E il «terrorista» chiese l’espulsione

All’Italia Ahmed Nacer Yacine chiede solo una cosa, di essere espulso. Vuole tornare in Algeria perché lì, come ex militante del Fronte islamico di salvezza (Fis), potrà beneficiare dell’«amnistia in cambio della riconciliazione», approvata un anno fa con un referendum per chiudere quasi un decennio di guerra civile, dal colpo di stato che impedì la vittoria elettorale del Fis nel ’90 fino alla stagione dei massacri del Gia (Gruppo islamico armato) e dei gruppi jihadisti più o meno legati alle centrali internazionali del terrore. «Mandatemi via, voglio essere espulso», implora Yacine, 39 anni. L’ha ripetuto giorni fa al suo avvocato, Simonetta Crisci. L’ha scritto per lettera anche al ministro dell’interno Giuliano Amato e a tutte le autorità alle quali si è rivolto, disperato, dal carcere di Sulmona (Pescara). In Italia si è adattato, parla napoletano perché a Napoli ha vissuto gran parte degli ultimi sedici anni, da quando era presidente della Lega islamica degli studenti dell’università di Annaba, legata al Fis, e venne espulso nel ’92. Ma laggiù lo aspetta una moglie sposata poco prima dell’ultimo arresto, maggio 2005. Appena quindici giorni insieme, poi lui in galera e lei a casa. Yacine giura che con il Gia non c’entra, né con i gruppi salafiti (Gspc), né con gli sgozzamenti di donne e bambini. Era un militante del Fis, partito islamista anche più radicale dei Fratelli Musulmani egiziani ma certo non una banda di aguzzini. Ieri l’altro Yacine ha pensato che il mondo gli cadesse addosso. Credeva di rimanere dentro solo poche settimane, a fine ottobre sarebbe sceso sotto i tre anni e sarebbe scattato l’indulto. A quel punto gli andava bene anche l’espulsione, come tanti altri presunti terroristi cacciati dal Viminale un attimo dopo la scarcerazione in base alle leggi dell’ex ministro dell’interno Giuseppe Pisanu. Ma gli è arrivato un nuovo ordine di carcerazione per terrorismo. Stavolta sono le indagini del Gico della guardia di finanza, gli ultimi arrivati sul mercato, al centro delle quali c’è il tunisino Afif Mejri arrestato a Zurigo, presunto capo di una presunta cellula che usava i sistemi «parabancari» comuni a milioni di immigrati per finanziare dall’Italia e dall’Europa gruppi terroristici che hanno colpito in Algeria fino al 2005 e hanno rapporti con cellule attive, tra l’altro, in Spagna. Nelle conversazioni intercettate gli attentati verrebbero chiamati «matrimoni»: al processo si vedrà se alle agghiaccianti espressioni di giubilo corrispondeva un ruolo concreto e, soprattutto, se i soldi messi insieme in Europa erano effettivamente collegati a questa o quella strage. L’ordinanza del gip milanese Luca Pastorelli, richiesta del pm Luigi Orsi, riguarda poi tre algerini latitanti (forse tornati nel loro paese) e due già in carcere in Italia, El Heit Alì (a Caserta) e appunto Yacine. La presunta «rete» di cui farebbe parte è sempre quella di Djamel Lounici, al centro della prima, storica indagine dei carabinieri di Napoli sull’estremismo islamico in Italia. Sono entrambi in tutte le liste internazionali di terroristi. Vennero arrestati nel lontano ’95 perché dall’Italia sostenevano il Fis, che pur non essdo il Gia faceva la guerra civile. Un anno fa li hanno condannati in via definitiva per associazione a delinquere finalizzata alla fabbricazione di documenti falsi. Non per terrorismo. Il tribunale aveva stabilito dall’inizio che l’«associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico» non riguardava gli attentati in Algeria. La cassazione ha confermato. Ma dopo l’11 settembre 2001 l’articolo 270 bis del codice penale parla di «terrorismo internazionale». Yacine per ora non tornerà a casa. L’Italia si ostina in una guerra che l’Algeria, dopo anni di sangue, cerca di chiudere.