È Mediaset che «punisce» il mercato e il pluralismo dell’informazione

Sulla questione del «dimagrimento di Mediaset» e su una semplice, ragionevole e addirittura scontata battuta di Bertinotti, all’interno dell’intervista molto articolata da lui concessa domenica a Lucia Annunziata, si è scatenata in queste ore una polemica assolutamente ingiustificata eppure estremamente significativa, che ha visto agitarsi non solo le solite truppe cammellate dell’azienda-partito. «Bertinotti sta per diventare presidente della Camera – si legge – e per prima cosa parla di tv». C’è poi il riformista per il quale Bertinotti vuole «dettare l’agenda del futuro governo». Il ministro uscente dei trasporti non ha dubbi: «Roba da comunisti». E c’è persino un esponente comunista, la cui posizione è prontamente associata dai giornali a quella di Emilio Fede, per il quale è sbagliato «colpire i lavoratori per disarmare il loro padrone».
Tanto rumore per nulla? Non proprio.
Dietro questa enfatizzazione e questo concorso di opinioni chiaramente immotivate e strumentali c’è certamente la solita tendenza alla banalizzazione e alla schematizzazione di certi giornali, e ci sono indubbiamente anche modeste ragioni di bottega.
Che doveva fare, non Bertinotti o un comunista, ma un semplice esponente anche solo riformista o liberale del centrosinistra? Negarsi? Promettere di salvaguardare la Gasparri, considerata uno scandalo giuridico e morale a livello mondiale, e comunque combattuta da sempre da tutte le forze del centrosinistra e, a parole, persino da alcuni settori del centrodestra? Bertinotti si è solo limitato ad accennare al fatto che, sì, il centrosinistra farà, più o meno, ciò che ha sempre detto di voler fare e che ha inserito nel programma elettorale con cui ha acquisito il consenso che gli permetterà ora di governare.
Per il resto, è singolare che, dopo aver subito, perché minoranza, prepotenze e sbreghi alla dignità delle istituzioni, alla legalità e alle stesse leggi di mercato, dovremmo ora soggiacere al ricatto di chi ha tutto l’interesse di far passare preventivamente per “leggi punitive” semplici misure di ripristino della normalità istituzionale, democratica e imprenditoriale. Vedremo cosa si riuscirà a fare in maniera specifica – anche in questo settore della comunicazione, peraltro da tutti ritenuto, non solo in Italia, strategico – sul terreno delle innovazioni, del rilancio degli interessi collettivi e in generale della economia, dopo anni di finto neoliberismo, di finte privatizzazioni, di finto statalismo e di mortificazione degli elementi più dinamici della società e del mondo produttivo. Per adesso, non c’è dubbio che il centrosinistra ha il diritto/dovere di procedere ad una ristrutturazione del sistema televisivo connotata da due obiettivi fondamentali:
1. l’introduzione di principi generali, uguali per tutti, che promuovano e consentano di mettere le radici nel settore a un autentico pluralismo di imprese, di tipologie produttive e di orientamenti socio-culturali e politici (vanno assicurate a tutti uguali opportunità di concorrenza e di crescita: i proprietari e i «lavoratori» di una sola azienda, fosse anche Mediaset, non possono essere considerati più uguali degli altri). Ed è chiaro che questo pluralismo, come in tutto il mondo, non comunista ma occidentale e liberale, va perseguito con precise, trasparenti e rispettate norme anti-trust. Qui ed ora, come opportunamente rilevato da Bertinotti, «sia di reti sia di pubblicità». O, come pure si dice, «di capacità trasmissiva».
2. il risanamento e il rilancio di un servizio pubblico, sottratto al controllo dei partiti, che da un canto sia in grado di svolgere con autorevolezza nel mercato «commerciale» il proprio ruolo di promotore di qualità e di contenuti e dall’altro operi in coerenza con le ragioni ineliminabili che, specie in Europa a maggior ragione in una società dell’informazione globalizzata che tende all’omologazione e alla marginalizzazioni degli autentici interessi della collettività, giustificano l’esistenza della tv pubblica. Non foss’altro perché essa, come dice Bertinotti, lavora alla «ricostruzione della cittadinanza» ed è «strumento fondamentale anche per la politica economica».
Perché allora tanto rumore? Non v’è alcun dubbio: per gli enormi interessi economici e finanziari che si muovono attorno al mercato della tv, della raccolta pubblicitaria, dei telefonini, etc. Si tratta di interessi in parte mortificati e in parte (la propria parte) accolti e mimetizzati dal governo-Berlusconi.
Il centrosinistra, stretto fra gli uni e gli altri, può oggi finalmente farli emergere e riaffidare alle istituzioni il ruolo, che spetta loro, di equo regolatore del sistema in nome e con la finalità del pubblico interesse. Perciò, nessuna «punizione», ma anche nessun cedimento al ricatto di chi vorrebbe continuare a «punire» la libertà di mercato e la libertà di espressione nel nostro Paese.

* consigliere Rai