E Bush disse «Vietnam»

La guerra in Iraq come quella in Vietnam? La violenza di questo ottobre destinato ad essere il peggiore di tutta la «campagna irachena» come l’offensiva del Tet del 1968? Il parallelo «potrebbe essere giusto», dice a sorpresa George Bush in un’intervista con George Stefanopulos, un tempo comunicatore» di Bill Clinton e ora reporter politico della Abc. L’analogia – spiega il presidente – sta nel fatto che come allora «c’è un grande aumento della violenza» e che come allora «si è in prossimità di un’elezione». Non ha ricordato che quell’offensiva costò a Lyndon Johnson il secondo mandato alla Casa bianca, ma l’ammissione ha ugualmente scatenato un putiferio. «Lui quella guerra è riuscito a evitarla ma certamente non gli sono sfuggiti i guasti che provocò alla sua generazione e alla politica estera degli Stati uniti», dice a caldo Martin Kettle, un commentatore da sempre critico sull’avventura irachena, mentre altri ricordano il suo famoso «missione compiuta» a bordo della portaerei Lincoln bardato da pilota, dicendo che a questo punto l’unico striscione possibile sarebbe «missione abortita».
Sono stati centinaia in questi anni i discorsi in cui Bush stava attentissimo a evitare il parallelo con quella guerra di trent’anni fa e quando qualche (raro) reporter impertinente lo provocava lui rispondeva con vaghezza e senza mai pronunciare la parola Vietnam. E quando la stessa provocazione veniva diretta al «sanguigno» Donald Rumsfeld, lui se la prendeva con il malcapitato reporter arrivando in qualche caso a dargli dello sciocco.
Ora fra gli sciocchi c’è anche il suo capo e i suoi uomini, nelle ore successive, si sono fatti in quattro per spiegare cosa «veramente» aveva detto Bush. Tutto ciò che il presidente voleva sostenere, ha spiegato Dana Perino, uno dei portavoce della Casa bianca, era che gli insurgent iracheni hanno lo stesso scopo che avevano i vietcong e cioè «fiaccare la nostra volontà», approfittando del fatto che «noi siamo un popolo rispettoso e compassionevole e siamo profondamente colpiti dalla violenza bruta». E in effetti questo ottobre, con i 72 soldati americani morti finora, sembra avviarsi a risultare il più micidiale di tutta l’avventura irachena e minaccia di condizionare parecchio il voto del 7 novembre. Gli ultimi sondaggi dicono che gli americani convinti che la guerra in Iraq sia stata un grave errore sono arrivati (secondo una rilevazione della Cnn) al 64 per cento, cioè il dato a tutt’oggi peggiore per Bush, e che il partito repubblicano che cerca di conservare il suo predominio al Congresso (in questo caso a dirlo è un sondaggio del Wall Street Journal) gode del favore del 16 per cento degli interpellati e un’aperta disapprovazione del 75 per cento. Una situazione peggiore perfino di quella che avevano i democratici alla vigilia di quel 1994 che segnò la «presa» del Congresso da parte dei repubblicani. Bush, che finirà il suo mandato solo nel 2008, è naturalmente al riparo dalla disfatta che si preannuncia per il suo partito, ma non dal pantano che lui stasso ha creato in Iraq.
Le voci che chiedono una exit strategy negli ultimi tempi sono andate aumentando a ritmo sempre più incalzante e sempre più provenienti da gente vicina al presidente. Senza scomodare il recente National Intelligence Estimate in cui tutti quelli messi da Bush a capo della Cia e delle altre agenzie di spionaggio hanno sostenuto all’unanimità che la presenza americana in Iraq alimenta il terrorismo invece di frenarlo (come sostiene Bush da sempre), ci sono stati i generali a riposo (gli unici che possono parlare) che hanno dato semplicemente dell’incapace a Rumsfeld, ci sono stati i generali in carica che hanno apertamente preso a parlare di «guerra civile», c’è stato il «prima ce ne andiamo e meglio è» del generale William Caldwell, il portavoce ufficiale del contingente americano in Iraq che ieri ha ammesso che gli Usa «devono rivedere i piani». E ora – stando alle prime indiscrezioni – c’è anche James Baker III, il segretario di stato di Bush padre, incaricato di elaborare delle «raccomandazioni» sulla questione dell’Iraq. Se le indiscrezioni uscite finora rispecchiano davvero ciò che Baker pubblicherà (il suo rapporto dovrà essere presentato entro la fine dell’anno), per Bush figlio sarà un momento estremamente imbarazzante. Baker, a quanto pare, chiede infatti un massiccio ritiro il più presto possibile delle truppe americane e un «invito» a Siria e Iran (proprio loro) a dare il loro «contributo» alla stabilizzazione dell’Iraq.