E allora «burn, baby, burn»

Quaranta anni fa la rivolta di Watts, suburbio nero di Los Angeles, la più violenta mai vista, segnava uno spartiacque nelle relazioni razziali e nella coscienza dei neri americani
All’inizio fu la reazione spontanea alla brutalità dei poliziotti bianchi. Poi, dopo i sei giorni di rivolta (34 morti, oltre mille feriti, 40 milioni di dollari di danni) le cose cambiano e diventano «politiche». Vengono coinvolte e assumono la leadership le vecchie gang nere di L.A., con l’aiuto delle radio locali, mentre nasce il gruppo del Black Panther. Il fallimento di Martin Luther King e le manovre del Fbi

Quaranta anni fa, la sera dell’11 agosto 1965 l’agente, bianco, della California Highway Patrol (i non ancora famosi e televisivi CHIPs) Lee Minikus ferma il ventunenne nero Marquette Frye all’angolo di Avalon Boulevard e 116ma Strada, a Watts, il ghetto nero nel sud di Los Angeles. Il giovane è sospettato di guida in stato di ebbrezza. Fermare un ragazzo nero in auto è routine per la polizia di Los Angeles, ma questa volta Frye non si inginocchia sull’asfalto come da lui ci si aspetta. Resiste. In suo aiuto arriva il fratello, poi la madre. I tre vengono arrestati e presi a manganellate. Intorno ai Frye e all’agente si raduna una folla di persone. Appena la polizia se ne va con gli arrestati inizia la rivolta più sanguinosa tra quelle dei ghetti americani di quegli anni. Sei giorni di disordini, 34 morti di cui 25 neri, 1000 feriti, 40 milioni di dollari di danni. Una rivolta che sarà contenuta dalla polizia nel quartiere di Watts, un’area geografica relativamente limitata, caratterizzata da casette monopiano, ma anche dalla presenza di blocchi di case popolari costruite durante la guerra per alloggiare una popolazione nera in espansione (il numero dei neri a Los Angeles raddoppia tra il 1940 e il 1944 e nel 1965 è nove volte più grande): Hacienda Village, Imperial Courts, Jordan Downs, Nickerson Gardens sono i nomi dei progetti di edilizia pubblica che saranno i maggiori focolai della rivolta. All’esterno il quartiere è famoso per quello straordinario monumento di arte «naive» che sono le Watts Towers, create dall’immigrato italiano Simon Rodia.

Le minoranze mediatizzate

La rivolta di Watts, ben più di quelle che l’hanno preceduta, è una rivolta giovanile, scandita dalle radio nere, unica espressione mediatica aperta allora alle minoranze. Magnificent Montague, allora disc-jockey della stazione Kgfj ha raccontato in questi giorni al Los Angeles Times il senso di quei giorni e del suo rapporto con i giovani ascoltatori che fecero della frase preferita del dj, «Burn, baby, burn», la colonna sonora delle rivolta. «Era la frase che gridavo da due anni, a Chicago, a New York, in tutte le radio dove ho lavorato e quando un pezzo di Ray Charles, Wilson Pickett, Sam Cooke o Stevie Wonder catturava il mio entusiasmo. Prima i padroni della radio, dei bianchi, mi chiedono di smettere. Mi rifiuto: lo slogan appartiene ai miei ascoltatori. Poi venerdì 13 agosto, il giorno più violento della rivolta, mi chiama il Sindaco Sam Yorty e mi proibisce di usare quello slogan, perché tende ad incitare i rivoltosi, così dice. Gli rispondo che quello che li incita sono i loro problemi ed è ciò che voi bianchi avete fatto per anni e di non perder tempo con me. Nessuno dava voce a quei ragazzi che telefonavano alla mia radio, non la Naacp (l’organizzazione dei diritti civili), non i predicatori neri. Le chiese nere gli dicevano che bruciare era sbagliato. Io no. Sapevo quello che provavano. Si sentivano deboli. Sapevo che ribellarsi li faceva sentire forti per la prima volta in vita loro, rivolta contro debolezza. Forse non sapevano quello che volevano. Forse sapevano solo quello che non volevano. Ma era un inizio».

Ma non sono solo le radio a dirigere i «riots». Se nelle commemorazioni dei 40 anni molti parlano ancora della spontaneità della rivolta, del suo essere non strutturata, senza direzione e senza programma, il ruolo delle gang nere angelene non è da sottovalutare. Nate già negli anni `40 come risposta a gang razziste bianche, come quella degli Spook Hunters, negli anni `50 e `60 si caratterizzano per le loro faide interne. Le gangs sono grossolanamente divise geograficamente tra «eastside» e «westside» i due lati del ghetto divisi dalla nuova autostrada urbana, la Imperial Freeway. Sono bande con il culto dell’automobile che si affrontano in duelli a mani nude, o con bastoni e coltelli, anche se qualche volta ci scappa il morto. Le gang più importanti sono i Gladiators (Westside) e gli Slausons (Eastside).

Sono rivali feroci fino al 1965. Ma lo spirito degli anni `60, di Berkeley, e dei movimenti anti-sistema arriva anche qui. Poco prima della rivolta è in atto un movimento di tregua tra le gang, ispirato e guidato dai primi militanti politici neri, una nuova leadership che rompe con quella moderata delle chiese e delle organizzazioni per i diritti civili e che nella rivolta troverà nuova linfa.

