E a sinistra c’è chi ora applaude la sua «rivoluzione»

«Grazie, signora Thatcher». Qualche anno fa lo diceva con polemico sarcasmo il titolo di un film ambientato nello Yorkshire del 1989, dove l’ondata di chiusura delle miniere sconvolse la vita di migliaia di famiglie. Oggi, e davvero a sorpresa, lo dicono in tanti nel centrosinistra italiano, che le ricette della Lady di ferro le ha studiate e anche copiate senza confessarlo mai. A quindici anni dalle dimissioni di Margaret Thatcher, il 22 novembre del ’90, si può affermare che il tabù è infranto. La rivalutazione del lungo «regno» della leader conservatrice, che ha governato la Gran Bretagna con fermezza e decisionismo dal ’79 al ’90, è iniziata. In quegli anni, da segretario della Cisl, Franco Marini guardava sgomento a una politica che «mise in ginocchio i sindacati». Ma ora, nauseato dal «populismo che aleggia in Italia e in Europa», il responsabile organizzativo della Margherita sprona l’Unione a una generosa rivalutazione: «Chi abbia un minimo di oggettività ammetta che, per quanto dolorosa, la seria cura conservatrice della Thatcher ha dato un forte scossone positivo a una economia anchilosata». Una rivoluzione affatto dolce ma salutare, che molto, secondo Marini, ha da insegnare alle nostre forze politiche: «I governi italiani, compresi quelli di centrosinistra, hanno sempre galleggiato senza mai affrontare i problemi».
Il primo a dare a Margaret quel che è di Margaret è stato Massimo D’Alema, affermando al tempo di Palazzo Chigi che la principale differenza tra la Quercia e il New Labour era «nei punti di partenza». In sostanza, l’ammissione che il riformismo di Blair non sarebbe esistito senza l’opera di risanamento e modernizzazione avviata dalla Thatcher. Il senatore ds Franco Debenedetti si spinge oltre e riconosce che la politica sociale di Blair, «tutta giocata sulle responsabilità individuali», si è sviluppata a partire dalla realtà che era stata modificata dalla Thatcher, con il grande merito di aver riconvertito l’economia dall’industria ai servizi.
«Comprese e accompagnò la scelta vocazionale della Gran Bretagna – argomenta il responsabile economico della Margherita, Enrico Letta -. Una scelta non scontata, perché trent’anni fa Londra era una potenza industriale ed ora è la capitale finanziaria del mondo». Gli effetti positivi delle liberalizzazioni per le tasche dei consumatori, il rafforzamento del welfare, la rivoluzione del mercato del lavoro confermano, a giudizio dell’ex ministro, che la Thatcher e poi Blair hanno avuto ragione. Tutte luci? No, anche molte ombre. «I costi sociali sono stati pesantissimi e non dimentichiamo che la Thatcher ha fatto tutto questo – conclude Letta – gestendo il ruolo del suo Paese in contrapposizione con l’Unione europea».
Sarà pure un fungo commestibile, la ricetta della baronessa di Kesteven, ma non è secondo Pierluigi Bersani «un fungo che cresce nei nostri boschi», vale a dire che le idee forza della Gran Bretagna anni Ottanta in Italia non sono applicabili. Il responsabile del programma ds riconosce l’opera di modernizzazione, ma ritiene che la «distruzione di equilibri sociali» sia stato un prezzo troppo alto, quindi assolve la sinistra italiana dall’essersi fatta carico di modelli liberali: «Se è accaduto è perché da noi non esiste una destra paragonabile ai conservatori inglesi».
Sarà forse troppo leggere nelle parole di Bersani l’ammissione che la sinistra si è in qualche modo thatcherizzata, ma nell’Unione c’è chi, come Enrico Boselli , lo ammette senza imbarazzo: «La Thatcher ha rappresentato una doccia fredda per la sinistra europea, ci ha messo di fronte a una destra innovatrice che ci ha costretto a cambiare, generando Blair e la socialdemocrazia europea».
Ciriaco de Mita , presidente del Consiglio alla fine dell’era Thatcher, non concede bilanci ma una suggestione sì: «Ammirava Gorbaciov al limite dell’infatuazione, però ogni volta che si trattava di parlare dei rapporti tra Gran Bretagna e Urss tuonava contro il comunismo». Contraddizioni tante, secondo l’ex leader democristiano, ma anche il merito di aver smantellato meccanismi burocratici, liberato le condizioni del mercato e risollevato il Paese dalla decadenza.
«Era una furia», trae le conclusioni il politologo Gianfranco Pasquino , che bacchetta la sinistra italiana per il «provincialismo» che le impedisce di capire quel che accade fuori dal confine. «Se vuole cambiare, il nostro centrosinistra deve cominciare a distruggere, proprio come ha fatto la Thatcher». Primo totem da abbattere, «i legami con i gruppi consolidati nei sindacati, nella scuola e anche dentro l’Alitalia».