E Fausto divenne il soccorso rosso di Walter

Il paradosso è che nel 1998 l’allora vicepremier Walter Veltroni, inascoltato, ammonì così Romano Prodi: «Guarda che Fausto fa sul serio». Quasi dieci anni dopo, da leader del Pd, Veltroni sta cercando da un paio di giorni di convincere Prodi che stavolta è il contrario. «Bertinotti non vuole la caduta del governo», ha giurato il sindaco di Roma al Professore. Perlomeno non subito, avrebbe forse potuto aggiungere, ma questa è una chiosa di cui Prodi non ha bisogno. Stavolta il Prof ha capito da sé. E le rassicurazioni di Veltroni, realmente impegnato a prolungare la vita dell’esecutivo quanto basta a mettere in cascina la riforma elettorale, servono solo a confermare al presidente del Consiglio che la fine della sua avventura a palazzo Chigi è vicina e che a tracciare una bella X sul calendario è stata proprio la coppia Bertinotti-Veltroni. Tra i due, in effetti, il rapporto è ormai strettissimo. «Quasi ogni giorno la prima telefonata è con Walter», raccontano fonti vicine al presidente della Camera. «Si sentono quotidianamente», conferma l’entourage del sindaco di Roma. Non c’è bisogno di sherpa o di ufficiali di raccordo, anche perché Bertinotti si muove in solitaria, spesso spiazzando i vertici del suo stesso partito. L’intesa è sopravvissuta pure all’intervista di Bertinotti a Repubblica,che al contrario di quanto pensano in molti (Prodi compreso), non è stata concordata e ha costretto Veltroni a faticare per tenere insieme i pezzi: «Non ho condiviso l’intervento di Bertinotti, anzi alcuni passaggi li ho trovati addirittura sgradevoli», ha detto il sindaco. Bertinotti non si è però pentito di aver piazzato l’affondo, concepito per differenziarsi bene dai morbidi ultimatum del Prc su temi come welfare e sicurezza. E il monito al premier affinché non si metta in mezzo sulla riforma elettorale un effetto voluto, e gradito anche al segretario democratico, l’ha comunque sortito: il vertice dell’Unione convocato da Prodi per ritagliarsi un ruolo nella vicenda, e previsto la settimana prossima, appare adesso un’arma spuntata.
Del resto, la corrispondenza di obiettivi tra il neocomunista Fausto e il mai-comunista Walter va avanti da tempo.
Già in aprile, prima della scesa in campo del sindaco, il presidente
della Camera aveva suggerito: «Veltroni può essere il futuro leader della coalizione, rappresenterebbe bene il ricambio generazionale». Quindi, a ridosso del discorso veltroniano del lingotto, Bertinotti aveva disegnato un percorso parallelo e strigliato i suoi per il ritardo strategico
accumulato sul Pd: «Occorre costruire subito una sinistra di alternativa».
Il patto definitivo è stato siglato però il 9 novembre scorso, (quando Veltroni, accompagnato da Dario Franceschini e Giuliano Amato, si è presentato a Montecitorio per illustrare a Bertinotti il suo piano di incontri bilaterali sulle riforme, per fargli avere in anteprima il testo del Vassallum e per giurargli che il tentativo di evitare il referendum sarebbe stato praticato con impegno e convinzione. Da quel momento il
leader comunista sa che ogni mossa di Veltroni è anche finalizzata a un obiettivo che il Prc coltiva da sempre: una legge proporzionale
che faciliti la nascita della Sinistra unita e le lasci il margine per non impiccarsi a raffazzonate scelte governiste. Una legge da varare, se necessario, anche con un esecutivo istituzionale in caso di caduta del Prof.
Ecco perché il soccorso rosso è garantito a Veltroni. Pronto a sua volta a ricambiare la cortesia, tanto che ieri è toccato a quest’ultimo rabbonire Fabio Mussi, alleato di Bertinotti nella neonata sinistra Arcobaleno (a proposito, il brutto simbolo e il curioso nome hanno un alto indice di sgradimento dalle parti di Montecitorio), ma molto critico su tempi e modi dell’esternazione a Repubblica. Veltroni ha garantito al vecchio compagno di partito che non c’è intenzione di staccare la spina e che si lavora ancora sull’agenda di governo per il 2008. Ma Veltroni non è riuscito a convincere Mussi che un esecutivo istituzionale rappresenti un possibile piano di riserva: «E un calcolo rischioso – ha spiegato Mussi al termine dell’incontro -perché quando un governo cade si entra in una zona oscura e complessa e le riforme entrano in una terra di nessuno».
Ammesso che non vi siano già entrate. Tanti sono i problemi senza soluzione. Manca ancora la quadra sul sistema elettorale. E proprio la difficoltà a districarsi tra le varie ipotesi in campo spiega ancora meglio perché Veltroni abbia un disperato bisogno di fare asse con Bertinotti. Il quale, a differenza di Massimo D’Alema e degli iper-tedeschi democratici, è disponibile a ibridare il modello teutonico con correttivi spagnoleggianti o maggioritari, come ad esempio un mini-premio lista al partito più votato, compromesso che ieri Veltroni ha illustrato a Mussi e che servirebbe anche a placare la rivolta dei referendari. Insomma, senza l’eterodirezione di Bertinotti il Prc si sarebbe rintanato nel motto “tedesco o niente” e per Veltroni sarebbe stato impossibile arginare il fronte dei filo-Casini. Se poi l’asse si tramuterà in futura alleanza di governo, questo si vedrà.
Per ora resta che, a differenza di Bertinotti, Veltroni qualche rammarico sull’intervista-bomba lo nutre. Perché adesso il sindaco di Roma deve passare metà del suo tempo a impedire che Prodi cominci a ragionare come una mina vagante, reazione tipica del Prof nei momenti di estrema difficoltà e che Veltroni conosce bene per averla sperimentata al suo fianco proprio nel 1998. Nuovi partiti, scomuniche, appelli, lettere aperte, scissioni: non c’è mezzo che Prodi non sia disposto a prendere in considerazione per vendere cara la pelle. L’ultima volta, in primavera, Prodi aveva fatto trapelare il proposito di candidarsi alle primarie del Pd per scongiurare il rischio di dualismi e commissariamenti. E pronto a fare altrettanto. Per questo il leader democrat non vuol concedergli appigli: «Devo esprimere un grande apprezzamento per il lavoro svolto dal governo Prodi in questo anno e mezzo, perché nelle condizioni date ha fatto un grande lavoro», ha detto ieri Veltroni in apertura del coordinamento del Pd. Nella speranza che Prodi lo prenda per un giudizio più sincero delle rassicurazioni sui piani di Bertinotti.