E l’economia reale quantifica i danni

Ci si è fatto il callo, ormai, agli aumenti del prezzo del petrolio. Al punto da parlarne solo in occasione di un nuovo record. Ma quanto pesano, questi aumenti, sull’economia reale?
Le opinioni, in materia, divergono solo di poco, qualche frammento di punto percentuale. Qui, insomma, non c’è spazio per i tuttologi che friggono parole in aria. Uno studio di Confcommercio, ieri, è diventato l’occasione per fare il punto. Il dato principale è di per sé scioccante: nel biennio 2005-2006, dando per buono un prezzo medio nell’anno in corso pari a 70 dollari al barile (una speranza, al momento), si a un aumento cumulato rispetto ai primi quattro anni del millennio pari al 152%. Tra il 2001 e il 2004, infatti, il prezzo medio aveva oscillato intorno ai 28 dollari (con una crescita, ma non molto rapida). La fiammata è arrivata con la fine de 2004, quando si era giunti a un prezzo considerato «insostenibile» di 40 dollari; ora, come sappiamo, siamo praticamente al doppio.
Attualizzando i prezzi del 1974 (11 dollari di allora sarebbero oggi 46), all’epoca del primo shock petrolifero, siamo già del 35% più in alto. Molto più vicini sono gli 80 dollari (attualizzati) del secondo shock, quello del 1981, in seguito all’occupazione dell’ambasciata Usa a Tehran. Quotazioni così alte, oltretutto stabili nel tempo (i primi due «shock», fondo, furono determinati da eventi politico-bellici di breve durata e si esaurirono nell’arco di pochi mesi; mentre qui si fanno previsioni di prezzi continuamente crescenti per i prossimi 15 anni), non possono non avere ricadute sull’inflazione in generale e sulla crescita della produzione. Ma quanto?
Stime della Bce valutano che ogni 10% di aumento si traduca nell’arco di sei mesi in una variazione dell’1,5% dei prezzi al consumo dei prodotti energetici, ovvero lo 0,1-0,2% dell’inflazione complessiva. E un po’ di più (fino allo 0,4%) sulla crescita del Pil.
Ma tutte queste sono fredde cifre, un po’ astratte. Più concretamente, ieri le associazioni degli agricoltori – Coldiretti e Cia – hanno ricordato che dall’inizio dell’anno il costo dei carburanti in agricoltura è cresciuto del 10%; e l’anno scorso del 25. Un onere aggiuntivo di 183 milioni per un settore con gravi problemi di «competitività», specie per quelle aziende che debbono usare il riscaldamento (per serre o allevamenti). Ma anche i carburanti agricoli – quasi esclusivamente il gasolio, ormai – sono esplosi (oltre il 25%).
Non meglio va per la distribuzione delle merci, peraltro assolutamente demenziale in un paese con le caratteristiche geografiche dell’Italia: 1.400 milioni di tonnellate vengono trasportate su gomma, e solo 83 milioni su ferro. Per far questo facciamo girare sulle nostre strade 4,5 milioni di autocarri, camion, autoarticolati; con un costo di esercizio complessivo pari a 243 miliardi di euro e una spesa di solo carburante pari a 29 miliardi. Poi ognuno di noi ci mette del suo: abbiamo 581 veicoli ogni 1000 abitanti.
Un esempio diverso: proprio ieri Air France e Klm hanno annunciato un aumento dei prezzi dei biglietti (un euro in più sui voli nazionali, due sul «corto raggio», 7 sul lungo) a causa dell’aumento dei carburanti.
Messo così il quadro appare certamente drammatico. Lo studio di Confcommercio, però, non può semplicemente gettare nello sconforto i propri associati. E quindi avanza per un verso delle richieste concrete al governo – la sterilizzazione immediata del peso dell’Iva che si cumula a quello delle accise – e alcune previsioni della Ue sui possibili effetti degli alti prezzi dei prodotti petroliferi.
Il ragionamento si basa sull’esperienza degli anni ’70 e ’80. I paesi produttori di idrocarburi, infatti, stanno beneficiando di una «bonanza» mai vista sulle loro entrate finanziarie. Ben presto questo dovrebbe (potrebbe) tradursi in un aumento dei consumi da parte di quei paesi, con benefiche ricadute sulle esportazioni europee.