E come effetto collaterale caos e proteste

Vi fa male il petto, avete paura di un infarto? Nel dubbio rivolgetevi al pronto soccorso, ma portate il portafoglio perché se per fortuna non è niente di grave dovrete pagare pegno. Mancano soldi, il governo è costretto a battere cassa e a questo servono i ticket sanitari. Le rassicuranti parole del ministro della Salute Livia Turco non riescono a far digerire la pillola amara inserita nella Finanziaria che è appena entrata in vigore negli ospedali italiani. Per il ministro si tratta di un provvedimento «equo», addirittura «di sinistra», ma le proteste non si placano.
La sostanza è per tutti la stessa: per curarci dobbiamo pagare di più: 25 euro per ogni visita «non urgente» (codice bianco) in pronto soccorso e 10 euro su ogni ricetta per analisi o visite specialistiche. Ma l’applicazione è complessa e variegata. Cambia da regione a regione, si va dalla Lombardia dove il ticket nazionale si somma a quello regionale, a Calabria, Abruzzo e presto Lazio, dove entrano in vigore i ticket anche sui farmaci. Ogni ospedale interpreta le nuove norme come può, c’è chi è abituato a far pagare ticket, chi non ha neppure i moduli, chi tenta di restringere o di estendere le esenzioni.
Per il ministro solo il 15% delle visite in pronto soccorso sarebbe colpito dal ticket, pagherebbe solo chi usa il servizio in modo «non appropriato» rivolgendosi al pronto soccorso quando avrebbe dovuto rivolgersi ad un ambulatorio. I soldi raccolti servirebbero per curare meglio chi ne ha davvero bisogno. Non è affatto d’accordo Giuseppe Garraffo, segretario generale di Cisl Medici: «Per fare cassa non si può partire dal pronto soccorso. Questo ticket è una ingiusta e ulteriore tassa i cui utili sono inferiori ai costi per la loro esazione e ai disagi arrecati ai cittadini e ai medici. Se la tassa voleva essere un freno al consumismo del pronto soccorso, così formulata si rivela un boomerang sul malato che, allo stato attuale non trova risposta ai suoi problemi di salute se non all’ospedale». Chiede di «dire la verità» Silvio Viale (Rosa nel Pugno). «Servono soldi, basterebbe dirlo senza inutili moralismi. Non si corre al pronto soccorso in base alla patologia, ma in base ai sintomi». Anche per il ministro la «continuità dell’assistenza» è un obiettivo importante ma nel frattempo tocca pagare. «Un ticket di 25 euro non è alla portata di tutti, farà desistere tanta povera gente dal fare ricorso all’ospedale per una visita che potrebbe rivelarsi fatale – afferma in una nota Telefono Blu che si dice già pronta a costituirsi parte civile in caso di disgrazia per mancate cura al pronto soccorso.
Nella confusione dei primi giorni c’è anche chi ne approfitta. «In queste ore – ammonisce Cittadinanzattiva-Tribunale del malato – le aziende sanitarie stanno chiedendo di pagare dieci euro per prestazioni prenotate nel 2006 da effettuare nel 2007». Una sorta di ticket retroattivo. Per il Tribunale del malato i 10 euro sulle analisi e sulle visite specialistiche peseranno ancor più del ticket al pronto soccorso: «Soprattutto quando si deve fare un numero limitato di esami diventerà più conveniente il privato dove i tempi d’attesa sono più brevi».
Arrivano critiche anche da destra. «Una vergogna, l’ennesima del centrosinistra», tuona Gasparri (An). «Il ticket penalizza i cittadini», insiste Chiara Moroni (Fi). Andassero a dirlo all’amico Formigoni. Erminia Emprin, senatrice Prc, sa cosa è di sinistra: «il finanziamento del Servizio sanitario nazionale deve avvenire attraverso la fiscalità generale e progressiva in base al reddito, non sulle singole prestazione». E allora? Le tocca ricorrere alla formula speciale che si usa in questi casi «è un provvedimento provvisorio da superare».