È intesa sull’Afghanistan

«Alla camera sarebbe una questione di coscienza, al senato un caso di incoscienza». Massimo D’Alema, dopo l’exploit di Bruxelles, torna a Roma e durante l’incontro con i capigruppo dell’Unione alla camera sfodera un volto decisamente più disponibile per far rientrare i malumori nell’Unione: «Dopo la vittoria dell’Italia all’estero finalmente mi chiedono più di Cannavaro che di Cannavò» (deputato del Prc contrario alla missione, ndr), prova a scherzare. Dopo una riunione durata alcune ore – e una giornata drammatica in cui l’accordo raggiunto nei giorni scorsi era dato per spacciato – il centrosinistra ritrova l’intesa (con qualche distinguo di bandiera dei comunisti italiani). Si riparte però da dove si era partiti: niente voto di fiducia (almeno alla camera) con una sorta di dichiarazione «programmatica» di Prodi sulla politica estera e una mozione parlamentare in cambio del via libera incondizionato delle sinistre al ddl sulle missioni all’estero varato dal governo. Sarà il tempo (e i contenuti della mozione) a stabilire se l’equilibrio di ieri siglerà la pace nell’Unione o sarà un gioco delle tre carte che sposta nel tempo i dissidi. «La parte più significativa del riguarda il ritiro dall’Iraq – avvisa amaro D’Alema dopo la riunione – ma nel nostro paese tutto si concentra sulle beghe interne e non sui fatti internazionali». L’ombra del Kosovo 1999 però aleggia ancora nei ragionamenti a porte chiuse, quando la guerra del governo D’Alema passò alla camera grazie all’astensione determinante del polo. Tanto che per sedare i malumori sull’Afghanistan visto l’annunciato sì della Cdl è aleggiata perfino l’ipotesi del voto di fiducia.
Voci che cadono definitivamente quando dal Colle giunge l’apprezzamento di Giorgio Napolitano per l’apertura di Berlusconi. L’abbandono del muro contro muro sulla politica estera è un impegno preciso del presidente della Repubblica. E al governo non resta che adeguarsi. Alla fine D’Alema apprezza l’intesa: «Il ddl avrà un consenso amplissimo di maggioranza e opposizione e ci sarà un momento di grande unità del paese a sostegno dei nostri militari impegnati in missioni di pace». L’accordo (ri)trovato ieri prevede una mozione che impegnerà l’Italia a farsi promotrice all’interno degli organismi internazionali di una ridefinizione della missione Isaf in Afghanistan e tenendosi sulle generali ricalcherà il programma dell’Unione. Dovrebbe contenere anche l’osservatorio di monitoraggio sulle missioni e dare vita a quella «vigilanza preoccupata» evocata anche dal ministro Parisi in passato. Anche il can can sviluppato su Enduring Freedom per per D’Alema sarebbe solo il frutto di un equivoco, di un ddl scritto male: «La missione navale collegata ad Enduring Freedom – ha assicurato il vicepremier dopo l’incontro – non ha nulla a che vedere con la presenza italiana in Afghanistan che è solo la missione Isaf». D’Alema, a quanto pare, avrebbe anche ricordato che in alcuni paesi, tra cui l’Olanda, c’è un dibattito analogo sulla missione. Come volevano i Verdi, infine, ci si attiverà in Europa per favorire l’acquisto di oppio per aiutare le aree del sud dell’Afghanistan. Marina Sereni, vicecapogruppo dell’Ulivo, sarà la coordinatrice del gruppo che da stamattina si incaricherà di stilare la mozione. Ma per Roberto Villetti, della Rosa nel pugno, «è del tutto evidente che il problema del rafforzamento della missione a Kabul se non si risolve oggi si ripresenterà domani».
Durante la riunione dei capigruppo occhi puntati e qualche parola grossa verso Pino Sgobio, rappresentante del Pdci. Del tutto isolato ma molto insistente nel rifiutare l’idea della mozione, a suo giudizio inutile. Nella riunione, mentre Mauro Fabris dell’Udeur gli dava del «doroteo» e lo accusava di tenere «posizioni ricattatorie», il capogruppo alla camera dell’Ulivo Dario Franceschini è stato il più duro: «Ma ti rendi conto che quello che dici non ha senso? Sono assurdità inutili e senza senso». Dietro l’angolo c’è il precedente del senato, quando tutti i capigruppo uscirono con l’accordo e il Pdci ribaltò le carte affermando che tutto era invece in alto mare. Un’esperienza, avvisa Franceschini, che non può più ripetersi ma che invece si ripete a metà. Per ora, infatti, il Pdci non ritira gli emendamenti ma, assicura lo stesso Sgobio, «la mozione non ci spaventa e ci lavoreremo perché sia un documento convincente». Mentre Oliviero Diliberto, che fin dalla mattina aveva chiesto il pronunciamento di Prodi e non la mozione, certifica in serata che finora si è parlato solo «di metodo», di un «percorso» in cui «resta tutto da stabilire». Giravolte che nulla hanno a che vedere con la politica estera dell’Italia visto che lo stesso segretario tranquillizza tutti: «Non ci sono rischi di crisi, noi siamo contrari all’Afghanistan ma non significa che faremo cadere il governo».
Salvatore Cannavò (Sinistra critica – Prc alla camera) non rivela ancora le sue intenzioni: «Il problema non sono i cosiddetti dissidenti ma il fatto che Berlusconi voti il decreto, bisognerebbe cambiarlo». Mentre dal senato anche Claudio Grassi (Ernesto – Prc) giudica «negativamente» l’esclusione dalla mozione di riferimenti contro Enduring Freedom e l’avvio dell’exit strategy da Kabul. Il partito non esclude forme di pressione per proibire voti in dissenso. Qualche lume in più sulla consistenza dei malumori verrà dall’assemblea del 15 a Roma. Di ieri le adesioni, tra gli altri, di Tariq Ali, Francesco Caruso, Noam Chomsky e padre Alex Zanotelli.