E l’ora di Zapatero-due

Dopo la lunga notte di domenica, il risveglio del day after è stato dolce, agrodolce, amaro, amarissimo. A seconda.

Sondaggi azzeccati
I sondaggi si sono rivelati giusti: vittoria di Zapatero con 3.5 punti di scarto, 43.6% contro 40.1%. Sia il Psoe sia il Pp hanno conquistato 5 seggi in più e alle prossime Cortes, che si inaugureranno l’1 aprile, ne avranno 169 e 153, con la stessa differenza: 16 seggi. In totale i due maggiori partiti hanno avuto insieme l’84% dei voti, contro l’80% del 2004, che gli varrà, grazie alla legge elettorale, il 92% dei 350 seggi. Poco dopo le 11 della sera di domenica un sorridente Zapatero è sceso dalla sede di calle Ferraz, nel centro di Madrid, per dire che aveva ricevuto le congratulazioni di Rajoy e che le elezioni erano vinte. Un po’ dopo anche Rajoy scendeva dalla sede del Pp di calle Genova per annunciare che la partita era persa ma anche, parzialmente vinta perché i «popolari» avevano ottenuto «il miglior risultato», numericamente parlando, della loro storia. Ma la sua faccia e quella della moglie che lo affiancava con gli occhi gonfi di lagrime erano tutto un programma. Rajoy sperava di restituire a Zapatero il colpo subito nel 2004 e di essere lui, questa volta, a rovesciare il pronostico. Ma ha perso e basta.

E adesso il Pp?
Rajoy ha perso e adesso ci si chiede che succederà nel Pp. Domenica sera Rajoy non lo ha chiarito, anche se si è accomiatato con un «adiós» che può fare pensare a un commiato. Anche perché Aznar, che è sempre il grande fratello pur dopo l’abbandono della politica attiva, non si è fatto vedere e c’è una squadra di leader e leaderini ultra che fa riferimento a lui. E spinge. A cominciare da Esperanza Aguirre, la «presidenta» della Comunità di Madrid, e Francisco Camps, il presidente della «Generalidad Valenciana» – due regioni dove il Pp era già dominante e ha ancora migliorato le posizioni -, come pure i due mefitici scudieri di Aznar, Angel Acebes e Eduardo Zaplana, segretario del partito e portavoce parlamentare, che Rajoy ha tenuto prudentemente «nascosti» nell’ultima fase della campagna nel tentativo di accreditare la sua immagine «moderata» e «centrista». Il Pp temeva, soprattutto a Madrid, un «effetto Gallardon»: Alberto Gallardon, il sindaco della capitale, uno dei pochi «popolari» non assatanati, grande nemico della Aguirre e per questo escluso dalle candidature alle Cortes. Ma non c’è stato alcun «effetto-Gallardon», anzi.
Ieri i giornali di destra si chiedevano se Rajoy fosse il miglior cavallo per la riscossa nel 2012. «Lo scarso entusiasmo mostrato nel rivolgersi ai suoi supporters domenica sera alimenta le speculazioni» (El Mundo). «Qualcosa si dovrà inventare il Pp, a meno di non volersi disintegrare sui banchi dell’opposizione, cercare il suo Zapatero e ricominciare come se non fosse accaduto niente» (Abc). «I dirigenti ‘popolari’ dovranno andare a un processo di rinnovamento rigoroso» [La Razórì). «Ragioni per riflettere» (Libertad Digital). L’impressione è che Rajoy sia bruciato.

