E a Vicenza si prepara una settimana in piazza

E’ la settimana decisiva per il futuro del Dal Molin. Dal conclave della maggioranza a Caserta non è uscita una presa di posizione a favore o contro l’allargamento della base militare americana a Vicenza, ed è proprio questa vaghezza a preoccupare i cittadini che da mesi si mobilitano contro il progetto statunitense. Il timore è che si proceda con un colpo di mano, così come è stato per il Mose, il sistema di paratie mobili pensato per la laguna di Venezia, che dopo tanti tentennamenti è stato approvato dal governo dopo un vero e proprio blitz del ministro delle infrastrutture Antonio Di Pietro. Ed è ancora una volta Di Pietro a cercare di accelerare i tempi, buttando qua e là frasi e commenti che lasciano intendere che una decisione sia imminente se non già presa. Nei fatti la maggioranza è divisa sul Dal Molin così come lo era sul Mose e sul progetto della Tav in val Susa. In questo caso la spaccatura è quasi a metà. Una circostanza che rende evidentemente assai più complicate le cose. Anche perché l’ambasciatore statunitense Spogli l’ha detto senza mezzi termini: il governo italiano deve decidere e in tempi molto brevi. Anzi brevissimi, addirittura entro venerdì prossimo 19 gennaio.
Mentre il governo continua a lacerarsi e a discutere se dire sì o dire no agli americani, i cittadini di Vicenza non mollano e proseguono con le iniziative. Che questa settimana saranno quasi quotidiane. Si è cominciato domenica con il corteo fino alla fiera dell’oro di Vicenza. Un corteo molto partecipato anche se blindatissimo, visto che (almeno questa è stata la motivazione delle forze dell’ordine) il comitato per il sì al Dal Molin (costituito nei fatti da una parte dei lavoratori della caserma Ederle) aveva chiesto di poter fare un presidio proprio nel punto d’arrivo del corteo dei comitati per il no. Per evitare «contatti» la polizia ha così deciso una presenza massiccia. Questa sera invece alle 20.30 è prevista la fiaccolata che partirà da piazza Castello. L’idea dei comitati è quella di montare, davanti al Dal Molin, un tendone che diventerà un presidio permanente, così come hanno fatto i valsusini a Venaus. Giovedì mattina invece scenderanno in sciopero gli studenti medi. E anche se non ci sarà lo sciopero dei lavoratori, gli studenti diranno qualcosa anche in merito al lavoro, visto che l’ultima arma usata dal fronte del sì (e da Cisl e Uil) è quella dei 700 posti di lavoro che andrebbero persi se la Ederle dovesse essere trasferita in Germania. Gli americani infatti hanno detto che se non verrà approvato il loro progetto di allargamento al Dal Molin, sposteranno anche la caserma Ederle. Sui numeri dei dipendenti è iniziato un balletto che arriva fino a 1200. In realtà all’interno della Ederle lavorano poco più di 300 persone, alle quali si aggiungono gli esterni, arrivando così a circa 700. I cittadini contrari alla nuova base ricordano che in caso di dismissione di una base militare ci sono protezioni e garanzie ben definite per legge per i lavoratori che rimangono a casa.
Da Vicenza a Roma, dove invece infuria una polemica e uno scambio di battute, tutto interno alla maggioranza. Contro Di Pietro che ha definito «cani e gatti della coalizione» tutti quelli che sono contrari alla seconda base Usa a Vicenza, si scagliano le senatrici di Rifondazione comunista Tiziana Valpiana e Lidia Menapace che ricordano a Di Pietro che «come ha sottolineato il ministro degli esteri Massimo D’Alema, il 70% della popolazione locale non vuole la base». Tra l’altro l’Italia dei valori a Vicenza si è schierata pubblicamente con i comitati per il no al Dal Molin, aderendo e partecipando anche alla grande manifestazione contro la base del 2 dicembre scorso.
A Di Pietro risponde anche il senatore dei Verdi-Pdci, Mauro Bulgarelli che chiede di finirla con le «accuse di antiamericanismo a tutti coloro che si oppongono alla base. E’ infantile, oltre che scorretto». Intanto da parte dei Ds arriva il commento della deputata veneta Lalla Trupia che ribadisce che «stiamo lavorando perché il governo si pronunci per il no. L’antiamericanismo non c’entra nulla».