E’ il pacchetto Treu che ha spianato la strada

LAVORO&FLESSIBILITA’

Le risposte di Tiziano Treu agli interrogativi posti da Enrico Pugliese lasciano ben sperare. Non sarebbe troppo azzardato affermare che ci troviamo a cospetto di un Treu «nuovo», che si guarda bene dall’esaltare il paradigma della flessibilità che aveva chiaramente ispirato il famigerato «pacchetto Treu» del 1997. A onor del vero, già in recenti interventi, Treu aveva escluso che la crisi di competitività del Paese potesse dipendere dal mercato del lavoro, e aveva inoltre denunciato la precarietà generata dai contratti di lavoro flessibile. Nell’intervento sul manifesto, egli aggiunge la necessità di una politica di sostegno ai salari, rivendica una crescita occupazionale «sana» (basata su contratti di lavoro a tempo indeterminato) per gli anni 1996-2001 e indica il limite dei governi dell’Ulivo nell’assenza di una riforma degli ammortizzatori sociali. Soprattutto, rifiuta qualsiasi apparentamento, qualsiasi continuità, tra il «pacchetto Treu» e la «legge Biagi». Treu spiega che le due normative hanno una «impostazione opposta»: lui si proponeva di «regolare e limitare le forme di flessibilità esistenti» mentre la Biagi «moltiplica la flessibilità». L’affermazione di Treu circa la soluzione di continuità tra il suo «pacchetto» e la «Biagi» non convince e credo celi un passaggio di rilievo per la discussione sul futuro programma di governo. Il «pacchetto Treu» non nacque come misura che doveva limitarsi a dispiegare effetti all’interno del mercato del lavoro. I suoi obiettivi erano ben più ampi. Esso era una logica conseguenza del «teorema» della flessibilità del lavoro come strada obbligata per lo sviluppo; un «teorema» che, pur prodotto dalla cultura economica di destra, convinse tutte le forze moderate del centrosinistra e a cui la sinistra non seppe opporsi. Il ragionamento si fondava sui vantaggi e sui costi della Ue. In sostanza, l’idea era che il processo di unificazione, mentre per un verso consentiva al Paese di entrare nella grande economia continentale protetta da una stabile moneta unica, per altro verso finiva per eliminare la scialuppa di salvataggio della «valutazione competitiva», cui l’Italia si era a più riprese aggrappata lungo gli anni `80.

Insomma, non era più possibile svalutare la moneta per recuperare competitività e dare un po’ di respiro alle esportazioni. Questa situazione inedita generava alcune conseguenze di rilievo. L’inflazione diveniva ora un male da combattere, traducendosi immediatamente in una caduta di competitività. Non solo. Considerata l’impossibilità di svalutare, e assunti acriticamente i vincoli alle politiche fiscali e monetarie, l’economia restava sguarnita di meccanismi protettivi rispetto alle oscillazioni del ciclo economico, e risultava incapace di spingersi oltre sul sentiero dello sviluppo.

La flessibilità del mercato del lavoro si rendeva indispensabile: il lavoro doveva divenire la valvola di sfogo dei capricci ciclici dell’economia. Dunque occorreva flessibilità, in tutte le sue possibili declinazioni (salariale, numerica, funzionale). Ed ecco prima la benedizione del centrosinistra agli accordi del luglio 1993 e poi il «pacchetto Treu». Si badi bene: l’idea che l’Ue non possa tollerare mercati del lavoro men che flessibili è oggi condivisa da tutta la destra europea. La «Biagi» si è mossa lungo questa direzione, sgombrando il campo a pratiche di sfruttamento prima impercorribili, e – purtroppo – il «pacchetto Treu» le ha spianato la strada. Certo, oggi pare che il centrosinistra cominci a riconoscere gli effetti funesti della flessibilità. È vero che l’occupazione è cresciuta dalla metà degli anni ’90 ma ormai, come mostrano i più recenti dati Istat, sono chiari i segnali di una inversione di tendenza. Di più: è cresciuta una occupazione di pessima qualità che si è accompagnata a un ristagno della produttività, a pesanti squilibri territoriali e di genere, e che ha prodotto nuove forme di precarietà e sfruttamento (si vedano i dati Ilo) aggravando lo squilibrio distributivo tra redditi da capitale e redditi da lavoro. Soprattutto: la flessibilità – quella del «pacchetto Treu», dal momento che gli effetti della «legge Biagi» sono ancora scarsamente apprezzabili – ha favorito la marcia fallimentare del Paese verso un modello di specializzazione fondato sulla competitività da costi. Il centrosinistra deve sbarazzarsi del «teorema» della flessibilità del lavoro come strada obbligata per lo sviluppo e puntare le sue carte su un rilancio delle politiche pubbliche.