E l’Istat spiega: i bamboccioni sono poveri

Nessun titolo di studio mette al riparo dalla crisi. Questa considerazione contenuta nell’ultimo rapporto Istat fa il punto sui costi della cosiddetta ‘congiuntura economica’ e soprattutto su chi ricade in termini di crescita e occupazione non solo in questa finanziaria ma anche per gli anni a venire, con un costo sociale sempre più elevato

E’ la fascia che va dai 15 ai 29 anni quella maggiormente colpita dalla disoccupazione. Non dovrebbe essere una sorpresa, visto che già la commissione europea guidata da José Manuel Barroso, lo scorso 11 febbraio 2010, spiegava che la disoccupazione tra i paesi dell’Unione avrebbe raggiunto il 10,3% e in questa cifra i giovani sono il 21%.

Perché noi possiamo lamentarci di più degli altri paesi? Perché oltre a raccontare la precarietà ‘percepita’ possiamo osservare le crude cifre della ‘precarietà reale’: le statistiche sono paradossalmente dalla parte di noi giovani italiani, che restiamo a casa con i genitori anche oltre i 30’anni, passati alle cronache come ‘bamboccioni’ dall’infelice termine utilizzato dall’ex Ministro dell’Economia di Romano Prodi, Tommaso Padoa Schioppa.
Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è del 25,4% mentre il totale è del 7,8%, a conti fatti i bamboccioni sono il triplo del totale.
E c’è poco da stare allegri visto che, in maniera degradante rispetto al titolo di studio (che tra i laureati registra una perdita occupazionale del 5,4%) i giovani italiani riescono a sopravvivere proprio con l’aiuto di mamma e papà e solo in quelle famiglie dove entrambi i genitori percepiscono un reddito.

Ma la crisi non colpisce solo i giovani ma anche le famiglie di provenienza che finora ne hanno garantito gli studi e le spese per mantenersi. I cassaintegrati tra i padri di famiglia per il 2009 sono stati 300 mila in più rispetto all’anno precedente, ed è quasi inutile ricordare che le donne statisticamente sono il fanalino di coda per livelli di reddito e occupazionali. A questo possiamo aggiungere un altro dato: il Rapporto per i diritti globali 2010 presentato dalla Cgil spiega come siano 2 milioni le famiglie giovani, del ceto medio, che stanno scivolando verso la soglia di povertà e fanno fatica a pagare il mutuo. Il 10% dei lavoratori è già sotto quella soglia ossia percepisce un reddito insufficiente rispetto al costo della vita e 7 milioni di italiani guadagnano meno di 1000 euro.

Guardando invece ai sacrifici ‘inevitabili’ della prossima manovra finanziaria, voluta dal Ministro Tremonti (che però ci tiene a dividere gli oneri e trattenere gli onori, chiedendo anche ai ministri più riottosi di condividere le misure draconiane previste dalla legge) la stretta sui dipendenti pubblici riguarda proprio i lavoratori precari della pubblica amministrazione. Certo, faranno sacrifici anche i parlamentari ma per quella parte di compensi che di solito servono a pagare i collaboratori.
E allora quando si parla di pensioni, di età media della popolazione, di costi sociali, bisognerebbe ricordare che stiamo minando proprio il sistema di vita di coloro che un domani saranno chiamati a farsi carico di una spesa sanitaria, previdenziale e per i servizi sempre più ingente.
Insomma, i bamboccioni italiani non sono solo precari ma sono anche poveri e se non si inverte la tendenza lo saranno sempre di più e, tra qualche anno, non avranno neanche mamma e papà e i nonni a farsi carico del loro futuro.