E’ giusto diffidare. E sperare

Non bisogna farsi ingannare dai finti luccichii. Il Cile che si lascia dietro il socialista Ricardo Lagos, che oggi esce di scena fra le fanfare, è uno dei paesi più iniqui e sbilanciati dell’America latina. A riprova che il Pil e la sua crescita non significano automaticamente welfare e miglioramento delle condizioni sociali. Questo è il grande debito – ancor più di quello per le atrocità commesse dalla dittatura che sia pur parzialmente e tardivamente ha cominciato a essere pagato – che si lascia dietro il Cile «democratico» e «moderno» del socialista Lagos (che tanto piace alla socialdemocrazia italiana ed europea). E che si trova di fronte la socialista Bachelet. O Michelle riuscirà a incidere davvero – come ha promesso – sui buchi neri ricevuti in eredità dal pinochettismo e in qualche caso resi addirittura più profondi (e più neri) dalla coalizione di centro-sinistra, o prima o poi anche l’elogiatissimo Cile si avviterà nella spirale perversa degli altri paesi dell’America latina. Al contrario di quel che si dice in giro, è più il Cile a doversi avvicinare al resto dell’America latina – che con i suoi limiti ed errori sta mostrando una disposizione nuova a combattere l’esclusione sociale e una volontà più ferma di resistere ai diktat venuti da fuori – che l’America latina a dover seguire l’esempio del Cile, come dagli Stati uniti all’Europa si auspica. In questo senso è giusto dire (come scrive Irene Geis) che Michelle Bachelet è un enigma ed è giusto dire (come scrive Luis Sepúlveda) che la prima donna presidente del Cile merita qualche credito e suscita qualche speranza.

Forse prima ancora per il fatto di essere donna, e una donna con un vissuto molto spesso, che per il fatto di essere socialista. Non si può dimenticare, pur riconoscendogli i meriti dovuti, che gli applausi al socialista Lagos sono molto più gli applausi degli imprenditori cileni che dei ceti subalterni.

L’America latina che sembra andare decisamente verso (il centro)sinistra, ha bisogno di dare risposte urgenti alle domande sull’esclusione, sulle diseguaglianze, sulla disoccupazione aperta o mascherata, sul razzismo contro i neri e gli indiani. Non vale il discorso apparentemente tanto di buon senso di un Felipe Gonzalez (ma non solo) che prima bisogna cuocere la torta per poterla poi dividere. Il problema è (anche) nel «modello». E il «modello cileno», ancor oggi, è il figlio legittimo della mortifera coppia pinochettimo-neoliberismo. Se non si intacca il «modello»,in Cile (e altrove) le cose non cambieranno. Sinistra o non sinistra, donna o non donna.