E Cuba, l’esclusa, si consola all’Onu

Il prossimo 8 novembre, l’Assemblea generale Onu comincerà a discutere la fine del bloqueo a Cuba. Lo scontato e schiacciante esito della votazione finale non servirà neppure quest’annoa mettere la parola fine all’embargo decretato dagli Usa nel `62 e inasprito dalla legge Helms-Burton del `96. Ma è questo che, con mille ragioni, chiede la risoluzione finale del primo Forum internazionale su Cuba e America latina, organizzato a Roma dal Comitato 28 giugno-Difendiamo Cuba ([email protected]), e a cui hanno partecipato Anpi, Ds, Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani. Per due giorni, docenti, attivisti, esponenti politici, hanno analizzato il quadro delle trasformazioni in corso nel continente latino-americano. Analisi di lunga gittata, ma attente all’agenda politica internazionale. Sotto accusa, i «piani di aggiustamento strutturale» e la «democratura» di segno nord-americano: le politiche di controllo e restrizione dei flussi migratori, la deportazione delle popolazioni indigene, lo sfruttamento selvaggio delle risorse, la crescente militarizzazione dei territori imposta dagli Stati uniti col pretesto della «lotta al terrorismo», l’offensiva mediatica per preparare altri piani d’aggressione. Al vaglio dell’analisi, movimenti e governi di segno opposto. Un modello di sviluppo alternativo al neo-liberismo va ridisegnandosi da Cuba al Venezuela? E’ quanto hanno affermato, con accenti diversi, storici ed economisti presenti. «Cuba, da mezzo secolo nel mirino della superpotenza nord-americana – ha ricordato il cileno Francisco Dominguez , è riuscita a recuperare». Cuba, la cui storia è segnata dal succedersi delle deportazioni, «è latina e indigena, africana e asiatica, è simbolo dell’America latina e della patria universale», ha detto il franco-cubano Remy Herrera. L’elemento indigeno – quel «comunalismo» caro al boliviano Evo Morales e che in molte regioni del continente è alla testa dei movimenti di opposizione – sarebbe la marcia in più del «socialismo del XXI secolo»? Per il canadese Henry Veltmeyer, i movimenti indigeni rievocano quasi i vecchi dibattiti sul mir e sul cosiddetto comunismo primitivo delle campagne russe, e pongono domande analoghe a chi intenda costruire un nuovo socialismo. Lo storico sudafricano Hosea Jaffe ha ribadito l’intreccio tra la questione coloniale e quella di classe, ricordando come, dall’Africa al Latinoamerica, le leve del potere restino a tutt’oggi salde «nelle mani dei coloni». Anche per il teologo della liberazione Giulio Girardi, Cuba ha «aperto le porte alla speranza» e il Venezuela di Hugo Chavez la rinnova nel presente, mediante accordi di cooperazione come quello per il commercio e la distribuzione di petrolio a basso costo tra 15 paesi dei Caraibi, ma non solo. Un nuovo movimento cooperativistico sta prendendo piede in America latina? Da Caracas, arriva il resoconto del Primo incontro latino-americano delle fabbriche autogestite, presieduto da Chavez il 28 ottobre: 250 realtà e 700 partecipanti, riuniti nel teatro Teresa Carreño, e provenienti da Argentina, Ecuador, Messico, Uruguay, Paraguay, Perù, Haiti… In Venezuela sono circa 200 le fabbriche occupate dai lavoratori e in seguito autogestite con l’appoggio del governo. E Chavez ha annunciato altre espropriazioni e la costituzione di un fondo di 5 milioni di dollari da cui potrebbero nascere «multinazionali dal basso, nelle mani degli operai».

Alca contro Alba, dunque, un diverso modello di sviluppo in cui «batte il cuore progressista del mondo».