Sono le gangs a dirigere, di fatto, la rivolta. E dopo Watts, uno dei leader degli Slausons, Alprentice «Bunchy» Carter diventerà il responsabile della sezione di Los Angeles del neonato Black Panther Party, a cui aderiscono decine di giovani che hanno preso parte alla rivolta. Per cinque anni le attività e gli scontri tra le gang spariscono, mentre vengono create organizzazioni ed eventi che per la prima volta fanno di Watts un posto dove vale la pena vivere: il Watts Arts Festival, il Watts Writers Workshop diventano per un breve, glorioso periodo manifestazioni di assoluto livello. Ma nascono anche il gruppo Community Action Patrol, per il monitoraggio degli abusi della polizia, Us Organization, il gruppo nazionalista nero di Ron «Maulana» Karenga. Un fiorire di attività e di organizzazioni che si spegnerà all’inizio degli anni `70, distrutto dalle attività del Fbi attraverso il famigerato organo anti-insurrezionale Cointelpro, e dai contrasti tra Panthers e Us che si concluderanno con l’assassinio di Carter per mano dei nazionalisti neri.

Ma torniamo ai giorni di Watts. La reazione della comunità bianca è di terrore, anche se la polizia riesce a contenere la rivolta, ci si rende conto che è stata solo quella «thin blue line» quella sottile linea blu, rappresentata dalle uniformi dei poliziotti del Los Angeles Police Department a evitare che la rivolta si allargasse a tutta la città. Quanto alla comunità nera, due giorni dopo la fine della rivolta, arriva in città Martin Luther King. Il sindaco di L.A. rifiuta di fargli visitare le carceri dove ci sono i rivoltosi arrestati, dicendo che King avrebbe incitato un’altra rivolta. King va allora a Watts, in un’atmosfera tesissima. Centinaia di persone lo circondano e lo fischiano. King aveva chiesto l’intervento della polizia per fermare la rivolta, ma ora i suoi fratelli neri gliene chiedono conto. «Che altro deve fare la gente, senza lavoro, senza prospettive?» gli chiedono. King parla, chiede un forte impegno del governo, fondi contro la povertà e per le scuole. «Dobbiamo unire le nostre mani» dice ecumenicamente il Premio Nobel per la Pace. «E appiccare il fuoco!», urla qualcuno dalla folla. «Ci saranno giorni migliori!» risponde King. «Quando?» gli chiedono e lo slogan «Burn, baby, burn» diventa di tutta la folla. King interrompe la visita a Watts.

Il dopo-rivolta inizia con le dichiarazioni del Presidente Lyndon Johnson, che sui diritti civili si gioca gran parte della sua credibilità e che vede in Watts un pericolo mortale: «Un rivoltoso con una molotov in mano – dichiara – combatte una battaglia per i diritti civili, tanto quanto lo fa uno del Ku Klux Klan con un lenzuolo addosso e una maschera sulla faccia. Sono tutti e due quello che li definisce la legge: fuorilegge, distruttori dei diritti e delle libertà costituzionali e in ultima analisi, distruttori dell’America libera».

Sul versante opposto, intellettuali come il situazionista Guy Debord vedono in Watts «una rivolta contro lo spettacolo che – anche limitata a un solo quartiere come Watts – rimette in questione tutto, perché è una protesta contro una vita disumanizzata, una protesta di individui reali contro la loro separazione da una comunità che appagherebbe la loro vera natura umana e sociale e che trascenderebbe lo spettacolo».

Inchiesta sulle cause

Una Commissione di Inchiesta sulle cause della rivolta, creata dal governatore della California Pat Brown (il padre di Jerry Brown) e diretta da John McCone analizza le cause della rivolta: disoccupazione due o tre volte più alta tra i neri che nella popolazione generale, due terzi degli studenti neri non finisce la scuola, la polizia, e il suo capo Parker sono oggetto di odio da parte di tutta la comunità nera. Ci sono raccomandazioni che verranno seguite come l’apertura dell’impiego pubblico ai neri, il coinvolgimento della leadership nera nel governo della città (nel 1973 viene eletto il primo nero sindaco di Los Angeles, Tom Bradley) l’apertura dei ranghi della polizia alle minoranze. Ma non basterà. Il 29 aprile 1992, in circostanze e in condizioni singolarmente simili a quelle della rivolta di Watts, tutta South Central Los Angeles esplode in 4 giorni di rivolta.

Walter Mosley, lo scrittore nero di Los Angeles che l’anno scorso ha pubblicato «Little Scarlet», un giallo ambientato durante la rivolta di Watts, ha così ricordato i giorni di Watts, da lui vissuti come ragazzino di 12 anni: «Il risultato più immediato e quasi inconscio della rivolta è stato che qualcuno ha avuto una sensazione di amara soddisfazione, altri hanno imparato ad aver paura. La lezione, per neri e bianchi, è stata insegnata, ma non imparata. La gente in tutto il mondo, dal Darfur a Cleveland, da Parigi a Giakarta, soffre. Sono arrabbiati e disillusi, perduti davanti agli schermi tv e ai pulpiti dominati dai fanatici religiosi. C’è un pensiero da qualche parte nella loro incoscienza, una parola che attende di essere pronunciata. Questo è quello che mi ricordo di quella estate calda. Mi ricordo un futuro che sarà dimenticato prima che sappiamo che è accaduto».