Gli altri
Izquierda unida ha pagato il conto più pesante. Persi altri 300 mila voti rispetto al 2004, da 1.2 milioni a 960 mila, dal 4.9 al 3.8%, da 5 a 2 deputati. Paga i suoi errori, la perenne rissosità intema, la perdita d’identità, l’incapacità di mettere a profitto l’appoggio «leale» a Zapatero in questi 4 anni, ma anche la trappola del voto utile e della legge elettorale. Lo «tsunami bipartitico», l’ha chiamato Gaspar Iiamazers, annunciando un prossimo congresso, cui lui non ripresenterà la propria candidatura. A parte le molte ragioni che l’hanno ridotta a un rango puramente testimoniale, IU è stata la più massacrata dal bipartitismo coatto che tanto piace anche in Italia: con quasi un milione e quasi il 4% dei voti, ha avuto lo 0.5% dei seggi, mentre CiU con 768 mila vota ne ha avuti 11, il Pnv con 300 mila voti 6, Ere con 294 mila 3, i galleghi di Na-Bai che con 62 mila voti hanno avuto un seggio.
In generale anche i partiti regional-nazionalisti hanno subito l’effetto del voto utile e della legge elettorale: persi complessivamente 10 seggi e al livello più basso in 30 anni. L’unica eccezione sono i catalani-catalanisti di CiU, passati ad essere ogni probabilità gli interlocutori di Zapatero a Madrid. Una brutta gatta da pelare, perché a parte il fatto che sono l’espressione del padronato catalano e dell’Opus Dei, esigono molto in materia di statuto di Catalogna (la cui costituzionalità è sotto l’esame del Tribunale costituzionale) e di governo locale (in soldoni, un cambio di alleanze alla «Generalitat» catalana, retta finora da un tripartito socialisti-comuni-sti-Erc).

L’eccezione basca
A Mondragon, la città della Guipuzkoa dove venerdì l’Età ha assassinato il socialista Isaias Carrasco, l’astensione è stata del 40%. E nell’insieme delle tre province di Euskadi del 35% (contro il 15% a livello nazionale), 10 punti in più che nel 2004. Più o meno quanto avevano chiesto l’Età – «astensione e boicottaggio» – e i partiti «abertzale» del radicalismo basco – Batasuna, Anv, Pctv – a cui governo e magistratura spagnoli hanno proibito di presentarsi al voto. Ma l’ «effetto-Carrasco», su cui qui molti s’interrogavano, si è fatto sentire nel vistoso successo del Pse, la branca basca del Psoe, che ha fatto il pieno ai danni del Pnv. Il nodo Euska-di sarà di nuovo uno dei più intricati per Zapatero. Lo scontro e gli odi sono acutissimi. Domenica l’Athletic di Bilbao, una squadra che da sempre schiera solo giocatori baschi, ha per la prima volta acconsentito a celebrare il minuto di silenzio per una vittima dell’Eta. Ma il minuto è durato solo qualche secondo mentre una parte dello stadio San Mamés fischiava sonoramente inneggiando all’Eta.

Zapatero-due
Ieri mattina si è riunito il comitato esecutivo del Psoe, presieduto da Zapatero. Bilancio «molto positivo», il «terzo miglior risultato nella storia del Psoe» (straordinari in Catalogna e Euskadi, conferma della maggioranza assoluta in Andalusia, dove si votava anche perle regionali), una «vittoria sufficientemente forte e solida» per portare avanti gli impegni elettorali. Impegni che Zapatero ha identificato, oltre che nella «lotta al terrorismo», in «misure economiche e sociali urgenti» per far fronte alla «decelarazione» dell’economia e nella conseguente crescita della disoccupazione. Si è impegnato al «dialogo sociale» con padronato e sindacati -il suo marchio di fabbrica – e spera in una legislatura «senza crispación». Ma questo non dipenderà solo da lui.

Le donne e la Borsa
Nessuna reazione, ieri mattina, della Borsa di Madrid, nel 2006 e 2007 una delle più redditizie del mondo: «Risultati attesi, stesso governo», ha spiegato un operatore. Reazioni negative, invece, delle donne. Nonostante la «Ley de Igualidad», nelle prossime Cortes il numero delle donne – 125 nel 2004 -è addirittura diminuito di una deputata. Neanche il 36% contro il 40% prescritto dalla legge. Le candidate c’erano ma i partiti si sono premurati di mettere uomini nei seggi sicuri. Il «premier femminista» non ha fatto il miracolo.