E’ morto Friedman gigante del monetarismo

«Alla base delle dichiarazioni contro la libertà di mercato c’è quasi sempre un’ostilità di fondo nei confronti della libertà in quanto tale». Era questo uno degli aforismi con i quali Milton Friedman amava presentarsi al grande pubblico, nella veste di nemico giurato dei comunisti e più in generale di tutti i sostenitori, più o meno accaniti, dell’intervento pubblico nell’economia.
Friedman è morto a San Francisco, all’età di 94 anni. Indiscusso gigante del monetarismo e premio Nobel per l’economia nel 1976, Friedman potrà forse essere ricordato come il massimo rappresentante della contraddizione insita nel concetto di libertà in regime capitalistico. Egli fu infatti strenuo difensore non solo delle classiche libertà d’impresa ma anche dei diritti civili, e non ebbe mai alcuna remora nel difendere, anche di fronte all’America più bigotta e reazionaria, la legalizzazione delle droghe leggere e pesanti e al limite “il pieno diritto di uccidersi” attraverso di esse. Ma al tempo stesso Friedman fu pure il demiurgo economico della sanguinaria dittatura del Cile di Pinochet. Nel 1975, due anni dopo il feroce colpo di Stato che destituì Alliende e che avrebbe aperto una delle pagine più oscure della Storia del Novecento, Friedman accettò di incontrare il dittatore. In quel colloquio vennero gettate le basi per un famigerato gemellaggio tra l’Università di Chicago, tempio di Friedman e del monetarismo, e l’Università Cattolica di Santiago del Cile. L’obiettivo era quello di formare una nuova generazione di economisti e di politici cileni. Giovani e arrembanti, dopo il preliminare indottrinamento friedmanita i cosiddetti “Chicago boys” assunsero infatti importanti cariche nel governo Pinochet, al fine di sottoporre l’economia cilena ad una delle più pesanti purghe liberiste che si ricordino: abolizione dei minimi salariali e dei diritti sindacali, rigido controllo dell’offerta di moneta, deregolamentazioni, privatizzazioni e svendite di capitale pubblico nazionale a favore di imprese statunitensi, il tutto conseguito con una rapidità senza precedenti, grazie alla completa paralisi di un popolo soggiogato da una terrificante dittatura.

Friedman arrivò a definire quello cileno come “un vero e proprio miracolo”. Fu la goccia, ed anche i colleghi più miti e a lui culturalmente vicini cercarono di tenere le distanze da quella violentissima presa di posizione. Fu un’onta che tuttavia non lo perseguitò troppo a lungo. Appena pochi anni dopo, il governatore della Federal Riserve, Alan Greenspan, non ebbe alcuna esitazione nel definire pubblicamente Friedman “il mito” indiscusso della scienza economica contemporanea. Un tributo che, provenendo dal più importante banchiere centrale del mondo, venne da molti interpretato come un implicito ringraziamento. Dopotutto il monetarismo di Friedman aveva posto le banche centrali in una posizione a dir poco invidiabile. Da un lato, infatti, egli aveva sancito l’assoluta predominanza della banca centrale ai fini del controllo della spesa aggregata, e in particolare dell’inflazione. Dall’altro, con la geniale trovata del tasso di disoccupazione “naturale”, Friedman aveva liberato la medesima banca da qualsiasi responsabilità in merito all’andamento dei livelli occupazionali. Per l’economista di Chicago, infatti, in un regime di libera concorrenza la disoccupazione andava considerata come un fenomeno spontaneo, ossia volontario o al limite determinato da frizioni solo temporanee nei meccanismi di mercato. Un fenomeno per l’appunto “naturale”, nei confronti del quale le autorità di politica economica, e soprattutto la banca centrale, dovevano esser considerate del tutto incolpevoli.
Il modello monetarista di Friedman è stato negli anni sottoposto a numerose revisioni e modifiche. Eppure i concetti di fondo sul quale esso poggia risultano tuttora alla base della teoria economica dominante, e di fatto rimangono la più efficace legittimazione per gli indirizzi correnti di politica economica liberista. Eppure, scavando a fondo nel suo metodo, è possibile rintracciare una crepa, un limite interno. Friedman ha infatti riconosciuto che, dato un certo insieme di dati empirici, sono infinite le strutture teoriche in via di principio compatibili con essi. Perché dunque scegliere proprio le strutture apologetiche del capitalismo avanzate da Friedman? Perché invece non procedere ad un completo ribaltamento, teorico e politico, di quelle strutture? Sul piano strettamente scientifico, nulla di fatto può impedirlo. Uno spunto, questo, sul quale varrebbe marxianamente la pena di tornare a riflettere, e ad agire.