E gli italiani stanno a guardare? Universitari sotto tono

Un movimento paragonabile a quello della Sorbona, in Italia lo abbiamo vissuto con le occupazioni delle università, nell’autunno scorso. Ma adesso la marea sembra ritornata indietro, c’è più rassegnazione e il movimento appare sfilacciato: le mobilitazioni sembrano isolate nei singoli atenei: siamo al riflusso? Al centro delle proteste degli studenti, affiancati dai ricercatori precari, la richiesta di abrogare la «controriforma Moratti», quella che ha precarizzato non solo il lavoro degli atenei, ma persino lo studio. Dunque un tema vicino all’università, ma meno alla generalità del mondo del lavoro. Una differenza non da poco rispetto alle mobilitazioni francesi, organizzate contro una riforma che punta a precarizzare tutto il lavoro (paragonabile, con le dovute proporzioni, alla nostra legge 30). Il tema precarietà, d’altra parte, si tocca con mano negli atenei: abbondano di borsisti, assegnisti di ricerca, cococò e cocoprò che spesso si sobbarcano per anni il lavoro «sporco» che i professori ordinari non si vogliono accollare (esami, seminari, disbrighi burocratici), pagati poche centinaia di euro al mese e con lunghe pause tra un contratto e l’altro. Secondo la «Rete nazionale ricercatori precari» (ricercatoriprecari.org), si tratta di circa 50 mila persone che lavorano senza diritti: una goccia in mezzo ai 4 milioni e mezzo di precari del paese, ma certo un’area molto sensibile.

Giuseppe Allegri è assegnista di ricerca alla Sapienza di Roma, è precario da circa 10 anni: prima 3 anni di dottorato, poi 2 di borse, altri 2 sommando le pause, e oggi un contratto di 2 anni più 2, scadenza nel 2007. Dopo cosa farà? «O divento ricercatore a tempo indeterminato, se riesco a vincere un concorso, o potrebbe aprirsi un futuro indefinito di contratti cocoprò». Ovvero a compenso libero (un semestre 500 euro al mese, un altro 700), senza garanzia di rinnovi, senza tutele di nessun tipo. E la pensione? «E’ una generazione disperata – spiega – e solo oggi si comincia a riflettere sugli ultimi 15 anni, sulle responsabilità che ha avuto anche il centrosinistra nel precarizzare il lavoro. Ma se in Francia gli studenti sembrano avere una sponda nella sinistra, credo che i movimenti italiani abbiano difficoltà ad affermare e generalizzare le lotte perché la politica non li interpreta. I partiti dell’Unione non offrono soluzioni ai nostri problemi: ci hanno ascoltato 3 minuti alla Fabbrica del programma di Bologna, e poi chi li ha visti più». «Penso che bisognerebbe rafforzare il welfare – conclude – non ritengo realistico trasformare improvvisamente milioni di persone in lavoratori subordinati, come nelle fabbriche fordiste. Oggi puntiamo sulle rivendicazioni “locali”: contrattazione nei singoli atenei per avere diritti, o collegamenti con enti di ricerca come Istat ed Enea. Ma certo, rischia di diventare un ripiego».

Francesco Brancaccio fa parte del collettivo Pre-Occupati di Scienze Politiche, a Roma; lo raggiungiamo al telefono mentre manifesta contro la legge sulle droghe: «Quello francese è un grande movimento, già si preparava con la rivolta delle banlieues. Questo noi lo avevamo capito quando occupavamo la facoltà nell’ottobre scorso, tanto che esponemmo uno striscione: “Siamo tutti di Racailles”. Insomma oggi le grandi città, Roma e Parigi, sono sovrapponibili, e la precarietà del lavoro si trova nelle periferie come in centro, nelle università. La precarietà accomuna gli operai, i ricercatori, gli operatori dei call center. Gli stessi studenti: la riforma Moratti ha quantificato lo studio, 25 ore fanno un credito, il sapere è diventato una merce». Ma alla politica cosa chiedono gli universitari? In Francia si sono mobilitati contro una legge sul lavoro: «Noi ci auto-rappresentiamo, le lotte parlano per noi, non deleghiamo. Certo, se l’Unione farà leggi positive ci andrà bene, ma non crediamo che possano dare risposte con i programmi, il dibattito di oggi non ci convince. Ora ci prepariamo a raggiungere i parigini: se il 16 marzo saranno in piazza, noi saremo con loro. Stiamo già allestendo i pullman».