alla cattura di uno dei responsabili delle persecuzioni contro gli ebrei in Lituania, Estonia, Lettonia. Al Centro di Vilnius sono arrivate 174 segnalazioni, sulle quali sta lavorando Efraim Zuroff, uno degli ultimi “cacciatori” ancora in attività.

I funerali di Wiesenthal si svolgono oggi al Cimitero Centrale di Vienna, di cui era cittadino onorario. La sua salma sarà successivamente trasferita in Israele, dove sarà seppellita con gli onori di Stato.

Ha lavorato tre anni interi per trasferire tutte le informazioni nella memoria di un computer, le informazioni che devono restare incancellabili.

Addio, Cacciatore “per Giustizia, non per vendetta”. «Quando andremo all’altro mondo – ha detto una volta a un amico orefice che gli chiedeva perché non aveva preferito fare l’architetto – incontreremo milioni di ebrei morti nei campi. E se ci chiederanno: che cosa hai fatto tu? Tu risponderai: il gioielliere. Un altro dirà: ho costruito case. Ma io dirò: non vi ho dimenticato».