E dalle macerie di Gaza, spunta il jolly Dahlan

A Gaza si continua a combattere e a morire. Ieri quattro palestinesi sono stati uccisi nei combattimenti tra Hamas e Fatah e il bilancio complessivo degli scontri – scoppiati giovedì – è salito a 33 morti. Ogni appello alla calma è caduto nel vuoto, anche perché le due parti non sembrano convinte che mettere fine a sparatorie, rapimenti e agguati sia la soluzione in questo momento. Un funzionario dei servizi di sicurezza, Abed Affandi, è stato ucciso ieri mattina da uomini armati che hanno intercettato la sua automobile nel centro di Gaza. Un attivista di Hamas è stato ucciso a Gaza city, mentre un civile palestinese è stato colpito a morte a Khan Yunis. Infine un agente dei servizi di sicurezza ferito domenica notte, è spirato in ospedale. Si moltiplicano intanto le iniziative della società civile. Raduni, manifestazioni e sit-in sono in programma a Ramallah, Nablus e altre città dei Territori occupati per dire «no» alla guerra civile. L’ultima è stata avviata da Mustafa Barghuti, di Iniziativa nazionale, che nelle settimane passate aveva mediato invano tra Hamas e Fatah.
Le prospettive di una interruzione degli scontri sono modeste anche se domenica sera i due movimenti rivali hanno accettato un’iniziativa del re saudita Abdullah per una riunione di riconciliazione alla Mecca in una data da stabilire. A Gaza si sta sviluppando anche una mediazione dei servizi segreti egiziani, i cui inviati hanno presentato alle due fazioni un piano in cinque punti. Il generale egiziano Omar Suleiman – che ha avuto un colloquio telefonico con il premier Ismail Haniyeh – ha proposto il ritiro dei miliziani dalle strade, la liberazione di tutti i rapiti, la rimozione dei posti di blocco e l’apertura di indagini della polizia sui responsabili delle violenze. Invece le trattative per la formazione del governo di unità nazionale rimangono congelate.
Dagli scontri in corso a Gaza non emerge solo la gravità della crisi interna palestinese. Sul piano militare, ad esempio, non sfuggito un significativo aumento delle capacità belliche dei militanti di Fatah e delle unità fedeli al presidente Abu Mazen. Hamas è più forte ma non domina più nelle strade e, più di tutto, il suo principale nemico, il controverso ex ministro Mohammed Dahlan, sta rafforzando le sue posizioni e si pone sempre di più come il «salvatore» delle sorti di Fatah a Gaza. Dahlan, che nelle scorse settimane aveva organizzato la più grande manifestazione di Fatah a Gaza dal 1994 (100mila persone), ha costituito con la tacita approvazione di Abu Mazen, «unità di elite» impiegando gli uomini migliori dei servizi di sicurezza. Venerdì è riuscito a rompere l’assedio che la potente «Forza di pronto intervento» di Hamas aveva messo alla casa di Mansour Shalayel, un dirigente locale di Fatah accusato di aver organizzato l’agguato di giovedì sera costato la vita a due miliziani islamici. Ottenuto il permesso di utilizzare i mezzi blindati della guardia presidenziale, Dahlan ha inviato una settantina di uomini a Jabaliya che hanno liberato Shalayel e ucciso sette uomini della «Forza di pronto intervento». Il punto debole di Dahlan rimane la sua reputazione di «amico di Stati uniti e Israele». Gran parte della popolazione e alcuni suoi compagni di partito continuano a guardarlo con forte sospetto.